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Il cloud journey di RCS: benefici, insegnamenti, criticità

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Il cloud journey di RCS: benefici, insegnamenti, criticità

24 Nov 2017

di Valentina Bucci

Umberto Tonelli, Cio di RCS, racconta le fasi di transizione del cloud journey dell’azienda iniziato nel 2005. In particolare si concentra sul progetto che ad oggi spostato sulla nuvola tutta la farm digitale

Un recente Executive Cocktail organizzato da ZeroUno in collaborazione con Avanade è stato l’occasione per conoscere fasi del percorso, benefici ottenuti, insegnamenti e criticità del cloud journey di RCS così come l’ha raccontato Umberto Tonelli, CIO dell’azienda, ospite all’evento.

Umberto Tonelli

CIO di RCS

Il percorso tecnologico

RCS è uno dei principali gruppi editoriali multimediali a livello internazionale, gestisce 20 testate (tra queste Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, El Mundo, Marca ed Espansion in Spagna) che erogano i propri contenuti (si parla, per l’Italia, di un traffico in uscita di 236 TB mensili) tramite 100 website, 300 blogs, 150 webapps e 10 mobile apps; queste risorse rappresentano il core business di RCS e, prima del cloud journey, risiedevano su una infrastruttura on premise costituita da 150 server fisici, 35 hypervisor e 150 virtual machine. Oggi l’intera digital farm del Gruppo, l’insieme cioè di infrastrutture e applicazioni che consentono l’erogazione dei contenuti delle testate RCS, è stata migrata in public cloud. Avanade, Accenture e Microsoft sono i partner tecnologici che hanno supportato il progetto. Più in generale, l’approccio al cloud (figura 1) è iniziato nel 2005 con sperimentazioni in campo SaaS: “Abbiamo introdotto Salesforce solo in una piccola area di business, per iniziare a fare dei test”, dice il CIO che indica poi il 2013 come un anno di svolta: “Il business continuava ad avanzare richieste [in termini di innovazione e sviluppo di nuovi servizi – ndr] ma le piattaforme legacy che avevamo erano ormai completamente personalizzate e i costi per introdurre nuove funzionalità sarebbero risultati importanti”; da qui la scelta di non investire più nell’on premise, lasciare il legacy “congelato”, e iniziare a costruire un’architettura SOA sfruttando le potenzialità del SaaS: “Abbiamo scelto due piattaforme: Office 365 per la posta elettronica e funzioni legate alla collaboration interna, Salesforce per la gestione dei processi B2B e B2C”

Superate le difficoltà legate alla comprensione di come affrontare gli aspetti di privacy e governance dei dati sensibili che si legano al mondo cloud, i vantaggi riscontrati in queste prime fasi da un lato, la spinta data da un mondo dell’offerta sempre più orientato alla nuvola dall’altra, hanno consentito all’azienda di proseguire con decisione nel percorso implementando principalmente applicazioni cloud: “Vedendo che i business case tornavano, sperimentando la flessibilità offerta dal Saas, il percorso verso il cloud è diventato estremamente naturale”, dice Tonelli. Come mostra la figura 1, parallelamente è cominciata anche la migrazione sul Public Cloud delle infrastrutture relative alla digital farm con una prima attività di prototipazione. Avendo questa fase dato esiti positivi si è passati al lancio del progetto vero e proprio. Infine l’avvicinamento al mondo PaaS: “Abbiamo iniziato a implementare delle soluzioni Paas l’anno scorso; in questo momento abbiamo già una quindicina di tipologie di servizi attivi”, dice Tonelli che quindi cita il cognitive computing come ambiti all’interno del quale Rcs sta oggi muovendo i “primi passi” a livello Paas. “Introdurre l’utilizzo del Paas, oltre a Iaas e Saas – aggiunge il CIO – ci permetterà di andare a impattare non più solo su architetture e operation, ma anche sul mondo dello sviluppo”.

Le tappe del cloud journey di Rcs
Figura 1 – Le tappe del cloud journey di Rcs – fonte: RCS

Quali vantaggi dalla migrazione al Public Cloud dell’infrastruttura digitale

Tra i maggiori vantaggi generati dal cloud journey secondo Tonelli:

  1. Riduzione TCO: “Abbiamo calcolato un saving complessivo del 10-12%; se si considera che già prima di approcciare il cloud arrivavamo da un percorso di riduzione dei costi importante, si tratta di una percentuale interessante”, dice il CIO, che quindi segnala un altro grande vantaggio dell’as a service: “La possibilità di attribuire puntualmente a ogni iniziativa i suoi costi, aspetto che agevola notevolmente anche il dialogo IT-business”.
  2. Più flessibilità: è un ambito da cui sono arrivate, secondo Tonelli, forti soddisfazioni. Il cloud rende rapidi: “Per noi, sviluppare servizi e infrastrutture in maniera veloce è fondamentale”, dice Tonelli, che però ricorda come in termini di governance sia stata necessaria l’introduzione della metodologia Agile per valorizzare questo vantaggio. Per quanto riguarda il porting in cloud dell’infrastruttura digitale la flessibilità si riscontra nella creazione e gestione degli ambienti, la gestione delle performance (basti pensare all’autoscaling in caso di situazione di picco) e l’ottimizzazione degli ambienti di disaster recovery.
  3. Meno rischi: lo spostamento in cloud ha portato a una riduzione delle interruzioni di servizio, a una diminuzione degli investimenti sulla sicurezza fisica e sugli attacchi Ddos e a un contenimento degli sforzi sul piano dell’aggiornamento software, aspetto fondamentale per evitare vulnerabilità.

