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Application transformation: meno costi di manutenzione, usare l’esistente, reggere la competizione

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Application transformation: meno costi di manutenzione, usare l’esistente, reggere la competizione

18 Mag 2011

di Daniele Lazzarin

Sempre più frequenti nelle aziende i progetti di miglioramento della qualità delle applicazioni. Ecco i percorsi tecnologici, ma anche organizzativi,  di modernizzazione applicativa nelle esperienze di Bticino, Banca Fideuram, Eni, Poste Italiane, Postecom, Università La Sapienza e Zurich. Se ne è parlato nel corso di una tavola rotonda organizzata, in videoconferenza tra Milano e Roma, a metà aprile da ZeroUno in collaborazione con Hp.

Il parco applicativo software è ormai un vero asset aziendale, il cui corretto funzionamento è vitale in sempre più settori. La quota di budget It (in media il 70-80%) che va in manutenzione applicativa, oltre che infrastrutturale, è però troppo alta, specie in un quadro in cui i budget non crescono. Si spiega così la crescita di progetti di consolidamento e miglioramento qualitativo delle applicazioni che, oltre a ridurre la quota di mantenimento a vantaggio dell’innovazione, puntano anche a sfruttare meglio i sistemi esistenti. Un tema a cui ZeroUno, insieme a Hp, ha dedicato la Tavola Rotonda ‘Application Transformation and Quality’, aperta così da Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno: “Le aziende si trovano in contesti sempre più mutevoli, a cui devono continuamente adattare i processi: a questa complessità competitiva e organizzativa s’aggiunge quella tecnologica. L’It deve affrontare tutto ciò partendo da un parco applicativo con stratificazioni, duplicazioni, integrazioni non ottimali, e quindi con problemi di costi e ritardi di sviluppo e performance insufficienti. E più le applicazioni sono mission-critical più sono probabili le ripercussioni negative sul business. In aggiunta, il top management non ne capisce il valore perché non le percepisce orientate all’innovazione e al new business”.

“L’It diventa leggera, veloce e semplice”
Tutto ciò spiega il nascere di molti progetti di ‘application transformation’, tra cui quello di Eni, esemplare per percorso e azioni intraprese. “Negli anni scorsi abbiamo lavorato per dare il giusto spazio ai nuovi progetti – spiega Tiziano Salmi (nella foto a destra), senior vice president Architecture & Application Solutions di Eni -. Poi ci siamo concentrati sulla gestione avviando il programma It Taansformation Operation (Itr-O), anche perché alcuni business, come quello del gas e dell’energia elettrica, sono in un momento in cui la capacità operativa è importante tanto quanto l’innovazione”. Itr-O è stato introdotto con lo slogan ‘L’informatica dell’Eni vuol diventare leggera, veloce e semplice’, che sintetizza l’intenzione di razionalizzare il portafoglio applicativo, standardizzare gli ambienti d’erogazione dei servizi e semplificare l’utilizzo. “Siamo partiti da un’analisi delle applicazioni, con un’ottica di verifica dell’obsolescenza tecnologica, ma anche business, cioè di intensità di utilizzo, e poi è partito il programma KMM (Kill, Modify, Mantain) su tre anni, con cui ogni applicazione verrà dismessa, modificata in ottica cloud, o mantenuta nel caso di quelle più recenti, su cui interverremo in un’ottica di standardizzazione”.
Un approccio di ottimizzazione sull’esistente è seguito anche da un grande ente pubblico come l’Università La Sapienza di Roma: “La nostra innovazione tecnologica è centrata sul contenimento dei costi e sulle esigenze dell’utente finale (abbiamo appena lanciato il portale d’Ateneo, in particolare rivolto agli studenti) – racconta, in questo primo intervento, Roberto Messa (nella foto a sinistra), responsabile applications It -. Lo sforzo in corso è di integrazione dei sistemi gestionali, per far fronte al mancato turnover delle persone, e per tagliare i costi d’esercizio e investire sul consolidamento”.

Qualità, impatto immediato sul business
Tornando all’impresa privata, è interessante rilevare come dalla discussione sia emerso il seguente aspetto: l’application transformation può favorire un forte salto culturale dell’It. Come? “Abbiamo appena concluso una revisione completa del parco applicativo, iniziata vari anni fa: eliminato il gestionale basato su mainframe, ci siamo riscritti l’Erp in casa in modalità open dove possibile”, spiega Francesca Gatti (nella foto a destra), It Planning, Quality e Security di Bticino. “Ciò ha cambiato fortemente le esigenze in termini di metodologie, skill, relazioni con i fornitori, controllo della qualità e sicurezza del codice. Ora dobbiamo dimostrare i ritorni degli investimenti fatti, peraltro ben compresi dal business, abbattendo i costi di manutenzione in senso lato, cosa che si ottiene solo producendo codice di alta qualità e garantendo che quello prodotto all’esterno sia adeguato: Bticino ha creato una funzione di controllo ad hoc”. Un percorso, quindi, di indubbia crescita culturale e di competenze.
Anche Zurich Insurance Company, spiega l’It manager Simona Balzano (nella foto a sinistra), sta rivedendo completamente l’ambiente It, soprattutto per ridurre i costi. “Il settore assicurativo negli ultimi anni ha vissuto una rivoluzione nello scenario competitivo e nelle tecnologie: il time to market è ora decisivo. Abbiamo un processo di rilascio e controllo qualità software di cui all’It siamo soddisfatti, ma il business non percepisce ancora appieno il grande valore che porta: negli ultimi anni ci è stato chiesto un forte cambiamento, ma giustificare gli investimenti tecnologici resta comunque ancora difficile”.
In Banca Fideuram, la qualità applicativa è curata da svariati anni da un team dell’It dedicato, spiega Alessandro Renzi (nella foto a destra) del gruppo di Governo It della Banca: “La dirigenza ha compreso da tempo che quest’ambito andava presidiato in modo continuativo. Oltre che di ridurre ove possibile i costi, si lavora per spendere al meglio il budget It: dato che la qualità del software non è solo aderenza ai requisiti ma anche prestazioni, robustezza nel tempo, manutenibilità, ecc. abbiamo definito dei Kpi e ci siamo dotati di una suite che analizza il codice, lo dimensiona e ne valuta punti di forza e vulnerabilità: possiamo così ottenere una mappatura completa del parco applicativo”.
Quanto a Poste Italiane, “nell’It stiamo assimilando il concetto che siamo anche noi fornitori di servizi verso l’interno, e corresponsabili dei servizi verso l’esterno – spiega Margherita Errico (nella foto a sinistra), responsabile Ict Program Management -. Stiamo lavorando sulla qualità attraverso la definizione dei modelli di domanda, sviluppo, verifica, erogazione e misurazione. La domanda parte con requisiti condivisi, e fissa dall’inizio i Kpi di business a cui il sistema deve sottostare, ma anche gli Sla, per esempio tempi di accettazione e sviluppo”.

