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La business intelligence che verrà. Nella foto Matteo Arata, di Accenture

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La business intelligence che verrà. Nella foto Matteo Arata, di Accenture

23 Mag 2007

di Gianni Rusconi

Quali sono le nuove frontiere della gestione e della lettura "intelligente" dei dati aziendali? Zerouno affronta la questione attraverso la voce di Accenture, che prova a dare una risposta e a fare chiarezza in una materia ormai molto complessa, non solo per i crescenti volumi di informazioni, ma anche per la tendenza alla  globalizzazione delle aziende. Nella foto Matteo Arata, senior manager products

Quale sarà l’evoluzione prossima ventura della business intelligence? Risentirà, in positivo, dell’azione che eserciteranno le Soa, le piattaforme aperte, i middleware di nuova generazione? Quale sarà la strada da percorrere verso un vero “information management”? ZeroUno ha provato a rispondere a queste domande raccogliendo alcune osservazioni di Matteo Arata, senior manager products dell’area Igem (Italy, Greece, East Europe, Middle East) in Accenture (www.accenture.com ).
Il punto di partenza di questa analisi, secondo la società di consulenza per antonomasia dell’universo It, è duplice e chiama in causa il crescente volume di informazioni (strutturate e semi strutturate in primis, che secondo Yankee Group – www.yankeegroup.com – avranno ritmi di sviluppo dal 30 al 50% l’anno) che interessa le grandi aziende oggi e il fatto che le stesse sono sempre più globali e più sensibili alla necessità di conoscere perfettamente il mercato di competenza. “La risposta delle tecnologie informatiche all’esplosione dei dati da processare e gestire – sostiene Arata – non può ricondurre solo alla disponibilità e al consolidamento di sistemi di datawarehousing ed Erp e di soluzioni di business intelligence tout court. Come assicurare altrimenti la tracciabilità del dato, l’elaborazione in tempo reale dell’informazione che proviene dall’esterno, dal Web come dalle indagini di mercato? Il passaggio chiave è quindi l’integrazione di tutta questa mole di informazioni partendo da una realtà che vede il 70% dei dati aziendali di interesse per l’utente “specialist” risiedere all’interno di Erp, database e datawarehousing e l’80% dei dati utilizzati dai cosiddetti “information worker” essere di tipo non strutturato, e-mail in primis”.

Cresce il volume dei dati, focus sui processi
La complessità della materia è nota e non riguarda solo l’ambito specifico delle soluzioni di reporting e di analisi dei dati; altrettanto noto è il fatto che all’interno delle grandi organizzazioni sia necessario un salto in avanti nel modo di adottare le tecnologie, e questo sforzo va di pari passo con la disponibilità di strumenti tecnologici più evoluti. “Oggi – ha approfondito il concetto Arata – è in atto un processo di commoditizzazione della business intelligence per ciò che concerne la collocazione di dash-board o tool di reporting all’interno dei sistemi informativi; la prossima fase sarà focalizzata sull’evoluzione delle aspettative dell’utente nei confronti dalla business intelligence che va a toccare l’aspetto dell’enterprise information management. Domani, l’attuale approccio in fatto di analisi e reporting sarà superato e serviranno strumenti software più sofisticati, di data discovery e di planning, per esempio, all’interno di un’architettura completa che dovrà andare oltre quella di un comune datawarehousing. Si passa, in altre parole, dalla business intelligence all’information management in un’ampia prospettiva ma sempre con una precisa focalizzazione sui processi e sui risultati di business. E partendo da attività core quali la data integration e la data migration”.
Il quadro prospettico inerente la gestione dei dati critici delineato da Accenture, all’interno del quale le applicazioni di business intelligence dovranno trovare opportuna collocazione, è quindi il seguente: le aziende faranno propri modelli focalizzati più sui processi che non sugli indicatori di prestazione; i Cio dovranno assicurare tempi ridotti di ricerca e di distribuzione delle informazioni di interesse strategico anche se per contro i dati a disposizione continueranno ad aumentare esponenzialmente (anche in relazione all’affermazione di tecnologie come l’Rfid); le aziende dovranno tendere nel loro complesso verso processi di information governance più strutturati di quanto non lo siano ora, facendoli diventare una vera e propria risorsa strategica. Quanto alle tecnologie che guideranno questo nuovo corso, le indicazioni di Arata sono in linea con quelle dei principali analisti di mercato: “Soa, piattaforme di integrazione business oriented e soluzioni di master data management, l’anello di congiunzione prossimo venturo fra processi e informazioni di tipo transazionale e gestionale”.

