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Un nuovo modello di distretto

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Un nuovo modello di distretto

19 Dic 2005

di Elisabetta Bevilacqua

L’utilizzo di strumenti e l’adesione a progetti capaci di incrementare la produttività delle relazioni fra imprese,  può contribuire a un nuovo modello di distretto, non più basato sulla vicinanza territoriale. utilizzando tecnologie aperte e non invasive

Una parte importante nel recupero della competitività delle Pmi può derivare dall’aumento di integrazione e di cooperazione a livello di filiera, grazie all’impiego di strumenti Ict, contribuendo a definire un modello di distretto non più basato esclusivamente sulla vicinanza territoriale. Da questa considerazione ha preso l’avvio un incontro organizzato dal centro di competenza Pmi di Assinform, sul tema “Vincere la sfida delle comunicazioni fra le Pmi di filiera”, che ha evidenziato l’esistenza di strumenti e progetti capaci di incrementare la produttività delle relazioni fra imprese, grazie a tecnologie aperte e non invasive, con impegni finanziari a misura di Pmi (spesso si tratta di finanziamenti europei o a livello locale) e rischi ridotti per la singola impresa.

Le esigenze delle Pmi
In settori come il tessile o il metalmeccanico la filiera è composta da centinaia di micro-imprese e da qualche capofiliera; si tratta non di un’eccezione, ma della situazione prevalente nella struttura produttiva italiana per la maggior parte dei settori. Lo afferma, a partire dalla propia esperienza, Matteo Conforti Andreoni, del Politecnico di Milano, socio fondatore di MetalIc (spin-off del Politecnico di Milano, partecipata dalla CCIAA di Como, vedi articolo di ZeroUno n. 282/283 a pag 20), che ci ricorda: “Per il rilancio dell’economia, l’integrazione di filiera è fondamentale. Si tratta di affrontare almeno quattro tipologie di relazioni: grande impresa verso Pmi; network di Pmi (ossia il fenomeno tipicamente italaino del terzismo); gruppi di imprese; interazioni con partner e clienti esteri. Tuttavia questa prospettiva non è adeguatamente supportata dalla grande maggioranza dei software gestionali installati, che non sono pronti per aiutare l’impresa nell’interazione con l’esterno”. Non viene ad esempio supportato l’import/export di dati e, soprattutto, i processi aziendali che ne derivano; prevale invece la volontà di “controllo del cliente”: generalmente viene supportato l’import/export solo verso formati “poveri o proprietari”. Mentre sarebbe necessaria un’infrastruttura tecnologica articolata e in grado di garantire un accettabile livello di servizio. Tuttavia, soprattutto per le imprese più piccole, è difficile affrontare questa sfida a causa di budget di spesa limitati, di carenze culturali in ambito Ict, di scarsa capacità di analisi di processo, di ri-organizzazione dei processi aziendali e di gestione del cambiamento. Non basta offrire una piattaforma software per la digitalizzazione dei rapporti con clienti e fornitori, ma è necessario un supporto di tipo organizzativo.
“È possibile essere competitivi senza produrre necessariamente in Cina, ma sfruttando capacità e tecnologie già disponibili”, è l’affermazione che risponde a una delle principali ossessioni Pmi italiane. A formularla è Fabio Rossi, amministratore delegato di Joinet. Joinet fornisce soluzioni per relazioni di tipo reticolare, tipiche dei distretti, e crea comunità capaci di interagire fra loro in una logica di impresa estesa. Secondo Rossi le imprese sanno che per recuperare competitività non possono più giocare la carta degli sconti da parte dei propri fornitori visto che hanno “raschiato ormai il fondo del barile”. E poiché non sempre è conveniente e privo di rischi cercare fornitori in paesi lontani, non resta che trovare nuovi modelli di relazione. “Nell’ambito della relazione cliente-fornitore, ogni attore deve considerarsi partner dell’altro e i costi della filiera devono essere ottimizzati lungo tutto il percorso, in modo che vi siano margini per tutti”, spiega ancora Rossi. E qui la tecnologia è l’indispensabile supporto alla nuova impostazione organizzativa dell’impresa estesa, come realtà integrata di più attori.
Ma finora “le aziende italiane ‘hanno sofferto’ l’Ict, più che riuscire ad impiegare le tecnologie per trasformarsi”, sostiene Massimo Nini, amministratore delegato di TextileItaly (www.textileitaly.com). Nelle aziende continuano ad essere impiegati metodologie e canali di comunicazione tradizionali che hanno costi elevati: per esempio il costo medio di gestione del singolo documento è 31-34 euro. Questa situazione non può però continuare: nel settore tessile, sostiene Nini, il 20% delle aziende oggi attive è destinato a scomparire, mentre quelle che rimarranno dovranno cambiare modello organizzativo e trovare nuovo valore. Uno degli ambiti dove si possono ottenere i maggiori miglioramenti è proprio nello scambio di comunicazioni con i partner: un’impresa tessile scambia infatti ogni anno dai 5mila ai 20mila documenti per gestire le relazioni con i propri partner produttivi. Forte è infine l’esigenza di standardizzazione, per poter includere tutte le dimensioni di impresa garantendo il minino di invasività, anche se lo standard non può essere assunto come barriera.
Vanno in questa direzione iniziative come Moda-ML (www.moda-ml.org) e TexWeave (www.texweave.org), rivolte al settore tessile abbigliamento che assumono l’integrazione delle Pmi come fattore chiave. “Mentre i formati proprietari limitano lo sviluppo del B2B e della cooperazione interaziendale, gli standard comuni sono un mezzo per creare un mercato elettronico unico europeo” sottolinea Piero De Sabbata, project manager Enea, chairman del CEN-ISSS workshop TexWeave. 


