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EnLabs, la fabbrica delle startup

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EnLabs, la fabbrica delle startup

11 Set 2014

di Elisabetta Bevilacqua

Con l’intervista ai protagonisti di questo importante acceleratore prosegue il viaggio di ZeroUno per raccontare le strutture che supportano le startup con finanziamenti e mentorship. La startup factory EnLabs, ha una visione chiara: selezionare le realtà più promettenti in campo digitale, sostenerle finanziariamente per accelerarne la crescita, ospitarle nelle prime fasi di vita, favorire l’exit creando occasioni di incontro con investitori e imprese.

 “L’incontro fra le startup e le corporation è fondamentale per almeno tre ragioni: per le nuove aziende rappresenta un’occasione di incontro con potenziali clienti e dunque un primo contatto con il mercato; per le imprese può essere uno strumento per portare in casa l’innovazione; ne possono nascere occasioni di exit attraverso acquisizioni, ma anche opportunità di iniezioni di capitali e di espansione grazie ad accordi commerciali – sostiene Luigi Capello, Fondatore di Luiss EnLabs e Amministratore Delegato di LVenture Group, che aggiunge – Le grandi aziende  rappresentano un tassello essenziale per la creazione dell’ecosistema startup”.

Augusto Coppola, Direttore di EnLabs

LVenture Group, il fondo quotato che raccoglie i capitali da investire nelle startup, ha creato EnLabs srl che detiene le competenze su come selezionare e far crescere le nuove aziende e che ricorre ad alleanze sul territorio per potenziare la propria missione. Dalla partnership con l’Università Luiss è nato l’acceleratore Luiss EnLabs situato a Roma.

Come spiega Augusto Coppola, Direttore di EnLabs e responsabile del programma di accelerazione di Luiss EnLabs,  che consente a LVenture di recuperare con un’adeguata remunerazione gli investimenti fatti nelle startup, il programma è fondamentale per sostenere il modello di business del Gruppo. “L’iniziativa Luiss EnLabs prevede un investimento di 60mila euro in ciascuna delle startup selezionate nei due programmi di accelerazione annuali a fronte di una partecipazione del 10%; abbiamo a disposizione altri 200mila euro da investire nel caso si presentino altri investitori per non diluire troppo la nostra quota – spiega Coppola – Il programma prevede che dopo 5 mesi le startup siano in grado di trovare i primi clienti e fare le prime fatture. Questo non significa ancora autosostenersi, ma nell’arco di 4-5 anni la startup deve crescere e le quote investite recuperate o attraverso la vendita dell’azienda o grazie all’intervento di nuovi investitori che liquidano i precedenti”. La terza opzione, quella della quotazione in Borsa, pur auspicabile, raramente si riesce a realizzare.

Apprezzate dal mercato
Per ridurre i rischi, EnLabs punta su startup digitali anche in fase iniziale, ma con un team robusto anche se non completo e un prototipo realizzato: “Questa condizione serve per dimostrare che il team sta lavorando e che è in grado di realizzare quanto dichiara di saper fare – precisa Coppola – Il team deve essere anche capace di far capire la dimensione del mercato e le sue opportunità, mentre non è necessario, in fase di selezione, un business plan”.
Da quando esiste Luiss Enlabs, tutte le startup selezionate sono riuscite, al termine del programma di accelerazione, a trovare nuovi investitori, grazie alla capacità di dimostrare di essere apprezzate dal mercato, nonostante una certa diffidenza delle imprese italiane verso le startup.
“Nei paesi a più alto tasso di innovazione, come Stati Uniti e Israele, le aziende dichiarano di riuscire a innovare grazie all’acquisizione dell’innovazione dall’esterno  – ricorda Coppola – Quando le aziende crescono, si concentrano infatti soprattutto sul controllo del processo ed esplorano soprattutto le opportunità già presenti, mentre l’innovazione è anarchica; l’unico modo per portarla all’interno è che l’azienda si lasci contaminare da esperienze esterne. In Italia la diffidenza nasce anche dal fatto che si è passati dal non parlare affatto di startup a metterle al centro dell’attenzione quasi a farle sembrare una moda”.
Ma è quando chiediamo a Coppola quali siano gli interlocutori aziendali più sensibili all’innovazione che può arrivare dalle startup che arrivano le sorprese: “I responsabili dell’Ict sono i principali ostacoli all’innovazione – sostiene in modo netto il top manager  – Nella mia esperienza ho verificato che anche quando si riesce a convincere il responsabile del marketing che la soluzione di una startup lo può aiutare a migliorare le performance aziendali, il principale ostacolo viene dal Cio. Il suo problema non è infatti aumentare i clienti, ma garantire il funzionamento dell’It e l’inserimento di una startup viene percepito molto spesso come destabilizzante. Il risultato, almeno ad oggi, è stata la realizzazione di grandi contratti di system integration con grandi fornitori, ma una scarsa attenzione alle soluzione innovative che provengono dalle nuove realtà”. Fortunatamente qualcosa, anche nell’It, sta cambiando. Ma lasciamo ai nostri lettori, in particolare alle persone dell’It aziendale, il diritto di replica.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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