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Soa: all’interno del mito

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Soa: all’interno del mito

19 Dic 2005

di Giampiero Carli Ballola

La Soa si annuncia come l’architettura di riferimento per l’It dell’impresa competitiva, ma realizzarne le promesse non sarà nè facile nè breve. Quello che è certo è che per l’offerta è una grande occasione ed i vendor globali, a partire da Ibm ed Hp, vi stanno impegnando tutte le loro risorse

La mitica Soa è dunque alle porte. Ma, ad oggi, non si riesce ancora a cogliere, dalla quantità di eventi che si susseguono sul tema, quel ‘filo rosso’ che ci faccia capire quando oltrepasserà la soglia delle promesse tecnologiche per diventare davvero ‘mainstream’. Sintomatica, ad esempio, la prudenza espressa da Gartner, che sulla Soa oggi si limita al compito, peraltro fondamentale in questo momento, di ribadirne i concetti e le definizioni ed individuare i benefici che questa può dare all’impresa e al suo Cio nell’affrontare le sfide del business e dell’It.
Hp, che nella Soa, come vedremo, vede una formidabile opportunità, ha di recente organizzato un Press Forum internazionale dal significativo titolo di ‘Exploding the myths of Soa’. In quell’occasione Paolo Malinverno, Research Vp di Gartner, ha sottolineato, servendosi della classica curva ‘ad onda’ (l’hype cycle) usata per collocare lo sviluppo delle tecnologie nel tempo, come oggi la Soa sia nella fase discendente del ciclo, quella dove al picco delle attese gonfiate dalle promesse della tecnologia subentrano le delusioni derivanti dalle prime sperimentazioni pratiche. Il pericolo è, come al solito, di vedere ogni nuova tecnologia come la panacea universale. In realtà, dice Malinverno: “La Soa è solo un sottoprodotto. Lo scopo vero è la riduzione dei costi e la semplificazione dell’It”. Gli ostacoli che Gartner vede su questa strada sono dapprima la mancanza di un sistema efficace di governo dell’It, che sarà la ragione principale per il fallimento di progetti Soa in medie e grandi strutture (oltre i 50 posti di lavoro) entro il 2006. A questo seguirà la difficoltà d’implementare un robusto backplane (il sistema di comunicazione fra l’ambiente fornitore e quello fruitore del servizio It) prima del 2009.

Saggezza in pillole
Il risultato di tutto ciò è che tra cinque anni, sempre secondo Gartner, meno di un quarto delle aziende avviate a sviluppare un progetto Soa a livello d’impresa avranno raggiunto le capacità tecniche e organizzative per farlo. Una doccia fredda sulle attese stimolate dalle promesse della tcnologia? Diremmo di no. Piuttosto, un salutare bagno di realtà corroborato da una serie di “lezioni” apprese dalle prime esperienze fatte, che vi diamo così, una dopo l’altra, come ‘pillole di saggezza’, anche se ciascuna di esse meriterebbe un articolo di approfondimento.
• Partire con un progetto pilota che miri al consolidamento del supporto It al business e verificare che abbia un’efficacia misurabile.
• Evitare una proliferazione incontrollata dei servizi It da sviluppare. Bisogna mettere a punto un meccanismo di governo che massimizzi il riutilizzo di servizi esposti, che è poi uno dei maggiori vantaggi della Soa nella semplificazione dell’It.
• Usare un approccio sistematico nel progettare i servizi, evitando la strada, solo apparentemente facile, di scegliere il ‘low hanging fruit’, cioè quello che sembra già pronto. 
• Perseguire una strategia di lungo termine che abbia per obiettivi, come ricordato da Malinverno, l’agilità e semplificazione degli asset informativi dell’impresa e la corrispondente diminuzione dei costi di manutenzione.
• Considerare l’importanza della riduzione dei rischi dei progetti pilota utilizzando un sistema di governance dell’architettura.
• Ricordarsi sempre che la Soa non è una meta, ma un percorso. Che va quindi pianificato per passi successivi e realizzazioni incrementali, ma senza perdere di vista i ritorni previsti (vedi al primo punto) nel breve e medio termine. 