EXTENDED: FARE SISTEMA PER DIGITALIZZARE LE PMI
Le piccole e piccolissime imprese italiane sono spesso caratterizzate da un livello di digitalizzazione molto basso; frequentemente per mancanza di formazione e informazione, diffidenza verso la tecnologia causata dalla bolla della New economy, impossibilità di verificare i benefici reali che derivano dall’introduzione delle tecnologie innovative. Per superare tutti questi ostacoli è nata, dalla collaborazione del Dipartimento di Scienze Aziendali dell’Università di Firenze e Sesa, società Ict di Empoli (www.computervar.it),  che ha finanziato l’attività di ricerca a monte, un’iniziativa di cooperazione denominata Extended. L’obiettivo: individuare il fabbisogno di tecnologie Ict per il miglioramento della competitività. Il progetto ha coinvolto dieci Pmi che sono state sottoposte a indagine da parte del gruppo di ricerca del dipartimento di scienze aziendali, per evidenziare quale avesse le caratteristiche (struttura, posizionamento competitivo e dotazione tecnologica) per le quali emergesse un processo aziendale che l’impiego di tecnologie potesse ottimizzare. Nella fase sperimentale, che ha visto la presenza anche della società di consulenza Kon, per facilitare l’introduzione delle tecnologie Ict con un intervento di consulenza organizzativa, sono state selezionate cinque aziende: una distributrice all’ingrosso di cosmetici, un’azienda di accessori nel settore moda con relazioni internazionali in Cina, un’azienda di confezioni, un distributore di pneumatici e una catena di elettrodomestici-elettronica. Queste hanno sviluppato alcune delle aree di collaborazione/comunicazione verso l’esterno, come automazione forza vendita, acqusizione ordini B2b e B2c, customer service… I progetti in corso sono il primo passo per portare la cultura dell’impresa estesa e per promuovere la digitalizzazione in un’area geografica dove ancora è troppo ridotta, con un ruolo determinante svolto dalle associazioni imprenditoriali che, proprio a partire da questa esperienza, stanno lanciando un programma per la  digitalizzazione. (E.B.)

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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