Dimensione umana del lavoro, AI, ridisegno delle supply chain, inclusione e sostenibilità: i grandi temi del 2022

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Editoriale

Dimensione umana del lavoro, AI, ridisegno delle supply chain, inclusione e sostenibilità: i grandi temi del 2022

11 Gen 2022

di Patrizia Fabbri

Lavoro a misura delle persone, salto di qualità dell’intelligenza artificiale, ridisegno delle supply chain, inclusione e sostenibilità come priorità. Questi saranno, a mio parere, i grandi temi che incroceremo nel 2022 e che probabilmente rimarranno nelle agende delle imprese anche negli anni a venire. Temi che avranno un grande supporto dalle tecnologie digitali, da tutte quelle che abilitano lo smart working, il lavoro ibrido o la YOLO economy al cloud nelle sue molteplici forme, alle più avanzate evoluzioni in ambito analytics, alla realtà virtuale e aumentata, all’hyperautomation …, senza dimenticare che tutte queste tecnologie sono “solo” e semplicemente un mezzo: per trattare con successo questi temi è necessario un disegno strategico che consideri tutte le sfaccettature della nostra complessa realtà che la pandemia sta rendendo ancora più articolata.

Lavoro ibrido verus “the great resignation”

La scorsa primavera misi il dito su quella che sentivo essere una ferita aperta per molti, Se il 2020 è stato l’anno dello smart working, il 2021 rischia di essere quello del burnout? mi chiedevo in quell’editoriale. E la domanda derivava dal fatto che se la sindrome da burnout in era pre Covid riguardava principalmente determinate professioni e certi ruoli (dove il disagio era determinato dalla percezione di uno squilibrio tra le esigenze della professione e la propria capacità a soddisfarle), con la pandemia si era andato manifestando un vero e proprio burnout da smart working caratterizzato dalla incapacità o impossibilità di disconnettersi dal lavoro e di avere orari precisi per l’attività lavorativa, come in ufficio.

Quello che è successo negli ultimi sei mesi negli USA, ma che sta iniziando ad accadere anche in Europa e in Italia, può essere considerato una logica conseguenza di quella ferita, ma non solo (e per la verità è un fenomeno che, seppur sottotraccia, si stava già manifestando da un paio di anni) : sto parlando di quella che viene definita “the great resignation” ossia la tendenza ad abbandonare volontariamente lavori, anche ben retribuiti ma molto stressanti, optando per una vita meno dispendiosa, dove il lavoro sia più a misura d’uomo. Lo scorso autunno ho letto un articolo sull’Harvard Business Review, Who Is Driving the Great Resignation?, che inquadrava abbastanza chiaramente il fenomeno, ed è proprio di qualche giorno fa l’articolo Quitting is just half the story: the truth behind the ‘Great Resignation’, pubblicato da The Guardian, altrettanto interessante e illuminante. È quindi sulla base di quanto ho letto che cercherò di riassumere molto sinteticamente alcuni dei punti sui quali penso sia necessario riflettere.

In primo luogo, secondo l’analisi compiuta da HBR su 9 milioni di lavoratori americani, il tasso di abbandono è più alto tra i dipendenti a metà carriera, in età compresa tra i 30 e i 45 anni. Le dimissioni possono avere motivazioni molto diverse e non tutte hanno come epilogo un radicale cambiamento di vita, resta però il fatto che per le aziende questo è un grande problema perché se ne vanno proprio quelle persone che hanno un elevato livello di competenza, ma la cui retribuzione non ha ancora raggiunto i massimi livelli. Nella maggior parte dei casi, quello economico non è l’elemento scatenante le dimissioni: modalità di lavoro più a misura d’uomo, un maggiore equilibrio tra sfera privata e sfera lavorativa ma anche motivazioni etiche sono alla base della scelta di lasciare il posto di lavoro. Tutta una serie di spinte che fanno avvicinare, soprattutto i più giovani, a quella “corrente di pensiero” che viene definita YOLO (You Only Live Once) economy dove ci sta sia il “riappropriarsi” della propria vita rimodulando appunto il rapporto con il lavoro sia il sempreverde fascino del “carpe diem”.

HBR rileva poi che mentre le dimissioni in realtà sono leggermente diminuite in settori come quello manifatturiero e finanziario, il 3,6% in più di dipendenti sanitari ha lasciato il lavoro rispetto all’anno precedente e nel settore tecnologico le dimissioni sono aumentate del 4,5%: i tassi di dimissioni risultano più elevati tra i dipendenti che lavoravano in campi che avevano registrato un aumento estremo della domanda a causa della pandemia, portando probabilmente a un aumento dei carichi di lavoro e al burnout.