Hp, ‘primus inter partners’
In ogni caso, anche ragionando con prudenza, la Soa è ‘the next big thing’. Secondo Andy Isherwood, Vp e General manager Software Business di Hp Emea, entro i prossimi due anni raggiungerà, nel mondo, le seguenti quote di penetrazione presso le imprese utenti: oltre l’80% nei progetti di sistemi informativi delle grandi imprese, oltre il 70% nel software reengineeering e oltre il 60% nello sviluppo di nuove soluzioni/applicazioni. Un mercato semplicemente colossale e che per di più riguarda aree dove Hp investe da tempo. Come osserva Mark Potts, Chief technology officer di Hp per il Management Software: “La Soa interviene positivamente sui costi, sulle performance, sulla qualità di servizio, sulla sicurezza e sulla governance dell’intera infrastruttura It. E quindi è l’elemento chiave per passare all’adaptive enterprise” concetto caro ad Hp e fondante la sua strategia presso le imprese corporate.
La Soa apre dunque alla casa di Palo Alto un’opportunità assolutamente strategica: raccogliere finalmente, attraverso l’area del middleware infrastrutturale e dei servizi di consulenza e tecnologici correlati alla realizzazione di ogni nuova architettura It, quei maggiori profitti che gli azionisti si aspettano da Mark Hurd, il nuovo Ceo insediatosi sei mesi fa. Su questa strategia Hp schiera tutte le sue notevoli risorse in area software e servizi: consulenza nelle fasi di valutazione e assessment, metodologie e best-practice di sviluppo, centri di competenza e soluzioni per la gestione di un’architettura It basata sui servizi, come per la gestione dei processi di business che vi sottendono. Ma per proporsi, come ha dichiarato Isherwood, come ‘main contractor’ di un progetto Soa per l’impresa, Hp deve anche e soprattutto poter contare sulle partnership. Bea, Microsoft, Sap, SeeBeyond (integrazione applicativa) e JBoss (application server Open Source) sono partner consolidati tramite i quali coprire tutti gli aspetti relativi ad un progetto, dalle applicazioni business ai servizi Web, ma è chiaro che il partner-chiave è Bea, che con Aqualogic, (vedi articolo a pag. 28) fornisce l’infrastruttura middleware necessaria, integrata sul piano degli strumenti di governo e controllo da OpenView webMethods, dai tool di Tibco, plug-in di OpenView, e dall’iniziativa congiunta con Systinet per il Governance Interoperability Framework. Il peso di questo fornitore nella strategia Hp è tale da far sorgere periodiche voci su una sua possibile acquisizione. E siccome lo stesso vale in buona in parte anche per Oracle, per la quale Aqualogic sarebbe la ‘terza gamba’ di un’offerta Soa che, con il database e le applicazioni business, potrebbe reggersi da sola e capitalizzare l’entratura di Tuxedo e WebLogic presso molte grandi imprese, secondo noi qualcosa prima o poi dovrà accadere.

