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Dall’Asp all’utility computing, passando per il SaaS: come cambierà l’It

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Dall’Asp all’utility computing, passando per il SaaS: come cambierà l’It

04 Nov 2008

di Riccardo Cervelli

Dal fallimento dell’Asp al modello di fruizione del software come servizio, verso il più ampio concetto di utility computing. Nascono nuove esigenze di mercato legate all’utilizzo delle applicazioni dove i driver sono ottimizzazione, controllo dei costi e flessibilità. Vediamo pregi e difetti di un modello di offerta, quello SaaS, che sta prendendo piede anche nel nostro Paese.

Saas, acronimo di Software as a service, non è nient’altro che la denominazione che negli ultimi anni ha preso il posto di Asp (Application Service Provisioning) o di on-demand software. Detto questo, è giusto riconoscere che se nuove sigle vengono lanciate per rappresentare modelli che già esistevano da tempo, ciò avviene perché nel tempo qualcosa è cambiato in questi modelli, al punto da spingere qualcuno a voler battezzare con un nuovo termine una determinata evoluzione.
A un analisi superficiale, Asp, software on demand, Saas indicano tutti uno stesso approccio alla distribuzione del software: quella dell’offerta di applicazioni residenti su un server remoto, fruibili via Internet da Pc muniti solo di browser o, tutt’al più con qualche piccolo plug-in installato a bordo, e pagate con canoni di noleggio, solitamente su base mensile, e modulati su numeri di utenti e funzionalità utilizzate. Un modello opposto a quello dell’acquisto di software su licenza, con un investimento iniziale elevato sia per il pacchetto applicativo (o lo sviluppo ad hoc), sia per l’infrastruttura hardware destinato a supportarlo, sia per i servizi pre e post l’acquisto: consulenza sui processi, progettazione, implementazione, parametrizzazione, eventuali personalizzazioni e manutenzione.
Se andiamo invece più in profondità, scopriamo che quello che oggi viene definito come Saas (un mercato che Idc stima raggiungerà i 17 miliardi di dollari nel 2012) è un insieme di approcci architetturali, di filosofia d’uso da parte dei clienti, modelli di business da parte dei vendor, che si è sviluppato sulle ceneri del modello Asp e dello stagnare di quello rappresentato dall’application hosting. Tanto che alcuni osservatori, volendo ricondurre tutto sotto l’unico termine-cappello Saas, parlano di Asp come Saas 1.0, degli sviluppi avvenuti negli ultimi anni come Saas 2.0, e dell’emergere – soprattutto negli Stati Uniti – di un nuovo modello “ibrido” tra Asp e Saas 2.0 che è stato, ovviamente, battezzato con il nome di Saas 3.0. Torniamo alle differenze tra Asp e Saas (evitando di aggiungere il 2.0). Il primo modello è nato negli anni Novanta in seguito al diffondersi dell’uso di software applicativi package standard (cioè non sviluppati in modo “custom” per ciascun’azienda in casa, o “in house” o da software house esterne). In quel periodo un numero crescente di imprese – soprattutto piccole e medie – hanno iniziato ad automatizzare determinati processi acquistando pacchetti – soprattutto gestionali – con alcune funzionalità standard e con la possibilità di richiedere delle personalizzazioni al fine di adattare questi applicativi a determinate procedure tipiche dell’impresa cliente. Quando hanno iniziato a diffondersi connessioni Internet a velocità dai 56 Mbps in su, alcune software house hanno pensato bene di proporre questi pacchetti come servizio fornito da datacenter esterni, venendo così incontro a due desideri di alcuni clienti: non doversi datare di un’infrastruttura It importante in azienda (con le relative risorse umane incaricate di occuparsene) e poter spalmare i costi del software nel tempo – con una modalità pay-per-use – invece di pagare tutto subito. Tra le caratteristiche dell’Asp una era che presso i vendor doveva essere installata un’istanza dell’applicazione per ciascun’azienda, la quale poi tendeva a richiedere personalizzazioni così come avrebbe fatto se il software fosse stato installato in azienda (on-premise). Un’altra caratteristica era che – vuoi perché le applicazioni non erano tutte native Web, vuoi perché le reti e gli stessi sistemi It non erano affidabili come quelli attuali – alla fine si sono ritrovati scontenti sia gli utenti sia i fornitori. I primi per i downtime ricorrenti e i tempi lunghi richiesti per ottenere nuove funzionalità o risolvere bachi, i secondi perché non riuscivano a ottenere economie di scala in grado di rendere l’offerta del software come servizio redditizia. Non solo, oltre a sobbarcarsi i costi normali per lo sviluppo, la manutenzione e l’upgrade delle applicazioni, si ritrovavano anche a dover passare notti in bianco per risolvere problemi di rete, gestione dei server, sicurezza e così via.