L’improvvisa diffusione di massa dello smart working ha aperto la finestra su un nuovo modo di lavorare che, corrette le storture da iperconnessione e di un approccio senza soluzione di continuità tra privato e lavoro, consente di conciliare in modo più armonico l’impegno lavorativo con la propria vita. L’obbligo di rientro in ufficio può rappresentare una motivazione di abbandono da parte di quei lavoratori qualificati che possono trovare opportunità in realtà più orientate allo smart working. Senza dimenticare (come invece sembrano abbiano fatto gli estensori della circolare dello scorso 5 gennaio sul lavoro agile nella PA) che lavoro agile non significa “lavorare da remoto” e basta: significa coniugare lavoro da remoto con lavoro in ufficio, riorganizzare il lavoro sulla base del concetto di responsabilità e non di tempo, disporre di adeguati strumenti per facilitare la collaborazione, ridisegnare gli spazi fisici, ripensare (nel caso della PA) a modalità diverse di fruizione dei servizi da parte del cittadino ecc.

Intelligenza artificiale pervasiva e ingegnerizzata

Il 2022 vedrà probabilmente il salto di qualità dell’intelligenza artificiale: non più tecnologia pionieristica, l’AI oltre a pervadere soluzioni e prodotti sarà, da un lato, protagonista di un ulteriore step evolutivo e, dall’altro, vedrà un consolidamento dei processi per la sua implementazione. Infatti intelligenza decisionale, AI generativa e ingegnerizzazione dell’AI sono 3 dei 12 Top Strategic Technology Trends identificati da Gartner per il 2022.

I primi due rappresentazione un’evoluzione delle tecnologie di AI:

  • con intelligenza decisionale, si intende la capacità di modellare le decisioni in modo ripetibile per renderle più efficienti accelerando la velocità di valutazione; secondo la società di analisi ciò sarà possibile grazie alla combinazione di tecnologie di integrazione dei dati, analytics e, soprattutto, automazione basata sull’intelligenza artificiale;
  • l’AI generativa si riferisce a soluzioni che possono utilizzare contenuti esistenti come testo, file audio o immagini per creare nuovi contenuti plausibili; trend che il MIT ritiene essere uno dei più promettenti dell’AI.

Infine l’ingegnerizzazione dell’AI, fondamentale perché l’efficacia delle soluzioni di AI permanga nel tempo: l’errore compiuto da molte aziende che hanno adottato modelli di intelligenza artificiale è quello di aspettarsi che il valore maturerà per sempre, ma non è così. L’Ai deve essere ingegnerizzata in modo da rendere operativi gli aggiornamenti ai modelli di AI combinando pipeline di aggiornamento automatizzate con una forte governance dell’IA.

Ridisegnare le supply chain

Uno spettro insidia la tanto auspicata ripresa e non sono le varianti del Covid. Uno spettro che si concretizza attraverso prezzi delle materie prime alle stelle, trasporti sempre più cari e catene di approvvigionamento sempre più instabili.

Secondo l’osservatorio periodico sulle materie prime di Anima Confindustria nel periodo luglio 2020 – luglio 2021 il petrolio è aumentato del 248%, orientando al rialzo sia i costi elettrici (+365%), sia quelli del gas naturale (+545%); importanti anche gli aumenti dei polimeri con il polietilene che ha registrato aumenti fino al 160% e il polipropilene fino al 123%; nel settore metallurgico, con aumenti medi del 90%, spiccano lo stagno (+142%), il rame (+120%) e l’alluminio (+75%), mentre nel comparto siderurgico non si fermano gli eccezionali incrementi dei coils a caldo (+200%) e delle lamiere (+234%). E per quanto riguarda i trasporti Assarmatori segnala che il prezzo del trasporto di un container da 40 piedi tra Shanghai e Genova ha subito un’impennata del 317% e sebbene questa tratta sia stata una delle tratte più colpite dal rincaro dei noli per il trasporto container, l’Associazione evidenzia che tutte le principali rotte internazionali sono coinvolte dai rincari. La situazione è complessa e i fattori che la stanno determinando molteplici, non ultima la scarsità di container, in un sistema dove la Cina è rimasto l’unico produttore globale di container.

Impostare tutta la propria supply chain sull’utilizzo di materie prime e semilavorati provenienti esclusivamente da alcuni paesi, e in particolare dalla Cina, stava infatti già mostrando i suoi limiti e molte aziende la cui produzione si basa su questo modello stavano già iniziando a ripensare alle proprie supply chain a causa di guerre commerciali e dell’instabilità economica e sociale che mettono a rischio le catene di approvvigionamento dipendenti dai paesi dell’Estremo Oriente o del Sud America (dove tradizionalmente si era spostata la produzione a basso costo, ma non solo).Ma la pandemia (e il conseguente lockdown) ha fatto deflagrare la crisi di un certo modello di sviluppo, basato sulla globalizzazione, e di produzione, basato sul modello Toyota (just in time, zero magazzino ecc.) mostrando tutta la fragilità delle supply chain.

