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Banda larga all’italiana: “Io vorrei, non vorrei ma…se vuoi”

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Banda larga all’italiana: “Io vorrei, non vorrei ma…se vuoi”

02 Dic 2009

di Stefano Uberti Foppa

Metà ottobre 2009: Paolo Romani, viceministro allo Sviluppo economico, con delega alle Comunicazioni dell’attuale governo Berlusconi, annuncia anche per l’Italia il via libera del governo a un progetto da 1.471 milioni. Primi di novembre 2009: Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, dichiara che i soldi dello Stato (800 milioni) arriveranno quando saremo usciti dalla crisi. Leggi l’editoriale di Stefano Uberti Foppa, direttore di ZeroUno, e scrivi il tuo commento a opinione@zerounoweb.it

Metà ottobre 2009: grande impulso alla banda larga – Annusando probabilmente il “vento cattivo” arrivare, Paolo Romani, viceministro allo Sviluppo economico, con delega alle Comunicazioni dell’attuale governo Berlusconi, rilascia ai media una serie di interviste in cui traccia un quadro delle diverse velocità con cui i paesi europei stanno realizzando progetti di diffusione di banda larga. E con molta invidia per cultura, rigore politico, attenzione sociale, diffusione tecnologica sul territorio per i paesi del nord Europa, annuncia anche per l’Italia il via libera del governo a un progetto da 1.471 milioni, di cui 800 in carico allo Stato, per la diffusione della banda larga su tutto il territorio italiano, che consentirà a tutti i cittadini di navigare su Internet (fruire di servizi, acquistare prodotti, lavorare on line, ecc.) almeno a 2 mega per iniziare (entro il 2012 per tutti – attualmente la connessione a 20 mega è garantita solo in alcune aree del paese: il piano prevede 20 mega al 96% della popolazione e almeno i 2 megabit al restante 4%). Centraline, posa dei cavi, lavori infrastrutturali che dovrebbero “rimettere in moto” circa 33 mila cantieri e 50 mila persone; prima fase di un piano che prevede per i prossimi anni, ulteriori investimenti (circa 6 miliardi di euro) per arrivare alla connessione-miraggio di 50 mega.
    Sì perché allineandoci, a parole, a ciò che altri paesi hanno già incominciato a fare (Finlandia, Danimarca, Svizzera), anche noi dobbiamo “volare alto”, spingere il concetto di integrazione e democrazia sociale che abbatte il digital divide tra i cittadini, le imprese, le diverse zone geografiche, le scuole, le case e garantire un’uniformità di infrastruttura di banda larga che, ad esempio, Helsinki si è già impegnata a fornire, stanziando i relativi fondi: 100 mega di banda entro la fine del 2015. Certo non va dimenticato che la Finlandia, in abitanti, è poco più grande di Roma e Milano messe insieme (5,5 milioni di abitanti su un territorio molto esteso), ma, insomma, un paese moderno deve essere tecnologicamente all’avanguardia, altrimenti il “digital divide” lo subiremo prima ancora come sistema-paese che non come singoli individui. E poi le esperienze fin qui realizzate con la banda larga in Europa certificano che questa infrastruttura è strategica a livello paese non solo per il futuro (miglioramenti nella fruibilità di servizi e nelle modalità operative di persone, imprese, pubblica amministrazione), ma anche per l’indotto che fin da subito consente (ogni euro investito nella banda larga ne produce circa 2 in attività economiche correlate).
   