Gli insegnamenti del percorso RCS

Rispetto invece agli “insegnamenti” che arrivano dal percorso RCS, su cui la figura 3 offre una rapida overview, di seguito alcuni punti, legati ad ambiti non solo tecnologici, su cui Tonelli si è soffermato.

  • Controllare continuamente performance e architetture – Nonostante la scelta di procedere facendo sempre delle proof of concept, il CIO segnala che è stato comunque necessario spendere molto tempo sul tuning delle performance di siti e applicazioni e individuare una persona a presidio del mondo digitale “completamente dedicata a verificare con costanza se ogni singola tecnologia serve o non serve”, quindi a scegliere se accendere e spegnere i sistemi, come l’as a service consente di fare, a seconda della necessità: solo questa verifica continua mantiene i costi sotto controllo.
  • Non sottostimare gli impatti applicativi – In fase di migrazione, una certa attenzione va spesa per la gestione delle applicazioni: “Abbiamo avuto un approccio che abbiamo definito ‘no accanimento terapeutico’: quando il processo di trasferimento in cloud si prospettava troppo complesso, lo abbiamo evitato”; sono rimaste dunque on premise circa 10 applicazioni tendenzialmente basate su architetture che, non scalando orizzontalmente, sarebbero risultate di difficile gestione sulla nuvola.
  • Guidare la trasformazione delle competenze – È un ambito, quello delle competenze, molto impattato da un percorso “cloud first” come quello intrapreso da RCS; come spiega Tonelli, è stato necessario riconvertire molte figure: “Le persone che seguivano le architetture enterprise si sono spostate a supportare il progetto cloud; ci sono state delle paure iniziali, qualcuno temeva un ridimensionamento del proprio ruolo in azienda, ma sono dubbi che si sono risolti facendo capire che (vista la sempre maggiore diffusione della nuvola) questi percorsi rappresentano una crescita professionale e un percorso comunque obbligato da intraprendere”.

Le criticità riscontrate

Tra gli elementi di criticità riscontrati:

  • Vendor Lock-In: il rapporto con i cloud provider va gestito (a) sul piano dei modelli di pricing che sono “in continua evoluzione e devono essere presidiati costantemente per non perdersi delle opportunità” e (b) sul piano della trattativa.Tonelli considera il tema del multi-cloud come una riflessione dovuta per affrontare le problematiche di vendor lock-in: costruire un’architettura che abilita l’utilizzo di servizi cloud forniti da provider differenti ha infatti tra i vantaggi proprio quello di poter scegliere più liberamente nel mercato il servizio che si preferisce tra quelli offerti dai diversi vendor e di mantenere più alto il potere contrattuale dell’impresa.
  • Fase ibrida della migrazione: “Qualche incident, superato tuttavia senza troppe difficoltà, c’è stato quando [nelle fasi più calde della migrazione – ndr] abbiamo dovuto gestire temporaneamente un ambiente ibrido: c’erano applicazioni ancora on premise, altre già in cloud e avevamo sottovalutato alcune complessità sul piano dell’integrazione”; superato questo momento, come spiega Tonelli, la scelta di avere tutta la farm in cloud non ha posto l’IT di fronte alle complessità che si legano a situazioni ibride spinte.

I prossimi passi

I prossimi obiettivi di RCS riguardano l’introduzione di servizi che sfruttano le potenzialità di Big data & Analytics, Cognitive services e machine learning, User generated content & personalization attraverso un uso esteso del cloud, una sempre maggiore attenzione verso il Paas e le importanti possibilità che apre in termini di innovazione (il Paas consente, fornendo agli sviluppatori una “cassetta degli attrezzi” per il software development sempre aggiornata e pronta all’uso, di sfruttare le tecniche costruttive più moderne, divenire più rapidi nel rilascio e guadagnare l’agilità e la velocità necessaria per attivare quei meccanismi di innovazione continua che il mercato oggi impone), e lo sfruttamento sul piano metodologico, per ottenere rapidità nello sviluppo e nella delivery, dei modelli DevOps…

Valentina Bucci
Giornalista

Giornalista pubblicista, per ZeroUno scrive dei cambiamenti che la digitalizzazione sta imponendo alle imprese sul piano tecnologico, organizzativo, culturale e segue in particolare i temi: Sicurezza Informatica, Smart Working, Collaboration, Big data, Iot. Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza (Università di Ferrara), laurea specialistica in Culture Moderne Comparate (Università di Bergamo).

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