Quello su cui si dovrà lavorare quindi è un sostanziale ripensamento delle supply chain in modo che sia possibile compiere rapidamente scelte alternative, sia per quanto riguarda l’approvvigionamento sia per una migliore pianificazione delle linee di produzione. E qualunque sia la strada che si sceglie di percorrere, penso siano ancora validi i due grandi scenari nei quali si troveranno a muoversi coloro che intraprenderanno questo ripensamento che, basandomi su studi e analisi del 2020, avevo illustrato nell’articolo Come disegnare le supply chain del futuro: resilienti e smart.

“Il primo è quello già conosciuto dell’ottimizzazione delle supply chain, niente di nuovo, ci si muove su terreni noti. La tecnologia può fare molto e l’utilizzo di algoritmi avanzati di intelligenza artificiale, insieme alla diffusione delle blockchain, possono rappresentare importanti innovazioni in questa direzione. Ma attenzione a pensare alla revisione dei processi di supply chain solo nell’ottica dell’ottimizzazione dei processi produttivi e di approvvigionamento. Una smart supply chain è una catena che si modella sulla base delle esigenze dei clienti, ed ecco il secondo scenario da prendere in considerazione. Anche qui l’emergenza ci sta insegnando qualcosa: a fronte di anni di crescita lenta dell’ecommerce in Italia, se raffrontata alle altre economie avanzate, nei primi 3 mesi di lockdown le barriere sono crollate in un attimo e l’acquisto online è ormai diventato la norma. In pratica, la scelta di consumo può rimanere la stessa, ma cambia il canale di acquisto. Adesso è l’emergenza sanitaria, in altri momenti è il Black Friday…non importa… il punto è che il produttore deve essere in grado di approvvigionare correttamente i diversi canali e introdurne rapidamente di nuovi se necessario. Anche in questo caso il ruolo dell’intelligenza artificiale applicata agli advanced analytics è strategico, il tutto integrato con i sistemi di gestione aziendale e di gestione della produzione.”

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Le nuove priorità: inclusione e sostenibilità

Infine i grandi temi dell’inclusione e della sostenibilità che però stanno incominciando ad essere affrontati non solo dal punto di vista etico, ma perché ci si sta rendendo conto che conviene. E questo, dal mio punto di vista, è un bene.

Non vorrei sembrare troppo scettica, ma io non credo che le motivazioni etiche possano smuovere l’economia. Quindi ritengo sia un bene che quello di cui ci si sta rendendo conto è che un approccio inclusivo non solo fa bene a chi, per i più svariati motivi, vive una condizione di diversità rispetto al contesto nel quale si trova, ma rappresenta un vantaggio per tutte le persone, per le aziende, per la società in generale. Per esempio, secondo una ricerca compiuta da The Boston Consulting Group, in collaborazione con il Politecnico di Monaco di Baviera, su 1.700 aziende di 8 diversi paesi (USA, Francia, Germania, Cina, Brasile, India, Svizzera e Austria) le aziende con una diversità totale superiore alla media hanno ottenuto sia il 19% in più di ricavi da innovazione sia il 9% in più di margini EBIT. E uno studio McKinsey ha evidenziato che le realtà che presentano un’elevata diversità di genere nei team esecutivi hanno il 25% in più di probabilità di avere una redditività superiore alla media rispetto alle aziende che hanno una leadership meno diversificata.

Lo stesso discorso vale per la sostenibilità ambientale, in particolare per l’impatto che sull’ambiente hanno i sistemi informativi. Come si può leggere nell’articolo Enterprise IT sostenibile: quando il green conviene, che abbiamo pubblicato pochi giorni fa, le imprese devono intraprendere percorsi di trasformazione verso architetture meno energivore, scegliere fornitori cloud sensibili all’impatto ambientale delle proprie server farm e “misurare un approccio focalizzato al rispetto ambientale che riguarda il disegno, l’uso e lo smaltimento eco-sostenibile di hardware e applicazioni nonché il disegno di processi di business coerenti con questo obiettivo”.

Il tutto non solo perché su queste tematiche c’è una maggiore consapevolezza da parte dei consumatori, e quindi dei clienti, ma perché è la strada per una maggiore efficienza e ottimizzazione dei costi.

Patrizia Fabbri

Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno dove è stata prima caporedattore, poi vicedirettore e dal 2020 al 2022, direttore.

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