Una Soa ‘garantita Ibm’
Con la Soa Reference Architecture, sviluppata da e attorno a WebSphere, Ibm il middleware per la Soa l’ha in casa. Non solo: ha in casa anche quel patrimonio di database che è Db2, con tutto il suo installato; ha un ambiente di sviluppo come Rational e ha tutti i tool di governo e controllo ex Tivoli. Per l’azienda che vuole avviare un progetto Soa questo insieme di prodotti, collaudati e disponibili, è un capitale determinante, tale da dare a Big Blue la leadership nel ‘quadrante magico’ che Gartner ha stilato al proposito. Alcuni mesi fa, l’Ibm Software Group ha presentato l’iniziativa Soa Foundation, il cui scopo è appunto quello di raccogliere questo capitale di tecnologia, aggiungervi le competenze maturate nelle attività per l’allineamento dell’It al business e il sistema di partnership in ambito Soa che si va costruendo e porre il tutto sotto un ‘cappello’ che lo qualifichi come la risposta Ibm alle domande che la nuova architettura pone ai responsabili It. In una parola, che convogli il messaggio: “la Soa è qui e la facciamo noi”.
La chiave per aprire alla Soa ‘garantita da Ibm’ le porte delle imprese sta, come e più di altre volte, in mano ai Global Services. A tale scopo, Ibm GS ha annunciato tre nuove linee di servizi. La prima è per il governo di un ambiente Soa, con il tracking dei progetti, la verifica dei risultati e la definizione di risorse ed organizzazione necessarie. La seconda propone i ‘Soa Industry Team’, gruppi di competenza per aree verticali (Telco, Distribuzione, Finance, Industria, Pa e Pmi), allo scopo di accelerare il ritorno degli investimenti con implementazioni mirate e semplificate. Infine, ed è un’iniziativa davvero capace di catturare consenso, Ibm GS rilascerà quanto prima la Common Services Delivery Platform (Csdp): un repository di servizi riutilizzabili (basati anche su applicazioni di terze parti) che eseguono diffusi processi di business. La Csdp, in pratica raccoglie dati provenienti dalle diverse fonti dell’azienda integrandoli con moduli software e best practices ‘preconfezionate’ e servite all’utente tramite il proprio middleware, per rendere del tutto automatico un processo di business.


INFORMATION INTEGRATION, UNA CHIAVE PER LA SOA
Nel valutare un progetto Soa, una condizione in teoria non indispensabile, ma in pratica fondamentale, è che venga realizzata un’integrazione delle informazioni a livello d’impresa (Eii), in modo che i servizi It che se ne servono possano essere realizzati in modo omogeneo ed abbiano la massima possibilità di riutilizzo. Come chiarisce Francesco Airoldi, senior It Architect dell’Ibm Software Group, “L’Eii consiste in un’integrazione a livello dati realizzata tramite varie tecnologie, delle quali la più peculiare, ma non unica, è la ‘data federation’, che implementa un concetto di ‘database virtuale’, Scopo dell’Eii è avere una ‘vista’ su tutti i fatti ed eventi di un’impresa; una consistenza tra i dati che servono applicazioni diverse tra loro e un’accessibilità e usabilità dei dati, anche non strutturati, indipendente da ogni piattaforma e formato”. Si tratta, spiega ancora Airoldi, “di realizzare uno strato di middleware che da un lato è accessibile a tool e applicazioni tramite interfacce standard, e dall’altro può accedere e agire su ogni tipo di dato e informazione, quale ne sia la natura, forma e locazione fisica, fornendo una serie di servizi che ne consentono un impiego ottimale da parte di ogni utente e di ogni processo aziendale”. Come si vede, è lo stesso concetto della Soa, che quest’ultima poi estende dalle informazioni ad ogni altro servizio It.
Con l’acquisizione di Ascential, la cui offerta è stata ribattezzata sotto il brand WebSphere, Ibm si trova a disporre sia di un pacchetto di soluzioni per il profiling, la ‘pulizia’ e l’estrazione, trasformazione e caricamento dati di riconosciuta qualità e collaudato anche in grandi progetti; sia delle preesistenti soluzioni per la ricerca, la ‘federation’, la replicazione e la pubblicazione dei dati che facevano parte della WebSphere Information Integration Family. Dire che, con l’integrazione in atto delle due soluzioni, si tratta della più potente offerta Eii oggi sul mercato è quasi una banalità. E stante il ruolo dell’Eii in una strategia Soa, è certo che oggi Ibm si trova in mano una chiave che può aprirle molte porte. (G.C.B.)

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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