   Primi di novembre 2009: congeliamo la banda larga. I soldi dopo la crisi – Il vento, in effetti, era cattivo. Romani l’aveva “annusato” correttamente. “Sapete, la crisi economica, gli ammortizzatori sociali, il passaggio al digitale: insomma, le priorità sono altrove. Dobbiamo aspettare che finisca la crisi”. Non con queste parole ma la sintesi è corretta: è il “gran ciambellano” in persona, Gianni Letta, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, che ai primi di novembre ufficializza il “pensiero strategico” del governo, con tanti saluti a Paolo Romani (a Confindustria, alle parti sociali, alle associazioni, tutti soggetti che, viene da dire, contano sempre meno nella stesura delle linee guida strategiche di sviluppo del paese) e anche all’incredulo Ministro Renato Brunetta del cui progetto di ammodernamento della pubblica amministrazione (scuole, sanità, amministrazioni, tribunali), e-Government 2012, la banda larga è la struttura portante, il substrato senza il quale non è possibile attuare alcunché. Il pensiero strategico? La banda larga è importante, è fondamentale, ecc. ecc., ma i soldi li daremo quando saremo usciti dalla crisi (come se ci fosse un casello autostradale: si esce dalla crisi come dall’autostrada). Quindi il piano resta congelato e dopo mesi di inutili pressioni da parte di una serie di soggetti anche interni allo stesso governo, la banda larga può aspettare. I finanziamenti servono per gli ammortizzatori sociali. Però non c’è da disperare. Letta afferma che “Anche la banda larga è nelle priorità ordinarie del governo, subito dopo quelle straordinarie dovute alla crisi. E comunque sarà una questione di mesi”. E poi, affermano sempre dal governo, anche con i fondi bloccati ci sono altri fondi ai quali attingere, si creano bandi, si lavora con le regioni per creare infrastrutture….Siamo più tranquilli.
   
   Metà novembre 2009: banda larga, il governo rilancia, niente stop – Levata di scudi. E’ davvero “politically uncorrect” bloccare la banda larga. E’ anche una questione di immagine: che figura ci facciamo con il resto dell’Europa? E poi l’incazzatura è bipartisan e quindi come facciamo a reggere il colpo? Ecco che il ministro dello Sviluppo Economico, Claudio Scajola, dice ai giornali che non fare la banda larga sarebbe come non aver fatto l’autostrada del Sole; che la banda larga è un investimento prioritario per il paese, che lui è convinto e che anche Berlusconi in persona è convinto che entro l’anno la banda larga verrà finanziata. Tremonti? Tace. C’è stato solo, come recita una  nota di Palazzo Chigi, ”lo studio della formula migliore nel quadro delle priorità imposte dall’attuale situazione economica”. Tutti concordi nell’affermare che il Cipe, dopo l’esame tecnico, ai primi di dicembre darà il suo via libera.
   
   Considerazioni politiche? – Una politica economica che mette al centro della propria azione l’oculatezza è certo un valore da tenere presente, ma di eccessiva oculatezza si può anche morire se il rischio è quello di non cogliere la prospettiva strategica e di sviluppo legate a scelte infrastrutturali che generano crescita e rimettono in moto una maggiore efficienza del sistema. E poi, anche politicamente (ed elettoralmente) rischiano di essere scelte impopolari. È la differente visione di strategia economica che sta alla base della criticità di rapporto, tutto politico, tra il presidente del consiglio, con un’impostazione spregiudicata e talvolta populista, e il Ministro dell’Economia, pragmatico e oculato al limite della mancanza di visione.
   
   Considerazioni culturali? – Di cosa stiamo parlando? Di una tecnologia trasmissiva, la banda larga, che, abbiamo il sospetto, è culturalmente molto lontana dall’essere considerata, al di là delle dichiarazioni ufficiali,  infrastruttura strategica da parte della nostra classe politica. Non è una questione di conoscenza, ma di cultura. Pur senza nulla togliere alle elevate competenze presenti nel governo che hanno da tempo studiato e proposto la banda larga come infrastruttura dal valore primario, sotto il profilo dello sviluppo e della crescita economica, siamo altrettanto certi che tutto ciò che ha a che fare con “digitale” “informatica”, “Ict” e quant’altro riguardi la tecnologia, sia culturalmente distante e quindi facilmente declassabile in fascia “b” rispetto alle priorità di finanziamento. Ci si consenta il sospetto!
   
   Considerazioni popolari? – Come riassumiamo “per il popolo” quanto fin qui accaduto alla “questione banda larga?” Con un proverbio popolare lombardo (tradotto in italiano): “Se fosse andata…avrebbe avuto le gambe”. Ce ne andiamo anche noi cantando con il grande Lucio Battisti: “Io vorrei, non vorrei, ma…se vuoi…”. Buon Natale. Vedremo a gennaio, nella prossima puntata, se il Cipe avrà approvato la “banda larga all’italiana”.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.

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