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Perché trasgredire alle leggi della nostra era digitale

Trovare in una nuova capacità di controllo, di pensiero critico e di esigenza individuale del sapere, il modello di fruizione ottimale delle tecnologie digitali. Cercando di esserne guidati il meno possibile o, peggio ancora, sfruttati, diventando soggetti ideali di condizionamento culturale, politico e commerciale. Un libro per ribadire la centralità della natura umana nell’implacabile sviluppo digitale della nostra società

17 Set 2020

di Stefano Uberti Foppa

Abbiamo una certezza: leggendo il libro “Le cinque leggi bronzee dell’era digitale – e perché conviene trasgredirle – Guerini e Associati” scritto da Francesco Varanini, siamo sicuri di trovarci di fronte a un lavoro che viene da lontano. Da un pensatore, l’autore del volume, che da decenni si muove nel territorio fecondo e complesso della letteratura, da un lato, e delle tecnologie digitali dall’altro. E proprio dall’attingere alla propria curiosità letteraria, anche classica, unitamente a quella di trasformazione sociale e umana dovuta alla diffusione dell’informatica, Varanini arriva a questo lavoro. Che lo schiera, senza indugio (e forse anche in una dimensione un po’ oltranzista), dalla parte dell’uomo, della sua protezione da una tecnologia che ha tradito le sue promesse di liberazione per continuare, secondo le ferree leggi del controllo e della prevaricazione, un percorso incominciato con l’Illuminismo, la Rivoluzione Scientifica e Tecnica, la Rivoluzione Industriale.

Con interessanti e provocatori riferimenti a Leopardi e Goethe, ai filosofi greci, ai principali pensatori e innovatori nelle arti, nella tecnologia e nel pensiero degli ultimi secoli, Varanini ci conduce in un viaggio a sostegno della propria tesi, rafforzata con le parole, attualizzate, del Poeta di Recanati, che così guarda all’avvento dell’Industria dell’Ottocento: “Chiunque avrà impero e forze (chi disporrà del potere: la classe dominante), che agisca in modo coordinato o in ordine sparso, ne abuserà…E non cancelleranno questa legge né Volta (Alessandro) né Davy (chimico inglese) con tutta la loro energia elettrica, né l’Inghilterra con le sue macchine, né il nuovo secolo con la sua fiumana di scritti politici e tecnici…”, tracciando una continuità e un perfetto allineamento a questa legge da parte degli interpreti originari (Turing e Shannon) e attuali (Jobs, Zuckerberg, Bezos…) della scienza informatica e della rivoluzione digitale in atto nella nostra società.

È il grandissimo filone del pensiero critico sulla tecnologia, anche di recente arricchitosi del notevole contributo di Shoshana Zuboff, docente alla Harvard Business School e da decenni studiosa dell’impatto tecnologico sui meccanismi della società e sulle persone. Nel suo saggio “Il capitalismo della sorveglianza”, la tesi è che un’architettura globale tecnologica di sorveglianza, controlla e indirizza i nostri comportamenti per favorire gli interessi di pochissimi, quelle élites in grado di gestire e analizzare in nostri dati personali dai quali derivare ipotesi di comportamento da sfruttare sia a livello economico sia di potere.

Ma il libro di Varanini resta sempre ancorato al rapporto con l’uomo, alla sua centralità e alla sua inconscia necessità di sottostare al concetto di Legge Divina o di Natura, forza incombente che domina e sottomette, promulgata da un entità che ci sovrasta e alle cui leggi ci troviamo a sottostare, cosa che in fondo – si dice nel libro – in parte apprezziamo perché ci sgrava, fino ad un certo punto, da un livello di responsabilità. Da qui Varanini parte per la descrizione delle cinque leggi bronzee (Ti arrenderai a un codice straniero – Preferirai la macchina a te stesso – Non sarai più cittadino, sarai suddito o tecnico – Lascerai alla macchina il governo – Vorrai essere macchina) alle quali, come recita il sottotitolo del libro, sarebbe bene trasgredire per non perdere la nostra dimensione umana e la capacità di critica.

È senz’altro un libro di resistenza, del rifiuto del prevalere del push sul pull, un’esortazione a ribellarsi alla costruzione di una dimensione digitale in cui il proprio profilo di utilizzo di app e servizi viene costantemente alimentato da notifiche e da messaggi che costruiscono un universo sicuro per ognuno di noi, ma fragile nell’inesorabile isolamento culturale e di limitato confronto e contaminazione che crea con il diverso e l’altro.

Il “nuovo” va piuttosto ricercato sulla base di una dimensione umana e culturale personale e non massificata, evitando di diventare punto terminale di una tecnologia che attraverso il controllo dell’informazione annulla le specificità individuali e umane, in un processo di omologazione “a cluster” sui quali è possibile intervenire con condizionamenti politici, culturali, commerciali.

La posizione è netta: strumenti (digitali) di potenziale liberazione stanno trasformandosi in “strumenti di dominio in mano a una tecnocrazia orientata a trasformare i cittadini in meri utenti di servizi strettamente preconfigurati. Siamo costretti ad ammettere che l’era digitale è, oggi, il tempo del più feroce e schiacciante dominio della Legge. È l’era di un tradimento. Ma non c’è motivo di arrendersi, serve una denuncia. Leopardi ci mostra la strada…” indicandoci come dietro l’apparente novità tecnologica si nasconda il potere e l’oppressione di sempre. C’è una speranza: Varanini ben conosce il valore di un utilizzo “umanistico”, bilanciato e controllato della tecnologia.

Ed è un valore che potrebbe essere trasmesso non soltanto ai “boomers” interessati a queste disquisizioni tecno-sociali, i quali sono già vaccinati e protetti, per strutturale incapacità e storia culturale, nei confronti delle tecnologie digitali, ma soprattutto ai giovani, convinti come sono dell’ineluttabilità di un rapporto quotidiano (di dipendenza) con le tecnologie che credono di controllare, non ponendosi nemmeno il dubbio di esserne vittime e soggetti di consumo. Come sempre, con Varanini, si mette in moto il pensiero. Poi ognuno potrà trovare la propria corretta declinazione e sfumatura digitale, ma magari con una nuova consapevolezza. Da leggere.

Stefano Uberti Foppa

Digital innovation influencer

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, è stato direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360, fino al febbraio 2019. Oggi è una delle principali firme del magazine.

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