Come aiutare il manager a capire
Dal punto di vista del vendor, Hp conferma la crescita dei progetti di application transformation negli ultimi 12-18 mesi: “C’è una diffusa ricerca di agilità nel rispondere al business”, spiega Gabriele Giacomelli (nella foto a destra), Hp Software Application Solution Architect, “e inoltre la necessità di supportare gli utilizzi mobile e prepararsi al cloud”, aggiunge Francesco Spagnoli (nella foto a sinistra), Hp Software Applications Solutions Lead.
Riccardo Sanna (a destra, più sotto), Hp Alm Community Lead Emea, riconosce però che la qualità in molti casi non è intrinseca al processo di sviluppo, ma è spesso considerata un costo aggiuntivo. Una piena conferma arriva da Balzano di Zurich: “Siamo riusciti a farci approvare l’acquisto di strumenti di controllo qualità, ma l’uso di questi sull’applicazione allunga i tempi del rilascio, e quindi ci sentiamo dire ‘non solo c’è voluto l’investimento ma mi consegni l’applicazione più tardi’”. L’impasse si supera aiutando il management a capire l’impatto diretto della qualità delle applicazioni sulle prestazioni di business. “Alla Sapienza la regolare comunicazione dei miglioramenti dei sistemi ha premiato l’It – sottolinea Messa -: siamo tra i meno colpiti dai tagli al bilancio d’Ateneo”.
Nell’interazione con il management è fondamentale calibrare il linguaggio, e il livello di raggruppamento delle informazioni, osserva Renzi (“cerchiamo di evitare di andare da loro con indicatori troppo aggregati o troppo dettagliati”), mentre per Spagnoli di Hp “oggi l’impatto delle applicazioni arriva fino all’utente finale: anche negli enti pubblici, come Inps o Poste, gli effetti di una cattiva qualità applicativa sono percepiti subito dal cittadino. Quindi aiutare il management a capire i ritorni di un investimento in qualità, è anche un compito del fornitore di tecnologie”.

Il rischio di ‘variabilizzare’ troppo
Visti l’importanza e le criticità dei progetti di application transformation, resta da capire se i meccanismi organizzativi e le competenze in azienda siano adatti a gestirli. “Viviamo un momento di forte innovazione, non lavoriamo più solo per il Gruppo Poste ma ci rivolgiamo anche al mercato, quindi il prodotto deve rispettare precisi standard di qualità – spiega Antonio Cindolo (nella foto a sinistra), Dba e test manager di Postecom -. Per questo ci stiamo riorganizzando, ma posso dire che non c’è un problema di competenze. Sul modello organizzativo, invece, si parla di una continua messa a punto”. Banca Fideuram nei principali progetti software affianca al project manager classico un project manager It, con l’incarico di tenere in primo piano i temi metodologici e di qualità, racconta Renzi: “Skill e strumenti non bastano: quando il management chiede spiegazioni occorre mostrare stati d’avanzamento, responsabilità, costi”. Francesca Gatti di Bticino invece evidenzia una criticità oggi molto sentita nell’It di molte aziende: “Rischiamo di eccedere nella rinuncia alle competenze in nome della variabilizzazione dei costi, e il business difficilmente se ne rende conto”. È un problema di skill tecnici (“un test sulla sicurezza del codice non serve se non si capisce niente del report che si estrae: a volte per controllare l’operato di un fornitore esterno si chiama un altro fornitore esterno”), ma ancor più preoccupante è un altro rischio: “L’It è l’unica funzione con visibilità completa su tutti i processi, ma la perderà se spingiamo troppo l’esternalizzazione”. Argomenti pienamente condivisi da Balzano di Zurich: “Noi ci riorganizziamo ogni anno, e siamo stati oggetto di outsourcing: il rischio di perdere competenze e visibilità sui processi è elevato”.
Per scongiurare questi rischi di svuotamento, o di ‘scavalcamento’ da parte del business, conclude Uberti Foppa (nella foto a sinistra), l’It dovrà sapersi proporre sempre più come reale centro di servizi: “Tutti gli strumenti disponibili oggi, dall’application transformation al cloud computing, dovranno servire a supportare al meglio le esigenze in continuo cambiamento del business. È finalizzando questo obiettivo che si potranno declinare correttamente le scelte tecnologiche e organizzative”.

Daniele Lazzarin

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