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Ibm e il social business. Quando l’azienda diventa collaborativa

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Ibm e il social business. Quando l’azienda diventa collaborativa

26 Mag 2011

di Riccardo Cervelli

Con la propria offerta Lotus, Ibm accelera la creazione, attraverso “mattoni” software, di un ambiente aziendale di collaboration basato sulle caratteristiche e sulle esigenze delle persone.

Il social networking nelle aziende non è più una moda importata dal mondo consumer ma un nuovo strumento a supporto dei processi collaborativi e di business. In Ibm lo chiamano Social business. “Social business – sottolinea Davide Pannuto, Collaboration Solutions Market Manager Ibm Software Group – significa engagement, trasparenza e agilità”. Engagement vuol dire creare relazioni che mettono a disposizione, per esempio, l’expertise su un certo problema. Trasparenza vuol dire che queste expertise divengono visibili. Agilità è l’essere in grado di reagire più velocemente alle sollecitazioni del mercato.
Secondo Stefano Mainetti, digital innovation area director della Fondazione Politecnico di Milano, al Web 2.0 sta accadendo quello che è successo con l’e-commerce. “Nel 2001 si è gridato che l’e-commerce era morto: oggi invece cresce a due cifre. Recentemente qualcuno ha detto che il Web 2.0 era morto e mentre ci si apprestava a seppellirlo ecco che sono iniziate le vere innovazioni. Sempre più spesso le cose si sanno perché si sono lette su Facebook”. Non occorre aspettare che i “digital native” colonizzino le aziende. I pilastri che per Mainetti stanno alla base del successo dei social network, valgono anche nel Social business: rispondere al bisogno di socialità (“Nessuna azienda può prescindere dalla socialità”), supportare la collaborazione (“Che non è imposta dai vendor, ma voluta dagli utenti, come una class action”), offrire spazio e strumenti per la “cocreazione”.
Il software Ibm Lotus fornisce i mattoni per costruire ambienti Social Business. “Lotus Connection versione 3 – esemplifica Alessandro Chinnici, Ibm Social Business Software Consultant – si propone come backbone per creare un ambiente social che cambia il paradigma di lavoro: da quello attuale, basato sulle inbox, a uno basato su flussi di notizie che si possono filtrare in base a caratteristiche decise dall’utente o proposte da social analytics”. “Per garantire un’esperienza social business vincente – conclude Pannuto – le interfacce devono essere accattivanti, le informazioni pertinenti e affidabili. Le soluzioni devono essere portabili da Pc a dispositivi mobili. Il Social business ha un forte impatto sulle Intranet, che non funzionano quando contengono informazioni che le persone devono cercare. Il nuovo modello non è basato sui documenti ma sulle persone, permettendo così di catturare anche conoscenza tacita. Le persone non sono invisibili come nei silos creati dagli strumenti di produttività, le risorse aziendali divengono trasparenti, così come i documenti. Tutto questo porta a essere agili sul mercato”.
Il Social business si estende, d’altra parte, anche verso l’esterno dell’azienda. Aumentano le imprese che includono il canale Web nel marketing mix o lo usano per l’assistenza post-vendita. Un fenomeno che comporta la necessità di integrare le informazioni strutturate presenti negli attuali sistemi legacy aziendali con quelle provenienti dagli strumenti Social, dai portali e dalle Web analytics. Questi nuovi sistemi informativi, infine, per la loro stessa natura richiedono il supporto di nuove tecnologie come la sicurezza, la virtualizzazione e il cloud computing.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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