L’era della “multitenancy”
A fiorire nel business del Saas, a partire da quegli anni, sono stati nuovi produttori di software che hanno iniziato la loro attività senza il fardello di applicazioni legacy, client-server, e di una rete di partner che guadagnava sull’attività di installazione, personalizzazione e manutenzione. Parliamo di vendor nati con in mente l’offerta di applicazioni basate su tecnologie Web, da erogare esclusivamente tramite Internet e utilizzare via browser. Applicazioni che, a differenza di quelle tipiche dell’era Asp, sono basate su un’architettura “multi-tenant”, cioè noleggiata insieme da più utenti, che prevede lo sviluppo e l’evoluzione di applicazioni con codice non customizzabile ma uguale per tutti, un approccio che garantisce il raggiungimento più facile di economie di scala da parte del fornitore. Con questo modello Saas, il cui pioniere nel mercato business è unanimemente riconosciuto essere Salesforce.com, per ogni cliente viene creata un’istanza virtualizzata della stessa applicazione standard, mentre il modello e lo spazio dati sono condivisi. In pratica, a differenza dei modelli Asp e delle hosted application (software on demand), con la multitenancy non sono richiesti tanti server per quanti sono gli utenti, ma basta un unico server con una tecnologia di virtualizzazione che permette di vedere ogni istanza come se fosse residente su un server fisico a sé (chiamate hypervisor), per servire tutti i clienti. Questo consente al fornitore di razionalizzare i propri investimenti infrastrutturali, oltre che quelli di sviluppo, focalizzando gli sforzi non nell’avere e gestire migliaia di software e hardware diversi, ma nella potenza, ridondanza, sicurezza di server e reti utilizzate.
A fare da contraltare a questa apparentemente rosea situazione, è il fatto che il modello Saas risulta più adatto a soddisfare le esigenze di processi che non prevedono necessità di forte personalizzazione da parte delle aziende (far decollare un’offerta in modalità Saas di Erp per le medie e grandi aziende è ancora piuttosto difficile).

L’utente si fa più esigente
Ecco perché, dopo il successo crescente dell’utilizzo di servizi Saas paragonabili, nel mondo consumer, a quelli del Web 2.0 ora si va verso una nuova situazione ibrida tra i modelli Asp e Saas 2.0 (o “pure-play” Saas) verso quello che è definito ora Saas 3.0. In altre parole, le aziende cominciano a chiedere la possibilità di utilizzare sempre piattaforme “multi-tenant”, ormai considerate affidabili e continuamente aggiornate, e di poter affiancare anche funzionalità specifiche e alcune personalizzazioni. Quello che Oracle, Sap e la stessa Microsoft fanno fatica invece a superare è la resistenza del canale tradizionale, quello con cui è stato costruito il go-to-market delle soluzioni da installare on-premise. Al contrario, i vendor che hanno iniziato da subito ad offrire soluzioni come servizio a noleggio o pay-per-use via Internet, si stanno dotando di ecosistemi di partner che non temono ma anzi pensano di guadagnare appoggiando il modello Saas (vedi riquadro).
Una dimostrazione l’ha data, per esempio, Facebook – il più famoso servizio di social networking nato negli Usa come community degli studenti universitari e diventato il mondo virtuale più frequentato sul pianeta da utenti privati di tutte le età ed estrazioni – che ha attratto una miriade di sviluppatori che creano applicazioni no-profit o a fini commerciali. Un altro esempio è Amazon, che ormai non è più solo una immensa libreria online, ma è diventato un fornitore di servizi web (come lo storage on demand) e di una piattaforma in grado di ospitare soluzioni destinate a sfruttare il Cloud Computing.
Quest’ultimo – che consiste nel permettere agli utenti di utilizzare applicazioni offerte sul Web e tenere i propri dati su server remoti, potendo accedere in modo trasparente agli stessi in ogni momento e con diversi tipi di device – è una realtà che convergerà sempre di più con il mondo Saas. Una delle aziende che hanno dato stimolo alla creazione di “nuvole” è stata sicuramente Google con le sue applicazioni gratuite di produttività e di condivisione dei conteunti online (word processor, foglio elettronico, calendario, album fotografici, video con YouTube, generatori di mappe, ecc.) il cui sviluppo e mantenimento Google si ripaga con i proventi della pubblicità online. Sempre più aziende stanno adottando per uso professionale Saas di queste realtà nate nel mondo consumer. Risulta che diverse aziende utilizzino Facebook per creare comunità e spazi di collaborazione per i propri dipendenti, senza considerare che il sito non offre adeguate garanzie a livello di tutela della privacy e della confidenzialità dei dati. La società di consulenza e system integration Cap Gemini ha addirittura creato una divisione che aiuta le aziende a implementare e configurare a proprio uso le applicazioni Google.