Tendenze e best practice: l’integrazione
Le riflessioni di Andrea Grianti, senior executive della divisione information management services di Accenture e regional lead a livello Igem, sono invece utili per mettere ancora più a fuoco i trend emergenti, che si ritiene potranno contraddistinguere l’offerta e la domanda di business intelligence e di enterprise data warehouse nel medio termine. “Il primo momento di discontinuità – ha spiegato Grianti – è avvenuto nel 1995, quando iniziò la migrazione delle applicazioni verso le tecnologie relazionali. Oggi è ancora evidente la netta separazione fra sistemi operazionali e di analisi, la contrapposizione fra modello relazionale e modello dimensionale e l’importanza attribuita agli strumenti di analisi dei processi aziendali sulla catena del valore. Nei prossimi anni, assisteremo a un consolidamento delle architetture di business intelligence e alla relativa maggiore pervasività e maturità delle stesse con un’attenzione sempre più diffusa a soluzioni convergenti che integrano dati strutturati e non strutturati e a soluzioni basate sull’integrazione di componenti tecnologiche differenti, da Olap a Soa, all’Xml, dai tool di enterprise search a quelli di data mining, finalizzate alla gestione del patrimonio informativo. Il paradigma che si affermerà è quello di un’offering completa, in cui convergono applicazioni, database e capacità di integrazione e ottimizzazione dell’architettura”.
Oggi, questa la convinzione di Accenture, i tool di business intelligence sono adottati in modo pervasivo a supporto dei processi chiave dell’azienda, dal Crm (per quanto riguarda per esempio la misurazione della retention dei clienti) al Business Process Management (efficienza dei processi interni) per arrivare alla sempre più importante Risk Mitigation, e cioè l’analisi del rischio, la prevenzione di illeciti e la conformità alle normative. “Le soluzioni di business intelligence – ha precisato ulteriormente Grianti – hanno un peso e valore analogo a quello dei sistemi operazionali destinati a coprire la gestione dei processi transazionali. E in tal senso si fanno preferire quelle piattaforme che permettono il consolidamento e la razionalizzazione delle architetture risultanti”.
Al previsto crescere delle aspettative degli utenti, questo il messaggio di sostanza che Accenture rivolge al mercato enterprise, fa eco la fine dell’era della sperimentazione: la business intelligence è vista come risorsa che va ben oltre la reportistica di quanto è successo dentro e fuori l’azienda e che opera quale strumento per controllare, prevedere e pianificare i dati di business. La nascita di Customer Data Hub che fanno da ponte fra sistemi di Crm operazionale e di Crm analitico per accedere ai dati chiave del cliente che siano omogenei, integrati e aggiornati in tempo reale, ne è un esempio. Non certo il solo.


BI IN FORTE CRESCITA. GARTNER: PRIORITÀ TECNOLOGICA PER IL 2007
La domanda di informatica vive nel suo complesso un momento di timida crescita? Quella delle applicazioni di business intelligence viaggia a un’altra velocità ed è fra le pochissime, nel comparto del software aziendale, a registrare incrementi a doppia cifra. I dati resi noti di recente da Gartner (www.gartner.com ) parlano infatti chiaro: le vendite di piattaforme di business intelligence nell’area Emea toccheranno quest’anno quota 1,5 miliardi di euro, in salita del 10% rispetto al 2006 e il trend di sviluppo della domanda non si fermerà fino al 2010, quando il mercato europeo potrebbe valere 1,9 miliardi di euro, sostenuto da un tasso di crescita composito medio annuo del 9,7%. Ottime notizie per i vendor, quindi, e soprattutto per i “mega vendor” del software enterprise (e cioè Oracle, Sap e Microsoft): questi arriveranno a coprire, nel 2010, oltre il 30% della domanda globale (oggi sono al 20%) a scapito dei fornitori di Bi “puri”, che lamentano un tasso di crescita tre volte inferiore. L’ottima salute delle soluzioni di business intelligence è confermata quindi anche da un altro dato: le grandi organizzazioni che già investono in soluzioni di business intelligence spendono mediamente oltre 1,1 milioni di euro all’anno per aggiornamenti e implementazione di nuovi moduli e per molte di queste è in atto un radicato processo di allargamento della Bi a un sempre maggiore numero di utenti, fra addetti interni, business partner, clienti e fornitori. La convinzione espressa dagli analisti di Gartner, a commento dei dati di cui sopra, è in sintesi la seguente: la business intelligence è diventata un’area strategica e sono sempre di più i Cio e i business manager che la considerano uno strumento chiave per supportare il percorso di crescita delle proprie organizzazioni in termini di efficienza e innovazione. Gartner, addirittura, le accredita il ruolo di priorità tecnologica nel 2007 e questo perché nelle imprese è generalizzata la consapevolezza che, per essere più competitive, occorre mettere tanto il top manager quanto i responsabili di reparto nelle condizioni di accedere a dati aggiornati inerenti la propria funzione e di poterli correlare con quelli generati da altri processi e con quelli alla base delle strategie aziendali. Un obiettivo cui tendere senza ripetere però gli errori del passato legati alla mancanza di una strategia di gestione dei dati coerente, che ha portato molte organizzazioni a implementare sistemi di business intelligence eterogenei e tattici, producendo il risultato di silos di tecnologie, processi e risorse umane fra loro poco (se non del tutto) interoperabili.

Gianni Rusconi

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