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Care vecchie, costose, sconosciute applicazioni. Addio!

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Care vecchie, costose, sconosciute applicazioni. Addio!

25 Mag 2011

di Stefano Uberti Foppa

Pensate cosa potrebbero fare le imprese europee se avessero a disposizione un extra budget It di 16 miliardi di euro! Esagerato? Eppure proprio questa è la cifra, secondo uno studio Coleman Parkes Research, commissionato da Hp e svolto sulla base di un campione di circa 500 Cio, relativa al costo delle applicazioni del tutto inutilizzate sulla spesa It. Una ricerca che impietosamente alza il velo su un problema sentito ormai da anni all’interno dei sistemi informativi, ma mai affrontato alla radice: quello delle applicazioni legacy obsolete, scarsamente utilizzate, costose da mantenere o peggio, nemmeno conosciute.
Provate allora ad immaginare i vantaggi possibili se, con metodologie opportune e tecnologie adeguate, che pure oggi esistono, si avesse il coraggio di intraprendere all’interno della propria azienda una vera application transformation che avesse l’obiettivo di recuperare efficienza e risorse, sia umane sia, abbiamo visto, economiche. Una vera e propria rivoluzione! Eppure è venuto il momento. Ce lo spiega bene Forrester da una sua ricerca: nell’ambito delle risorse finanziarie espressamente dedicate al software, – afferma la società di analisi di mercato – circa il 65% viene in media investito nella gestione dell’esistente (comprese proprio quelle applicazioni vecchie, costose da manutenere e talvolta persino sconosciute all’It) mentre solo il 35% viene indirizzato allo sviluppo di nuove iniziative e progetti.
La lettura di questi dati da una prospettiva di chi, lato business – top management – Ceo e Cfo, eroga il budget, è impietosa. A fronte di una maggiore necessità di poter supportare le dinamiche competitive di impresa attraverso sistemi informativi (interni, esterni, as-a-service, come si vuole) efficienti, flessibili e con tempi di risposta alle esigenze applicative e informative sempre più brevi, ad oggi, due terzi del budget It è totalmente incomprensibile ai business leader. Non capiscono perché si debba spendere 65 per mantenere i sistemi informativi, mentre ben comprendono la spesa di 35 strettamente correlata a progetti di business innovation ben visibili. Voi direte: vai tu a far capire al top management l’esigenza fondamentale di un continuo update dei sistemi di governance, del middleware, dell’hardware, del networking che compongono i sistemi informativi. Non è facile, certo; probabilmente non gli interessa nemmeno più di tanto. Ma se spostiamo il discorso sulle applicazioni, allora, siamo obbligati a guardarci in faccia e chiederci: cosa possiamo fare, da un lato, per aumentare la consapevolezza nel top management di quanto possa essere stretta la correlazione tra la necessità di elevare e mantenere alto il livello qualitativo delle applicazioni e l’impatto diretto che questo può avere sul business? Dall’altro lato, invece, domandiamoci al contempo quanto possiamo fare noi per rendere più efficiente un parco applicativo stratificato, con integrazioni non ottimali tra le diverse applicazioni, estensioni funzionali non sempre coerenti, un livello di complessità che determina una continua crescita dei costi di application management a fronte di sempre minori risorse economiche disponibili per nuovi progetti (che invece, abbiamo visto, vengono meglio compresi dai business leaders).
Si tratta fortunatamente di un problema che comincia, in tutta la sua drammaticità, ad essere presente nelle agende dei Cio. Sempre uno studio Forrester del febbraio 2010 effettuato su un campione di 206 It decision makers di società americane, europee e Asia Pacific, sostiene infatti che il 39% dedica tra il 26 e il 50% del proprio budget It alla modernizzazione applicativa e che addirittura un 26% investe nell’application modernization tra il 51 e il 75% del proprio budget.
I problemi che emergono dall’obsolescenza applicativa sono infatti sempre meno gestibili: applicazioni che non riescono più soddisfare i requisiti del business (50% dei rispondenti); difficoltà evidenti nella fase di manutenzione (41%); totale o parziale ridondanza tra le applicazioni (41%).
Ma come fare per mettere mano alla giungla applicativa che “eppur funziona” e che quindi “c’è da incrociare le dita” nel momento in cui si decidesse di avviare una seria strategia di modernizzazione applicativa e di miglioramento qualitativo? Come ZeroUno dedichiamo in genere molto spazio a questa tematica che reputiamo cruciale per l’evoluzione e la valorizzazione del dipartimento It. Tavole rotonde, Executive dinner (su questo numero, ad esempio, abbiamo il resoconto di una Tavola Rotonda Milano-Roma realizzata su questo tema con alcune tra le principali aziende italiane). Nei numerosi incontri emergono alcune “practice” e punti di attenzione che vogliamo qui riassumere, perché la ricerca di efficienza e risparmio passa inevitabilmente ormai, dopo aver virtualizzato quasi tutto, proprio da una maggiore efficienza del portafoglio applicativo.
E allora se la trasformazione applicativa è un processo delicato e complesso che richiede una precisa governance metodologica e un approccio organizzativo strutturato, l’introduzione di elementi di automazione, standardizzazione e intelligenza all’interno del percorso di trasformazione applicativa (ma anche di gestione e manutenzione del life cycle) sono ormai un riferimento obbligatorio. Un’attività di assessment iniziale per avere una precisa conoscenza del parco applicativo è il punto di partenza fondamentale e non scontato, in quanto non rara è una conoscenza approssimativa delle centinaia di applicazioni in esercizio all’interno delle grandi imprese. Tre anni, ad esempio, si è data Eni (vedi in Tavola Rotonda il dettaglio del progetto) per decidere quali applicazioni modificare, mantenere o dismettere all’interno di un disegno strategico che vede l’informatica Eni “leggera, veloce e semplice”. Ecco un altro punto fermo: la presenza di un disegno strategico. Perché avviare una trasformazione applicativa? Perché, soprattutto, deve esistere una volontà “politica” di dare all’Ict un ruolo realmente strategico nella business transformation aziendale. Un ruolo che deve cambiare di pari passo con le persone It (vedi l’interessante articolo sulla Business Technology nel 2020 secondo Forrester, a pagina 18) in un’organizzazione che dovrà favorire nuove figure di Business Technology Visionary, Consultant, Integrator, Sustainability Expert. In sostanza una profonda trasformazione organizzativa per reggere nuovi criteri competitivi sul mercato. Da qui parte l’esigenza di intervenire sulle applicazioni, ancor prima dei potenziali 16 miliardi di euro risparmiabili.
Il percorso di modernizzazione applicativa non è semplice; mette “alla frusta” il dipartimento It obbligato a ragionare su elementi di sicurezza e qualità del codice in relazione a obiettivi applicativi di migliori performance, robustezza nel tempo, manutenibilità e rispondenza a Kpi di business. Un percorso quindi molto importante sul piano delle competenze e della crescita professionale e culturale del dipartimento. D’altro canto si tratta ormai di scelte da compiere quasi obbligate perché i disservizi derivati da scarsi livelli di qualità applicativa, sempre meno sono relegati a malfunzionamenti interni e sempre più, invece, si ribaltano direttamente per molte aziende sui clienti, sull’utente finale e quindi sul business. Anche per questo un investimento in qualità applicativa dovrebbe essere oggi meglio di ieri annoverato, da chi guida il business dell’azienda, tra le spese…”business value”..

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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