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Gartner: i 10 errori più comuni sul Cloud e come evitarli

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Analisi

Gartner: i 10 errori più comuni sul Cloud e come evitarli

13 Nov 2014

di Redazione

L’IT-as-a-service, spiega la società di ricerca, continua a soffrire per alcuni “falsi miti” che rallentano la sua adozione e creano timori, impedendone la diffusione ottimale, il cammino dell’innovazione e la realizzazione dei suoi benefici potenziali. Eccoli in rassegna, dal solo risparmio di costi alla sicurezza dei dati, da “il cloud è la virtualizzazione” a “lo facciamo perché l’ha detto il CEO”

Il Cloud Computing continua a soffrire per alcuni “falsi miti” che rallentano la sua adozione e creano timori, impedendo la sua diffusione ottimale, il cammino dell’innovazione e la realizzazione dei suoi benefici potenziali. Lo sostiene Gartner, sottolineando che nonostante ormai ci sia larghissima convergenza sulle definizioni dei vari tipi di servizi Cloud, le diverse prospettive, punti di vista e stati d’avanzamento dei progetti, e l’incessante parlare che se ne fa, generano ancora una certa confusione, non solo nei reparti IT. Per contribuire a chiarire lo scenario, Gartner ha sintetizzato quelli che ritiene i dieci “miti” più pericolosi e fuorvianti.

1) Il Cloud fa risparmiare soldi. Anche se le tariffe stanno calando per i servizi di IaaS (Infrastructure as e Service), questo non vale per tutta l’offerta Cloud, e in particolare per diversi tipi di SaaS (Software as a Service). Inoltre garantire un risparmio sicuro come beneficio di un progetto Cloud può danneggiare un’intera carriera, sottolinea Gartner: «Risparmiare denaro può essere uno dei vantaggi, ma non datelo mai per scontato».

2) Bisogna essere “Cloud” per essere innovativi. Uno dei luoghi comuni più pericolosi è proprio questo, favorito in certi casi dal gran parlare e scrivere che si fa sul Cloud. Alcune organizzazioni IT contribuiscono poi all’equivoco, definendo impropriamente “Cloud” dei progetti per ottenere più facilmente finanziamenti, o per rispondere a richieste ed esigenze non sufficientemente chiare da parte del business.

3) Il Cloud si può usare per tutto. Questo mito è collegato al precedente. Chiaramente ci sono dei casi d’utilizzo in cui il Cloud è fortemente consigliabile, ma non tutte le applicazioni e i workload possono beneficiare di una migrazione in Cloud. A meno di forti riduzioni di costo, per esempio, migrare un’applicazione legacy così com’è non è una buona idea.

4) La strategia Cloud è “l’ha detto il CEO”. Per quanto possa sembrare strano, sono molte le imprese che iniziano a lavorare sul Cloud Computing semplicemente perché lo ordina il CEO. Avere una strategia Cloud però significa qualcosa di ben diverso: fissare gli obiettivi di business, confrontarli con i possibili benefici ottenibili dal Cloud, e mitigare i possibili lati negativi. Il Cloud, sottolinea Gartner, va visto come un mezzo per arrivare a un obiettivo, che deve essere fissato prima di tutto.

5) Il Cloud è una sola tecnologia, e basta un solo fornitore. Invece il Cloud Computing è un insieme molto ampio di livelli tecnologici (IaaS, PaaS, SaaS), servizi, modelli, ambiti d’azione e applicazioni. La strategia Cloud deve prima di tutto allineare obiettivi di business e potenziali benefici, e obiettivi e benefici possono essere estremamente diversi da caso a caso, anche all’interno della stessa azienda: sono questi che devono determinare le iniziative da valutare, più che l’idea di standardizzare tutto su una sola tecnologia o fornitore “a prescindere”.

6) Il Cloud è meno sicuro delle infrastrutture “in casa”. Questo è un classico preconcetto che ormai non ha nessun raffronto concreto nelle analisi dei reali livelli di sicurezza. Storicamente a oggi sono state registrate pochissime violazioni di sicurezza nei Public Cloud, mentre molti di più sono quelli che colpiscono data center privati. È giusto chiedere ai fornitori di Public Cloud tutte le garanzie certificate del caso, ma una volta ottenutole non c’è ragione di ritenere le loro infrastrutture poco sicure.

7) Il Cloud non può coprire processi mission-critical. Il Cloud va adottato con una strategia graduale e valutando caso per caso. È ovvio quindi che i primi approcci non riguardino mai processi mission-critical. Tuttavia molte organizzazioni sono andate oltre i progetti pilota e le sperimentazioni, e utilizzano il Cloud anche per workload di processi strategici. E ci sono anche imprese ormai grandi (non più startup) che sono “cloud native”, e gestiscono interamente il proprio business “nella nuvola”.

8) Cloud significa Data Center. E invece la strategia Cloud non coincide con la strategia Data Center. Nei Data Center non tutta l’infrastruttura è dedicata al Cloud, e occorre valutare bene ogni volta che si sposta qualche carico di lavoro fuori dal Data Center. Decisioni come l’oursourcing o la modernizzazione dei data center, sottolinea Gartner, difficilmente hanno a che fare con la strategia Cloud.

9) Migrare al Cloud assicura tutti i benefici del Cloud. Un tipico errore in questo senso è pensare che utilizzare per esempio un software come servizio garantisca tutti i vantaggi dell’Infrastructure-as-a-service. Le caratteristiche del Cloud non sono transitive. Un’applicazione in hosting nel Cloud non dà gli stessi vantaggi dell’e-mail gestita in Cloud. Ci sono comunque dei benefici di base, per esempio la possibilità di evitare l’acquisto di hardware, ma altri dipendono da progetti, tecnologie e modelli di fruizione.

10) Private Cloud significa Virtualizzazione. La virtualizzazione è una classica tecnologia abilitante per il Cloud Computing, ma non è indispensabile. Non è una condizione necessaria, e neanche sufficiente. Anche se è fatta bene, la virtualizzazione non è Cloud Computing, e questo concetto è fondamentale nelle discussioni sul Private Cloud, che tipicamente si basa su ambienti altamente virtualizzati e automatizzati: «Ma un ambiente altamente virtualizzato e automatizzato – sottolinea Gartner – non è ancora un Private Cloud».

Redazione

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