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Mobile worker in Italia: come gestire l’ubiquità dei lavoratori

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Mobile worker in Italia: come gestire l’ubiquità dei lavoratori

Dai mobile worker agli smart worker il passo è breve. L’IT deve imparare a gestire con più lungimiranza consumerizzazione e shadow IT, giocando d’anticipo sulla progressiva evoluzione della produttività individual-aziendale di dipendenti e collaboratori

29 Mag 2019

di Laura Zanotti

Mobile worker italiani in costante crescita. Su 22 milioni di occupati, infatti, i lavoratori mobili oggi sono circa 7 milioni il che significa oltre 1 dipendente su 3. Secondo le proiezioni di IDC, i mobile worker entro il 2022 diventeranno 10 milioni.

Mobile worker versus IT management

Al di là delle stime, c’è un altro aspetto da considerare e che va ben oltre i temi più nobili dello smart working e del lavoro agile fondati sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.

Il presupposto di partenza, infatti, è che oggi viviamo tutti in un’era digitale fondata su servizi e applicazioni. La Rete è diventata l’epicentro dell’informazione, della comunicazione e della collaborazione. Le persone possono lavorare indipendentemente dalla loro ubicazione e dai dispositivi utilizzati, aziendali o personali. Due italiani su tre, dicono i ricercatori del Politecnico di Milano, ormai sono ufficialmente multicanali, il che vuol dire permanentemente connessi e comunicanti. Questo significa che sono sempre di più i dipendenti e i collaboratori che, anche quando non sono fisicamente in ufficio, controllano le mail, condividono presentazioni o progetti, inviano un ordine, accedono agli archivi aziendali, si uniscono a una call conference, aggiornano uno o più file o richiedono dei contenuti e informazioni.

Per l’IT dirigere l’orchestra tecnologica dei dispositivi usati dalla popolazione dei mobile worker è un onere ma è anche una grossa responsabilità.

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Verso una nuova cultura manageriale

Configurare i dispositivi privati dei mobile worker per consentire loro di accedere alle risorse aziendali come la posta, le piattaforme di collaborazione o i data base sta diventando una prassi per l’IT.

I social network hanno portato nelle aziende i social media. Whatsapp, Skype o GMail, ad esempio, in base alle abitudini di dipendenti e collaboratori creato delle vere e proprie community non convenzionali che l’It non sempre riesce a tracciare e allineare alle dovute policy di sicurezza. Il BYOD (Bring Your Own Device), un tempo osteggiato dalle direzioni aziendali, oggi è un codice informatore strategico per qualsiasi business. Ufficialmente non è ancora Smart Working As a Service ma è il presupposto di partenza per una nuova governance.

Il tutto considerando anche l’abitudine dei lavoratori mobili a scaricarsi applicazioni dai vari store on line come se non ci fosse un domani, creando un’anarchia gestionale molto difficile da risolvere nelle grandi aziende così come nelle PMI. Il fenomeno, noto come shadow IT , pone diversi grattacapi a chi si occupa di normalizzare la gestione dei dispositivi mobili e delle applicazioni/informazioni associate.

Insomma, dai mobile worker agli smart worker il passo è breve.

I numeri dello smart working in Italia

Secondo i dati dell’Osservatorio Smart Working della School of Management del Politecnico di Milano, nel 2018 gli smart worker erano 480mila (+20% rispetto all’anno precedente), pari al 12,6% del totale degli occupati. Si tratta prevalentemente di lavoratori di genere maschile (76%), appartenenti alla Generazione X (il 50% ha fra i 38 e i 58 anni di età) e residenti del Nord-Ovest del Paese (48%).

