Come sfruttare i benefici dell’intelligent edge

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Come sfruttare i benefici dell’intelligent edge

L’edge computing è strettamente connesso allo sviluppo dell’IoT, volto ad aumentare l’efficienza e la flessibilità aziendale in un mondo sempre più imprevedibile e far fronte alla carenza di competenze e risorse qualificate. La sua precisa definizione è complessa ed è strettamente correlata agli obiettivi da raggiungere e al valore da attribuire ai tempi di reazione e alla latenza accettabile. Lo evidenziano le esperienze di aziende tecnologiche che ne hanno discusso all’interno di “Global Media & CxO Summit”, evento annuale organizzato da NetEvents, a San Jose (CA) nel cuore di Silicon Valley

Pubblicato il 20 Apr 2023

di Elisabetta Bevilacqua

Nonostante la sfida della carenza di chip, l’aumento dei tassi di interesse e dell’inflazione, la spesa in IoT sta aumentando in modo costante destinato a proseguire, come evidenzia una survey internazionale realizzata da John Canali Principal Analyst IoT di OMDIA, gruppo di ricerca nel campo della tecnologia che ha inglobato diversi istituti fra cui Ovum. Mentre nel 2020 il 50% delle organizzazioni intervistate aveva investito oltre 500mila dollari in soluzioni IoT, erano il 65% nel 2021 e il 75% nel 2022.

Le imprese impiegano una grande varietà di applicazioni connesse a IoT in più settori come logistica e supply chain, trasporti, manifatturiero, retail, alberghiero, energia e utility, agricoltura, settore pubblico e sanità, con impieghi come il tracciamento degli asset (in movimento e fissi), l’analisi predittiva, il controllo e la gestione remota dei dispositivi.

Secondo la ricerca OMDIA, l’edge computing (già in uso per circa un terzo delle imprese) compare fra le grandi priorità del futuro insieme a open API, 5G e machine learning, mentre analytics e multi-cloud sono le principali priorità di breve termine. L’edge sarà finalizzato soprattutto ad abilitare l’elaborazione rapida della crescente quantità di dati IoT al livello del dispositivo o del gateway, per ridurre la latenza e la necessità di storage.

Partiamo dalla definizione di edge computing

La successiva tavola rotonda si è focalizzata sul ruolo che l’edge computing potrà svolgere, a partire dalla sua stessa definizione, più complessa di quanto possa sembrare a prima vista e strettamente connessa alla focalizzazione degli interlocutori.

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“Penso che la nostra definizione sia piuttosto semplice sui bordi dell’edge, dove i dati vengono utilizzati vicino al punto di creazione per creare il valore in tempo all’azienda”, sostiene Anit Lohtia, CTO, 5G Strategy Lead, Dell Technologies, precisando però che ci sono diversi tipi di edge (near edge o far edge) che dipendono dalla latenza tollerabile, dai pochi microsecondi, nel caso della guida autonoma fino ad alcuni millisecondi per attività real time di altro genere. “Ognuno di questi edge ha le proprie caratteristiche in termini di rete, hardware, storage e viene fornito con un diverso insieme di requisiti” precisa. “Tutto deriva dal problema che si sta cercando di risolvere, dal perché è necessario agire in tempo reale e quanto ‘veloce’ è quel tempo reale”.

Spirent, concentrandosi principalmente sulle telecomunicazioni, sui fornitori di servizi e sulla connettività, ha iniziato a guardare più recentemente all’edge come abilitatore per nuove applicazioni che saranno un’estensione di ciò che viene genericamente indicato come “cloud telco”. “Di conseguenza non siamo realmente concentrati sulla tecnologia aziendale, di per sé, ma sulla la convergenza fra calcolo distribuito e rete distribuita che abiliteranno le applicazioni multi cloud”, sostiene Marc Cohn, Principal Technology Strategist.

Per Tata Communications, edge computing si configura come la combinazione fra le attività di elaborazione a livello del dispositivo in locale, più vicino agli utenti, collocato in qualche luogo intermedio o nel cloud. I casi d’uso variano molto in termini di esigenze dell’azienda e della scelta di dove elaborare, dove archiviare dove accedere. Di fatto non c’è una chiara definizione di cosa sia edge e dove si trovi. “Per noi il tema è come orchestrare elaborazione e memorizzazione, come la connettività on demand, come scalare verso l’alto e verso il basso”, precisa Vikas Tandon, AVP – Product Management & IoT.

