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Le tecnologie di archiviazione che stanno cambiando il data management

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Le tecnologie di archiviazione che stanno cambiando il data management

05 Set 2014

di Riccardo Cervelli

Dall’hardware al software, ai servizi cloud, molte novità hanno iniziato a trasformare le architetture di archiving nelle imprese. Con la maturazione di queste soluzioni, e grazie alla pressione delle esigenze di gestione di crescenti moli di dati, stiamo assistendo a una rivoluzione delle infrastrutture storage.

Il boom dei dati, da una parte, e l’emergere di nuovi hardware, software e servizi per l’archiving, dall’altra, sono destinati a portare significativi cambiamenti nel modo di gestire le informazioni e di lavorare dei responsabili del data management e delle infrastrutture. Come fa notare la società di analisi Forrester nel suo recente studio “Seven Influential Storage Trends Shaping Your Near-Trend Strategy”, alcune di queste innovazioni hanno già iniziato ad essere adottate negli ultimi anni, e il loro dispiegamento su larga scala è tuttora in corso. Altre, invece, si trovano ancora nella fase iniziale del loro sviluppo e si prevede che diventeranno “mainstream” nel prossimo futuro.

Gli andamenti del mercato della domanda rispecchia questa fase di transizione. Secondo un altro report,  sempre di Forrester, ma relativo in questo caso agli investimenti in hardware nel terzo trimestre 2013, negli ultimi tempi solo una piccola avanguardia di imprese ha aumentato le proprie spese in storage del 10% o più. Nella maggior parte dei casi, i budget per questa voce It sono rimasti stazionari.

Cosa impone profondi cambiamenti dei processi e delle infrastrutture storage? I driver sono diversi, ma i più evidenti sono la crescita impetuosa delle informazioni – strutturate e non strutturate – da gestire e analizzare a seguito della progressiva business digitalization e gli obblighi di conservazione di dati imposti da svariate normative. A tutto questo bisogna aggiungere la crescente necessità di accedere in modo più perfomante ai dati non strutturati o semistrutturati per analisi sempre più sofisticate. Dati che nascono dall’interazione con i clienti attraverso l’e-commerce, i sistemi innovativi sui punti vendita o i social media, o che sono generati nell’ambito di processi collaborativi fra addetti di un’azienda o fra questa e i suoi partner.

L’avanzata dell’object storage

Questi e altri nuovi business process, e i loro impatti a livello di data generation, determinano uno dei primi trend segnalati da Forrester: la crescita dei sistemi object storage. Queste tecnologie trattano i dati non più come nelle classiche architetture storage, basate sul management di file (memorizzati in cartelle organizzate in modo gerarchico) o sulla gestione di blocchi (settori e tracce di dischi); nell’object archiving, i dati, come dice la parola, sono visti come oggetti dotati di identificativi complessi e metadati molto dettagliati che ne permettono l’identificazione univoca attraverso tutta l’infrastruttura, da parte di utenti, applicazioni e sistemi. Queste caratteristiche attribuite ai dati nei sistemi di object archiving e la sofisticata gestione dei loro metadati consente alle informazioni di essere archiviate in modo semplificato in contenitori unici (“bucket”, o secchi, nel gergo It anglosassone), con file system caratterizzati da elevati livelli di astrazione che quindi semplificano indicizzazioni, accessibilità, trasferimenti da una risorsa all’altra e policy di protezione. Per fare un paragone nel mondo del cloud storage, gli object storage si comportano come i servizi Dropbox o Google Drive.

L’object storage, ad oggi basato soprattutto su sistemi a dischi, sta lentamente mandando in pensione nei data center tecnologie per l’archiviazione dei dati non frequentemente acceduti (il cosiddetto “tier 2”) basati su Nas (Network attached storage) o sistemi a nastro (tape). Nel nuovo contesto del data management, il “tiering”, sottolinea Forrester, non solo non scompare, ma diventa sempre più centro di attenzione. Se però finora era quasi esclusivamente nel “tier 1” (dove sono memorizzati i dati che devono essere sempre immediatamente disponibili) dove era richiesta l’implementazione di tecnologie di memorizzazione ad alte prestazioni (come i veloci ma costosi Sas o le sempre più diffuse memorie flash in sistemi ibridi dischi meccanici-dischi a stato solido), nel tier 2 iniziano a manifestarsi esigenze di performance.

Quali sono allora gli object storage emergenti? Negli ultimi anni, il mercato ha iniziato a essere inondato di appliance hardware disk-based, spesso dedicate a specifiche soluzioni business quali le big data analytics o le applicazioni social media. Secondo Forrester, le appliance continueranno a svolgere un ruolo importante, ma dovranno diventare più performanti. Ecco così che sia nelle appliance sia nei server storage più tradizionali guadagnano terreno le tecnologie “flash”, che garantiscono tempi di accesso ai dati nell’ordine dei millisecondi (invece che minuti, ore o addirittura giorni, come nel tape storage con le cartucce a nastri conservate in siti remoti) . Grazie al prevedibile calo dei costi delle memorie flash, è plausibile che in un maggiore numero di ambienti verranno implementati sistemi object storage “all-flash”; questi, inoltre, diventeranno anche economicamente più convenienti dei sistemi tradizionali a dischi o a nastri in quanto consumano meno energia, permettono una molto maggiore densità storage e occupano poco spazio fisico.

Non solo sistemi fisici e on-premises

Già, ma è sempre necessario installare e gestire infrastrutture storage on-premise e/o fisiche? La ricerca Forrester individua anche trend a favore del “cloud storage” e del “software-only storage”. Sul mercato (anche italiano), sono in crescita le offerte di servizi di storage – anche object-storage – in cloud da parte di service provider affidabili e in grado di garantire un’accessibilità dei dati ad alte prestazioni e anche da geografie differenti. Se invece un’azienda preferisce continuare a gestire le proprie necessità di archiviazione internamente, lo storage software-only è un’opzione degna di essere valutata. Anche in questo ambito sono in aumento offerte di soluzioni che consentono di evitare l’acquisto di storage hardware proprietari, ma di progettare e implementare architetture storage virtualizzate su hardware cosiddetto “commercial-off-the-shelf” [componenti hardware e software disponibili sul mercato per l’acquisto da parte di aziende di sviluppo interessate a utilizzarli nei loro progetti, ndr]. Secondo Forrester, dopo anni di fallimenti, anche le “storage virtual appliance” starebbero finalmente per prendersi una rivincita.

Fra gli altri trend importanti individuati dallo studio, infine, merita di essere segnalato lo “storage Quality of Service” o QoS. Sviluppatosi inizialmente come punto di forza dei cloud storage provider per la definizione di service level agreement” (Sla) personalizzati con i propri clienti, lo storage QoS prende piede anche all’interno delle aziende. Uno dei problemi degli amministratori storage che gestiscono sistemi di archiviazione ad alte prestazioni è sempre stata la difficoltà ad allocare in modo diversificato e granulare le performance ai diversi utenti e workload. Oggi diversi vendor offrono già funzionalità di storage QoS abbinati alle loro offerte. Ma come utilizzarle in modo corretto? Il consiglio dei ricercatori di Forrester è quello di eseguire un assessment accurato delle performance richieste dai vari carichi di lavoro e dalle diverse aree di business all’infrastruttura storage esistente. Su questa base, da un approfondito e costante dialogo tra i business owner e i responsabili delle infrastrutture e delle operazioni, possono essere definite e sviluppate strategie di governance e policy che rendano l’acquisto di queste e altre nuove tecnologie storage investimenti strategici.

 

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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