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Clima-energia: il pacchetto della discordia

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Clima-energia: il pacchetto della discordia

03 Feb 2009

di Redazione

175 miliardi di euro all’anno entro il 2020: è quanto la Commissione Europea propone di stanziare per combattere il cambiamento climatico. Con gli Usa di Obama entrati nella lista dei “buoni” in tema ambientale, la strategia internazionale a favore dell’ambiente sembra avere nuovo impulso. L’Europa ha già fatto un bel passo avanti con il pacchetto clima-energia approvato lo scorso dicembre che prevede di ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili. E l’Italia? Il nostro paese non è certo all’avanguardia in quanto a politica ambientale, come ha dimostrato nel serrato braccio di ferro con il Parlamento europeo proprio in occasione dell’approvazione del pacchetto

175 miliardi di euro all’anno entro il 2020, di cui 30 miliardi destinati ad aiutare i Paesi poveri e 95 miliardi indirizzati alle economie emergenti come Cina, India e Brasile: è questo l’investimento sull’ambiente che la Commissione Europea propone e che sottoporrà all’attenzione di un vertice dei 27 nel prossimo marzo. Lo ha annunciato lo scorso 28 gennaio il commissario europeo all’Ambiente Stavros Dimas (nella foto a sinistra) che, in uno scenario che vede la politica ambientale statunitense di Obama fare una sterzata a 180° rispetto a quella di Bush, chiede a Washington di unirsi all’Europa in una accelerazione del percorso che porta al rinnovo del Protocollo di Kyoto, il cui primo appuntamento decisivo è la conferenza in programma a dicembre a Copenaghen.
Se a livello internazionale, grazie anche alla nuova posizione americana, l’attività sui temi ambientali ferve e sembra essere partita una gara per chi è più “verde”, a livello italiano il “pacchetto clima-energia” approvato lo scorso 17 dicembre dal Parlamento Europeo continua a scatenare malumori e dissensi nella comunità economica e politica italiana. A far discutere questa volta è lo studio “Definire le misure più efficaci per la lotta al cambiamento climatico”, commissionato da Enel e presentato da McKinsey nel corso del convegno “Il contributo dell’Italia nella lotta al cambiamento climatico”, organizzato da Confindustria a Roma lo scorso 22 gennaio.
Svolto nella primavera-estate 2008, lo studio sostiene che al 2020 l’Italia riuscirà ad abbattere le emissioni di CO2 rispetto al 2005 al massimo del 9%. In sostanza, sostengono gli estensori del rapporto, l’obiettivo posto dal pacchetto clima-energia del Parlamento Europeo è irraggiungibile per l’Italia, dice sempre McKinsey, senza un massiccio ricorso al Clean Development Mechanism (quote di scambio di emissioni con i paesi in via di sviluppo),  allo sviluppo di tecnologie rinnovabili e al nucleare.
Naturalmente lo studio ha ridato voce a chi ha mal digerito le decisioni europee, infatti  il direttore generale del Ministero dell’Ambiente, Corrado Clini, nel corso dell’incontro ha approfittato della presentazione dei dati McKinsy per affermare la necessità di posticipare al 2030 gli obiettivi, dichiarando che l’Italia “dovrebbe cominciare da subito a far valere la clausola di revisione del Pacchetto Ue, senza aspettare il 2010”.
Ma Edoardo Zanchini, responsabile energia di Legambiente, ribatte così a queste dichiarazioni:  “Lo studio  è stato commissionato in un’ottica pre-pacchetto clima, e non tiene conto degli obiettivi definitivi, ma soprattutto non considera che si tratta di impegni già presi. Una sorta di lavoro a tesi, per tentare di negoziare sul pacchetto 20-20-20 e far sembrare necessario il nucleare. La strategia intelligente e vincente è invece quella che si basa sulla comprensione delle grandi opportunità che l’appuntamento al 2020 offre a chi saprà sfruttarle, puntando sull’innovazione e sulla riconversione eco-sostenibile della produzione e dell’economia”.