“Il modo in cui ci piace descrivere l’edge è come il luogo dove viene svolto il lavoro”, sottolinea Tom Bianculli, CTO, Zebra Technologies, che punta a fornire un vantaggio ai lavoratori in prima linea, fornendo loro visibilità, potenziandoli con la mobilità e l’analisi dei dati in tempo reale. Nel mondo retail e in quello della sanità, per esempio, per l’utente finale, l’edge è dove il pacco viene consegnato, dove lo scaffale viene rifornito, dove al paziente viene somministrato il farmaco. Il CIO deve invece preoccuparsi dell’infrastruttura e di supportarla nell’ambiente in cui l’edge si colloca realmente: il negozio stesso, il magazzino, la struttura sanitaria.

L’evoluzione delle tecnologie di comunicazione sta ridefinendo l’edge?

Ancora una volta sono in gioco così tante variabili (requisiti di copertura, di prestazione, per i dati e la loro modalità di archiviazione, normativi e di governance) connesse all’uso delle tecnologie IoT che servirà una metodologia per affrontare le architetture ibride. Secondo Cohon, coesisteranno infatti le diverse tecnologie, per tener conto della presenza di un patrimonio un legacy, mentre emergeranno, sempre sulla base delle esigenze operative, altre tecnologie wireless.

Riportando la discussione al punto di vista del cliente, che vede la tecnologia come un mezzo per ottenere un risultato, Bianculli sottolinea che vanno analizzati i singoli casi d’uso e il punto di partenza. Diversa è la situazione in un negozio al dettaglio, dove ci sono già reti distribuite, wi-fi e fibra, e quella di un ambiente di produzione, privo di connessioni, dove si sta puntando all’automazione. Nel primo caso si sfrutterà la connessione esistente, per inserire ad esempio un sistema di smart vision finalizzato alla visibilità dell’inventario, nel secondo è preferibile puntare al 5G o a una rete privata. “Per fare una scelta intelligente si deve partire dal risultato che si vuole ottenere, per poi lavorare a ritroso sul livello di sicurezza dei dati, sulla collocazione dell’edge rispetto al cloud, avendo considerato il punto di partenza in termini di legacy e di backbone aziendale, spesso molto differenti nei diversi mercati verticali”, suggerisce.

Il tema manufacturing stimola Lohtia, che porta l’esperienza di Dell e dei suoi numerosi siti di produzione con due esempi che mostrano la necessità di una rete mobile abbastanza avanzata per soddisfare lo specifico caso d’uso. Un caso è quello di un veicolo a guida autonoma impiegato in uno stabilimento bloccato a causa dei punti ciechi della rete wi-fi impiegata. La soluzione potrebbe essere passare a una rete mobile 5G, ma sarebbe comunque sufficiente la pianificazione di una copertura a radio frequenza che non presenti gap di copertura. L’altro caso è quello di una stazione di test, multimilionaria, fissa perché collegata con un cavo ethernet che per essere spostata necessita di una connessione gigabit sicura e affidabile che 5G può fornire. L’aumento del 30% dell’efficienza conseguito può ripagare l’investimento in sei mesi.

Tandon suggerisce infine alle aziende una visione di lungo periodo sfruttando la promessa del 5G di non limitarsi a connettere qualche centinaio o al più migliaio di dispositivi all’interno di un’isola aziendale ma di far interoperare milioni di dispositivi, per una visibilità in tempo reale delle risorse, delle persone, dei processi e dei risultati. “Sarà a quell’architettura di rete globale complessiva che l’azienda deve guardare, per rispondere all’esplosione sul numero di dispositivi rispetto al numero di endpoint che l’azienda ha oggi”, sostiene Tandon.

Tuttavia, la conclusione è non tanto la tecnologia di trasmissione, sia essa 4G, 5G, wi-fi o Zigbee, a guidare quanto il problema aziendale che si sta cercando di risolvere e la ricerca del modo più efficiente per farlo.

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Elisabetta Bevilacqua

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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