Il ritorno dell’Erp. Sì, ma come
Da un lato questo rincorrere i modelli nati nel consumer da parte dei vendor business è positivo, dall’altro nasconde dei rischi. Un rischio è quello di trovarsi invischiati nello sviluppo di piattaforme proprietarie simili a quelle gratuite del Web 2.0 consumer ma che – a differenza di quest’ultime – richiedono investimenti da cui i vendor possono rientrare solo con la vendita alle imprese e non con i proventi della pubblicità online. Meglio allora concentrarsi su quello che, pur sfruttando i benefici delle convergenze tra Tlc e It e tra software open source e non, interessa specificatamente le imprese (soluzioni basate sui processi aziendali) e che esiste ancora in modo limitato. Ben vengano quindi ancora gli Erp. Ma attenzione a quali, al mercato e alle scelte di go-to-market. Le esperienze Asp di Oracle, Sap e Microsoft, finora, non hanno avuto particolare fortuna perché hanno mirato al mercato delle piccole e medie aziende. Queste, anche se apparentemente possono sembrare le più potenzialmente interessate al software a noleggio, in realtà, proprio perché non hanno al proprio interno specialisti nell’analisi dei processi ed esperti in tecnologie It, hanno tuttora più vantaggi ad acquistare software pacchettizzati, perché questo arriva in azienda con consulenti, esperti in parametrizzazione, tecnici. E a volte è più conveniente chiamare il system integrator locale per risolvere un problema o aggiungere un’applicazione, che imparare a gestire un’applicazione Saas via Web.
La realtà dimostra che le Pmi sono più interessate a utilizzare servizi Web a supporto di processi non core business come il backup, i servizi di comunicazione evoluti, la messaggistica, la sicurezza. Tra i Saas più legati ai processi di business possono per ora fare più breccia in questo mercato applicazioni di Crm o Sales force automation. In questa analisi non consideriamo servizi in outsourcing basati su tecnologie come, per esempio, la gestione del personale o call center, perché più che di Saas si tratta di Business process outsourcing. Come ha affermato recentemente Idc, in questo contesto che prevede la fornitura di software come servizio con un alto livello di granularità e scalabilità, un ruolo crescente lo avranno gli operatori di telecomunicazioni. Player in grado di fare da tramite tra i produttori di applicazioni Saas e gli utenti finali, mettendo a disposizione del sistema le loro reti a banda larga, data center sicuri e ad alta affidabilità, ed eventualmente anche forza commerciale e servizi di fatturazione.


SAAS: DOV'E' IL BUSINESS PER LE TERZE PARTI?

Secondo i grandi software vendor le aziende andranno sempre di più verso la fruizione di Software come servizio. Una preoccupazione di questi colossi è ora riorganizzare il proprio rapporto con l’ecosistema dei partner. Sia Microsoft, sia Oracle e Sap, per citare tre vendor con prodotti che da qualche tempo sono offerti anche hosted, hanno sviluppato dei nuovi accordi e programmi specifici per coinvolgere il canale nella commercializzazione di soluzioni da erogare in ambienti misti on-premise e hosted, o completamente SaaS. Microsoft è forse la realtà che ha la sfida più difficile, perché dispone di molti prodotti diversi che si prestano a una fruizione via SaaS; invece, proprio Microsoft ha già da qualche anno partner specializzati nell’offerta in hosting di server Exchange, Outlook, SharePoint. Negli ultimi tempi l’offerta hosted si è ampliata anche alla suite Office 2007 e altri prodotti. Questi partner offrono ai clienti finali la possibilità di non doversi più preoccupare di effettuare investimenti iniziali importanti per l’hardware e le licenze software, richiedere servizi on-site di installazione e configurazione, effettuare update e preoccuparsi della sicurezza. A tutto ci pensa il partner, che viene remunerato con comodi canoni mensili. Gli utenti finali possono scegliere se fruire di queste soluzioni direttamente da Microsoft o da un rivenditore di fiducia che si occupa di personalizzare le soluzioni, aggiungere applicazioni su misura, offrire la sua server farm e i suoi servizi di monitoraggio delle performance e così via. Questo fornitore di fiducia, e a volte di prossimità, può basarsi a sua volta sui servizi di figure emergenti nell’ecosistema Microsoft che sono i service provider, tipicamente società Tlc o Internet service provider. Questi mettono a disposizione server farm, connessioni a banda larga, sicurezza, formazione e i alcuni casi anche co-marketing. In sintesi, una volta accettata l’ineluttabilità del modello SaaS, e compiuti gli sforzi necessari per rivedere i modelli di business, riqualificare le risorse e investire in nuove infrastrutture, anche con l’avvento del SaaS possono esserci fette di torta per tutti.

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Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.