Il pacchetto-clima energia del Parlamento europeo
Votato dopo undici mesi di lavoro legislativo e un infuocato dibattito che ha visto l’Italia protagonista di un serrato braccio di ferro con il Parlamento, il pacchetto clima-energia fissa gli obiettivi europei per il 2020 (rispetto ai valori del 2005): ridurre del 20% le emissioni di gas a effetto serra, portare al 20% il risparmio energetico e aumentare al 20% il consumo di fonti rinnovabili.
Si tratta del famoso obiettivo 20-20-20 che rappresenta la media europea prefissata, ma che è stato poi declinato in obiettivi nazionali.
Il pacchetto si focalizza su sei aspetti che riassumiamo brevemente.
Sistema di scambio delle emissioni di gas a effetto serra (Ets) – Viene previsto un sistema di aste, a partire dal 2013, per l’acquisto di quote di emissione, i cui introiti andranno a finanziare misure di riduzione delle emissioni e di adattamento al cambiamento climatico; il pacchetto prevede però che le industrie manifatturiere che sono a forte rischio di delocalizzazione, a causa dei maggiori costi indotti dal sistema, potranno beneficiare di quote gratuite fino al 2027. Nel 2010 si procederà a un riesame del regime.
Ripartizione degli sforzi per ridurre le emissioni – Vista l’impossibilità di raggiungere un accordo per una indiscriminata riduzione del 20% per tutti i paesi, il pacchetto ha definito obiettivi nazionali di riduzione (per l’Italia 13%), prevedendo anche la possibilità per gli Stati membri di ricorrere a parte delle emissioni consentite per l’anno successivo o di scambiarsi diritti di emissione. Dato che per alcuni settori, come il trasporto stradale e marittimo o l’agricoltura, non è ammesso lo scambio di quote, in questi casi la percentuale di riduzione è stata portata al 10%. Sono inoltre previsti crediti di quote per progetti realizzati in paesi terzi (il ricorso al Clean Development Mechanism) e in caso di superamento dei limiti sono previste delle misure correttive.
Cattura e stoccaggio geologico del biossido di carbonio – E’ stato istituito un quadro giuridico per lo stoccaggio geologico eco-sostenibile di biossido di carbonio con la finalità di contribuire alla lotta contro il cambiamento climatico. Fino a 300 milioni di euro, attinti dal sistema di scambio di emissioni, finanzieranno 12 progetti dimostrativi, mentre le grandi centrali elettriche dovranno dotarsi di impianti di stoccaggio sotterraneo.
Aumento dell’utilizzo di energie rinnovabili – Per garantire che, nel 2020, una media del 20% del consumo di energia dell’UE provenga da fonti rinnovabili sono stati definiti obiettivi nazionali (17% per l’Italia); anche in questo caso nel calcolo potrà essere inclusa l’energia prodotta nei paesi terzi. La direttiva fissa poi al 10% la quota di energia "verde" nei trasporti, ma precisa che il riesame delle misure nel 2014 non dovrà intaccare gli obiettivi generali.
Riduzione del CO2 prodotto dalle auto – Il Parlamento ha approvato un regolamento che fissa il livello medio di emissioni di CO2 delle auto nuove a 130 g CO2/km a partire dal 2012, da ottenere con miglioramenti tecnologici dei motori. Una riduzione di ulteriori 10 g dovrà essere ricercata attraverso tecnologie di altra natura e il maggiore ricorso ai biocarburanti. Viene stabilito anche un obiettivo di lungo termine per il 2020 che fissa il livello medio delle emissioni per il nuovo parco macchine a 95 g CO2/km. Sono previste "multe" progressive per ogni grammo di CO2 in eccesso, ma anche agevolazioni per i costruttori che sfruttano tecnologie innovative e per i piccoli produttori.
Riduzione dei gas a effetto serra nel ciclo di vita dei combustibili – Sono state inoltre fissate specifiche tecniche per i carburanti, con un obiettivo di riduzione del 6% delle emissioni di gas serra prodotte durante il ciclo di vita dei combustibili, da conseguire entro fine 2020 ricorrendo, ad esempio, ai biocarburanti. L’obiettivo potrebbe salire fino al 10% mediante l’uso di veicoli elettrici e l’acquisto dei crediti previsti dal protocollo di Kyoto.

La posizione dell’Italia
Sostenendo che l’accordo era “segnato da un’impronta eco-ideologica e privo di qualsiasi criterio di sostenibilità economica”, il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo si era apposta duramente alla firma della versione dell’accordo portata alla discussione del Parlamento. Le principali richieste del governo italiano, che è arrivato addirittura a minacciare il diritto di veto, sono state: richiesta di una clausola di revisione che consentisse di abbassare gli obiettivi per la quota di energia da ottenere con le rinnovabili; richiesta di quote di emissione gratis per le nostre industrie siderurgiche e per i settori cartario, ceramico e del vetro oltre a una maggiore flessibilità per il termoelettrico; ma soprattutto rifiuto dell’adeguamento automatico dal 20% al 30% di riduzione delle emissioni entro il 2020, il testo infatti inizialmente prevedeva che, nel caso venisse raggiunto un accordo internazionale in questa direzione nella Conferenza di Copenaghen  del prossimo dicembre (prima tappa del processo post-Kyoto), l’Unione Europea si sarebbe adeguata automaticamente alla decisione senza passare da un’ulteriore approvazione del Parlamento Europeo.
Il compromesso raggiunto ha visto accogliere in parte le richieste italiane.
E’ stato infatti eliminato l’automatismo dell’adeguamento dal 20 al 30% e questo, se verrà raggiunto un accordo internazionale in merito nel corso della Conferenza di Copenaghen, si farà in base ad una proposta della Commissione europea nel marzo 2010, che dovrà essere approvata con procedura di co-decisione fra Consiglio Ue ed Europarlamento; le eventuali misure di adeguamento entreranno in vigore solo dopo l’entrata in vigore del trattato internazionale.
Con l’ampliamento della lista dei settori a rischio di delocalizzalizzazione, che beneficiano di quote di CO2 gratis, è stata parzialmente accolta la richiesta relativa ai settori industriali di maggiore interesse per il nostro paese.
Nessuna deroga è stata ottenuta al pagamento del 100% delle quote di emissione del settore termoelettrico; le uniche eccezioni previste in questo settore riguardano infatti solo i paesi dell’Est Europa.
Bisogna comunque sottolineare che l’accordo è già favorevole all’Italia su un punto molto importante che riguarda l’anno di riferimento per il calcolo della riduzione delle emissioni: in base agli obiettivi di Kyoto, infatti, l’Italia doveva ridurre nel periodo 2008-2012 le proprie emissioni del 6,5% rispetto al 1990, mentre le ha aumentate del 9,9%; prendere come anno di riferimento il 2005, come è stato fatto dal Parlamento Europeo, significa dunque “abbonare” all’Italia le gravi inadempienze in materia ambientale degli ultimi anni.

Redazione

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