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Il governo della trasformazione digitale, tra modelli organizzativi e partnership pubblico-privato

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Attualità

Il governo della trasformazione digitale, tra modelli organizzativi e partnership pubblico-privato

Il ruolo svolto dalla PA durante l’emergenza Covid19 ne ha evidenziato le potenzialità per guidare la trasformazione digitale del Paese, ma ne ha messo in risalto anche i molti limiti, che vanno rapidamente superati. È infatti indispensabile un PA digitale e in piena forma per poter cogliere l’opportunità irripetibile fornita da grandi quantità di fondi da investire (in buona parte a fondo perduto) con il piano ripresa e resilienza, in fase di definizione finale mentre scriviamo.

27 Apr 2021

di Elisabetta Bevilacqua

Tenendo conto che l’Europa investirà in modo sempre più significativo sulla trasformazione digitale degli stati membri, la PA è chiamata ad aiutare il Paese nella capacità di spesa “buona” nel digitale, un ruolo esercitato con risultati modesti nella precedente programmazione europea (2014-2020). A fine 2020 era stato speso solo il 35% dei 3,6 miliardi di euro assegnati all’Italia, l’importo maggiore in termini di fondi strutturali per l’agenda digitale fra i paesi UE, come registra l’Osservatorio Agenda Digitale del Politecnico di Milano, fonte anche dei dati successivi. La responsabilità della scarsa performance ricade non solo sull’Amministrazione centrale, ma anche sulle Regioni, competenti per il 57% dei fondi, che a loro volta hanno avuto comportamenti molto differenziati.

L’attuale occasione non può essere sprecata se l’Italia vuole superare il gap di digitalizzazione registrato dall’indice DESI (Digital Economy and Society Idex) che ci vede oscillare da anni attorno alla 25-esima posizione, fra i 27 Paesi dell’Unione. Per il recupero saranno necessari interventi strutturali (che i fondi a disposizione consentirebbero) e il superamento nei divari del livello di digitalizzazione delle diverse Amministrazioni sia di tipo territoriale sia per tipologia e dimensione.

Modelli organizzativi e collaborazione fra funzioni per la co-creazione e il coinvolgimento

In positivo va detto che sulla governance dell’innovazione digitale l’Italia si è dotata di strategie chiare, coerenti tra loro e con diversi indicatori in grado di misurarne l’attuazione.

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È il caso del Piano Italia 2025, formulato in era pre-Covid, che prevedeva 20 azioni per migliorare il posizionamento DESI con risultati e scadenze definite ma che non è più attuale alla luce di quanto accaduto nell’ultimo anno. Mentre il Piano triennale per l’informatica 2020-2022 prevede risultati definiti per gran parte dei quali sono stati individuati indicatori e target precisi per i prossimi anni. La sfida in questo caso è il coinvolgimento degli attori: in primo luogo i responsabili per la transizione al digitale delle amministrazioni centrali e locali (circa 6200 già nominati), gli sviluppatori e designer di servizi pubblici. Una cultura della co-progettazione dovrebbe però includere gli utenti finali (dipendenti pubblici, cittadini e imprese) destinatari dei servizi, condizione un’adozione di successo. Va anche sottolineato che solo il 36% dei comuni italiani ha nominato il proprio Responsabile per la Transizione al Digitale e, tra questi, meno di un terzo possiede competenze digitali specifiche.

Il tema delle competenze resta una delle maggiori criticità, strettamente correlato all’età media elevata (oltre i 50 anni) dei dipendenti pubblici, dove solo il 3% ha meno di 30 anni e alla scarsa formazione, con 1,02 giorni l’anno a persona (fonte FPA Annual Report 2020). Tutto ciò non ha impedito alla PA di continuare a fornire i servizi durante la pandemia grazie al lavoro a distanza, un’esperienza che ha coinvolto circa 1,8 milioni lavoratori pubblici, il 90% dei quali lo sperimentava per la prima volta, mostrando dunque capacità di innovazione e capacità di reazione all’imprevisto.

Per passare da soluzioni di emergenza a soluzioni strutturali, serve però la capacità di gestire grandi progetti contando su una governance dell’innovazione strutturata, con conseguenze culturali, tecnologiche e organizzative. Andrebbe ad esempio superata una volta per tutte la cultura dell’adempimento, condizione affinché il lavoro agile (sintetizzato nel POLA) diventi un impulso alla digitalizzazione della PA. Serve però una nuova organizzazione del lavoro per obiettivi (anziché basata sul tempo), con il ridisegno della macro-struttura organizzativa e una nuova per leadership collaborativa, capace di gestire i feedback.

Tutti questi cambiamenti richiedono tempo, mentre l’attuale situazione impone di iniettare rapidamente tecnologie e competenze nel corpo della PA, anche attraverso partnership pubblico-privato.

L’impulso alla digitalizzazione passa per una nuova partnership pubblico-privato

Questo aspetto non è però privo di criticità. La prima riguarda il mondo dell’offerta digitale per la PA, caratterizzato da scarsa concorrenza e troppa concentrazione in pochi attori. Solo il 15% dei fornitori di ICT presenti sul mercato italiano collabora infatti con la PA, mentre nel caso della spesa recente, relativa a SPID, ANPR e pagoPA, i primi 10 fornitori concentrano 60% della spesa. Questi dati fanno supporre che sono tagliate fuori, dalle condizioni imposte per lavorare con la PA, molte imprese ICT, spesso più innovative. Per migliorare la qualità e la varietà dell’offerta, sviluppando maggior concorrenza, servirebbe una domanda pubblica più competente, capace di progettualità e managerialità. Non basta a tale fine aumentare il numero degli informatici (anche se un incremento di ruoli tecnici non guasterebbe); servirebbe la diffusione di cultura digitale attraverso il dialogo fra le funzioni coinvolte nei diversi progetti, con il superamento dei silos funzionali attraverso la creazione di gruppi multidisciplinari.

Un secondo aspetto, particolarmente critico in questa fase, riguarda i tempi ancora troppo lunghi delle gare nonostante il miglioramento riscontrato (dai 167 giorni del 2012 agli 80 nel 2019) probabilmente anche grazie al ruolo svolto da Consip che gestisce tutte le gare relative al digitale. La pandemia ha in parte rallentato l’attuazione della normativa sui contratti pubblici che, a 4 anni dalla pubblicazione, attende ancora quasi metà dei provvedimenti attuativi necessari a renderla pienamente operativa. La PA è dunque in difficoltà nel dialogo con l’offerta, soprattutto nel settore digitale, dove per svolgere in ruolo da protagonista dovrebbe contare su regole chiare, condizione per una partnership pubblico-privato win-win.

Per vincere la sfida che l’attende, la PA non ha bisogno però di un’ennesima riforma globale ma di rinnovamento, coinvolgimento delle persone e capacità di attrarre giovani talenti, per riuscire a spendere meglio nel digitale, sperimentando nuove soluzioni e favorendo una partnership pubblico-privato di qualità.

Su queste tematiche sarà possibile confrontarsi nel prossimo Forum PA (21-25 giugno 2021), in particolare nel Talk Il governo della trasformazione digitale, tra modelli organizzativi e partnership pubblico-privato che si svolgerà in diretta streaming il 25 giugno dalle 11:00 alle 13:00

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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