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Ossessioni digitali collettive

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Ossessioni digitali collettive

31 Gen 2013

di Stefano Uberti Foppa

Più la società e le imprese si immergono nella digitalizzazione, più è importante “prendere le misure”. In che senso? Nel senso di capire sempre dove sta il vero valore.

Andiamo con ordine. Siamo tutti al centro dello “tsunami social”, la modalità relazionale, di apprendimento, di creazione di conoscenza e di opportunità rappresentata dall’elemento amplificatore di una connessione globale. E siamo ancora tutti al centro dello “tsunami information”, la proliferazione di dati e informazioni che vorremmo, se non proprio controllare, quantomeno sfruttare. Siamo anche al centro dello “tsunami always on”, quella modalità di connessione perenne consentita dalla rivoluzione smartphone per cui è oggi assolutamente normale, e accettato come tale, che un individuo possa fare più cose contemporaneamente: dal frequentare un convegno guardando la propria posta (e ascoltando distrattamente ciò che stanno dicendo i relatori), a pranzare in un rifugio di montagna con l’iPhone pronto a postare l’ultima discesa. E chissà poi quando Sergey Brin, il Ceo di Google, avrà finito di sperimentare in metrò i suoi Google Glass (lo hanno fotografato sulla metropolitana di New York con una borsa della spesa in mano per “depistare” i fotografi) che sguardo intelligente avremo mentre, ascoltando una conversazione, potremo guardare scorrere i dati di Borsa delle nostre azioni.

Vabbé, lasciateci un po’ scherzare su, però voi, almeno voi, quelli che in azienda hanno da sempre usato (gli utenti) e da sempre sviluppato e gestito (i Cio e i sistemi informativi) l’informatica, vi prego non fatevi travolgere. Da cosa? Dalla chimera di poter seguire l’utilizzo “quantitativo” del digitale: usare ogni device, accedere ad ogni tipo di informazione, essere sempre social e wiki oriented. E il valore dove sta? E siamo poi sicuri che sia anche un aumento della produttività individuale?

Figuratevi se il direttore di ZeroUno può farvi un discorso antitecnologico o, peggio ancora, luddista. Qui si tratta, piuttosto, di capire qual è l’ordine di priorità. Apriamo questo 2013, per favore, cercando di “rimettere in fila” le priorità. Il valore sta sempre nella persona e nella sua capacità di ragionare, valutare, scegliere e gestire utilizzando la tecnologia come supporto e non esserne pericolosamente trasportato.

È una questione “vecchia come il mondo”. Ma è l’accelerazione attuale nella diffusione e utilizzo della tecnologia che riporta al centro del dibattito la relazione uomo-macchina. Ci sarà d’altro canto un motivo se oggi le più prestigiose Business School del mondo cominciano a ripensare in maniera critica il valore del multitasking per riprendere, cercando obiettivi di miglioramento qualitativo dell’azione dei manager, il più tradizionale “sequenziale” (facciamo meno cose contemporaneamente e concentriamoci, come attenzione e analisi, su una cosa per volta ma di valore e fatta al meglio. Forse i risultati potrebbero essere migliori). La letteratura, a proposito della “deriva digitale” che appiattisce il valore delle decisioni o comunque non consente tempo per la riflessione qualitativa e l’individuazione del vero valore nelle persone, è sterminata. Il sovraccarico di informazioni derivato dalla cultura on line, e accentuato oggi dai vari Facebook, Twitter e LinkedIn produce quelle ossessioni collettive che Geert Lovink, fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures di Amsterdam, uno dei massimi studiosi di nuovi media e della rete, ha ben analizzato nel suo recente libro (Ossessioni collettive – critiche dei social media – Università Bocconi Editore). Lovink, partendo proprio dall’analisi dei condizionamenti portati dal sovraccarico di informazioni, dal nuovo modo di proporsi e relazionarsi delle persone indotto dai social media, dalla vita “googlizzata” nella società della continua e ossessiva consultazione on line,  non fa altro che sollecitarci ad una riflessione che sta emergendo nella società dei nostri giorni: liberiamo le nostre capacità critiche e cerchiamo noi stessi di influenzare la tecnologia e gli spazi di lavoro, o saremo semplicemente un prodotto, appiattito e omologato, della Rete.

A voi, amici che da anni navigate dentro la tecnologia (a voi utenti e persone dei sistemi informativi), un invito: non ubriacatevi della tecnologia perdendo di vista dove sta il vero valore decisionale, la vostra competenza, la necessità di sviluppare nuove elaborazioni concettuali.

Prendiamo gli analytics. Che senso ha un motore potentissimo, integrato perfettamente con il sistema informativo, con applicazioni business a loro volta integrate e in grado di gestire perfettamente la sentiment analysis dei social media se poi, nelle persone, manca la capacità di capire cosa si vuole cercare, come devo organizzarmi per sfruttare le informazioni, dove sono le eccellenze (beautiful minds) che possono trovare il valore nella mole di dati che questi sistemi riescono a  gestire? Certo è bello lo smartphone che mi consente di vedere posta, filmati, appuntamenti, sentire musica (persino telefonare!) sempre e comunque. Ma il valore del pensiero, scusate, della capacità di analizzare e definire un quadro di azione proprio attraverso il supporto di questi strumenti, vi sembra cosa da poco? Allora la sintesi è questa: andiamo sempre più verso una digitalizzazione della società. Mettiamo che persino l’Italia riesca, dopo questa campagna elettorale, a darsi un governo degno di questo nome che possa davvero attuare quanto di recente e con profondo ritardo rispetto a tutti gli altri paesi europei approvato, e cioè l’Agenda Digitale. Significa pubblica amministrazione, scuole, ospedali, città intelligenti, trasporti, commercio, tutto spinto verso nuovi livelli di digitalizzazione. Possiamo davvero pensare di stare dietro a tutto questo? Non dobbiamo, piuttosto, sviluppare una maggiore capacità di scelta, di riflessione, di analisi e di prioritizzazione delle cose in modo che si utilizzino davvero i dati, gli strumenti, le applicazioni che ci consentano di creare quel valore che nel tentativo di cavalcare la valanga digitale stiamo inconsciamente perdendo?

Vabbè, adesso basta! Vado a rispondere alle mail, partecipare a un web cast, scaricarmi sull’iPhone l’ultima press conference tenutasi ieri in California, cercare una nuova app dall’Appstore, partecipare a un paio di blog e prendere, si spera, alcune decisioni giuste per il giornale che state leggendo. Alla prossima.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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