Mobile worker: attenzione all’onda montante della consumerizzazione

I tempi dello Smart Working As a Service sono maturi. L’abitudine a investire in notebook, smartphone e tablet di ultima generazione fa sì che la maggior parte dei lavoratori abbia una dotazione informatica spesso molto più avanzata e performante rispetto a quella che si ritrovano in ufficio. Il che, sempre più spesso, li porta a utilizzare più volentieri le soluzioni proprietarie per gestire e risolvere una parte delle loro attività. Quante volte capita che i colleghi finiscano a casa le cose che in ufficio non sono riusciti a completare? Anche per questo le aspettative verso gli accessi e i servizi aziendali sono molto alte: usufruire delle informazioni e delle piattaforme aziendali in mobilità è diventata una richiesta naturale. Chi si occupa di gestire le soluzioni a supporto della produttività aziendal/individuale spesso si ritrova a dover conciliare le richieste più disparate, in base alle abitudini delle community Android, iOS, Windows Mobile &Co.

Perché è il momento di virtualizzare le postazioni di lavoro…

La soluzione è sfruttare la virtualizzazione delle postazioni di lavoro che permette di creare una serie di configurazioni preimpostate e standardizzate secondo la migliore compliance aziendale. Quando l’utente accede al server che ospita i vari ambienti di lavoro digitali, collegandosi al suo profilo ha immediatamente accesso ai suoi dati, programmi e servizi, in tutta sicurezza. Dal punto di vista della governance, infatti, questo approccio semplifica notevolmente anche la gestione dei mobile worker: in pochi click si possono creare o modificare le postazioni di lavoro preservando i dati in una struttura centralizzata ad altissima affidabilità. La Virtual Desktop Infrastructure (VDI), dunque, permette alle grandi aziende e alle PMI di gestire i lavoratori che lavorano in ufficio così come gli smart worker. Dare agli utenti l’opportunità di collegarsi alla propria postazione da qualsiasi client (pc ma anche smartphone, tablet o notebook) che abbia una connessione alla rete, significa aumentare gli oneri a carico dell’infrastruttura e avere uno staff ICT preparato.

… ma le infrastrutture a supporto del lavoro mobile sono una sfida

È vero che trasformare i desktop fisici in numerose macchine virtuali, configurabili via software e gestibili da un unico cruscotto centralizzato, velocizza il rilascio di nuove risorse (parliamo di qualche minuto rispetto a un lavoro di molte ore in termini di cablaggio, configurazione e fine tuning) e permette di ridurre l’infrastruttura hardware, ottimizzando i tempi di lavoro a supporto del business. Tuttavia, le imprese che scelgono questa via devono essere in grado di gestire procedure complesse associate alla gestione delle macchine virtuali, predisponendo sistemi di backup e disaster recovery ma anche server e network adatti a presentare le immagini virtuali dei sistemi operativi a tutti gli utenti che ne fanno richiesta, dedicando a ciascuno una propria macchina virtuale. Ecco perché affidare la VDI a un cloud provider è l’approccio vincente.

Smart Working as a Service: 5 cose da sapere

Lo Smart Working as a Service offre:

  1. possibilità di lavorare da qualsiasi luogo e da qualsiasi dispositivo, fisso o mobile
  2. migliori prestazioni e maggiore efficienza grazie alla potenza elaborativa associata a server ottimizzati
  3. semplificazione di tutte le attività legate a installazioni, manutenzioni e aggiornamenti
  4. backup centralizzato e migliore gestione di tutti gli aspetti relativi a sicurezza e compliance
  5. riduzione dei costi di gestione e riduzione dei consumi energetici rispetto alle postazioni tradizionali
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Laura Zanotti

Giornalista

Ha iniziato a lavorare come technical writer e giornalista negli anni '80, collaborando con tutte le nascenti riviste di informatica e Telco. In oltre 30 anni di attività ha intervistato centinaia di Cio, Ceo e manager, raccontando le innovazioni, i problemi e le strategie vincenti delle imprese nazionali e multinazionali alle prese con la progressiva convergenza tra mondo analogico e digitale. E ancora oggi continua a farlo...

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