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App business: un mercato promettente tutto da scrivere

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App business: un mercato promettente tutto da scrivere

Venti milioni di smartphone, utenti mobili che utilizzano i cellulari in modo evoluto da diversi anni, una rete wireless a band larga capillare… La Mobile Economy mette alla prova sviluppatori e aziende italiani. Ne parliamo con Andrea Rangone, professore del Politecnico di Milano e “guru” dell’e-business

05 Set 2012

di Riccardo Cervelli

Tra applicazioni vendute al consumatore finale e pubblicità inserita nelle app, il giro d’affari della Mobile economy all’italiana nel 2011 dovrebbe aver raggiunto i 90 milioni di euro. A ipotizzare questa cifra è Andrea Rangone (nella foto), professore ordinario di Business Strategy ed E-business al Politecnico di Milano, nonché fondatore e direttore degli Osservatori Ict & Management della School of Management dell’ateneo milanese.

Subito dopo, Rangone aggiunge che “in Italia il mercato della mobile economy si dimostra particolarmente interessante per alcune caratteristiche peculiari del nostro Paese. La prima è la forte presenza di smartphone. La seconda è la buona diffusione della banda larga mobile. La terza è l’utilizzo evoluto del cellulare da parte dell’utente italiano, che da circa una decina d’anni non usa più il telefonino soltanto per parlare o inviare messaggini. Considerato tutto questo, possiamo affermare di trovarci di fronte a un comparto economico che potrà dare soddisfazioni all’Italia nel corso dei prossimi anni”.

Al momento in cui scriviamo, gli osservatori sono concordi nel calcolare in venti milioni il numero di smartphone nelle tasche degli italiani. Con il termine smartphone vengono definiti i cellulari che, nonostante le limitate dimensioni e la loro leggerezza, hanno caratteristiche molto spinte di computing, al punto da poter supportare applicazioni (agende, lettori musicali, ripresa fotografica e video, navigazione web, posta elettronica etc.) ed essere dotati di diverse forme di connettività: da quella Gms, Gprs, 3G/4G al Bluetooth, al WiFi. Come sottolinea Rangone, poi, a differenza che nell’ambito della banda larga fissa, l’Italia non ha niente da invidiare ad altri Paesi per investimenti già effettuati dai carrier nella banda larga mobile, compresa quella di nuova generazione Lte (Long Term Evolution). E basta dare un’occhiata alle pagine italiane dei social network come Facebook, Twitter o YouTube, per avere un’idea di quanti connazionali – di ogni età e di ogni provenienza geografica – pubblicano informazioni, discutono o postano video e fotografie sugli stessi dai loro smartphone o tablet a ogni ora del giorno e da qualunque luogo in cui si trovano. Complice anche la competizione in corso fra gli operatori di telefonia mobile a colpi di abbonamenti flat a tariffe appetibili per tutti i portafogli.

Una filiera in costruzione

Come ogni mercato, anche quello della Mobile Economy ha una catena del valore. “In questo caso – spiega Rangone – si tratta di una filiera in buona parte costituita da nuovi attori, spesso individui o società di persone molto semplici. La Mobile Economy genera fenomeni imprenditoriali nuovi e diffusi sul territorio. Molto forte la presenza di giovani e di start-up”. Per quanto riguarda le neo-società, in questo caso non si assisterà a un’esplosione simile a quella verificatasi nei primi anni 2000 con la diffusione di Internet e il miraggio della New Economy, che poi portò a una bolla finanziaria scoppiata pochi anni dopo con “morti e feriti”. La Mobile Economy promette di crescere in modo più graduale e stabile. Quanto, nel 2012? “Difficile dirlo con esattezza, sicuramente a due cifre”, risponde il professore del Politecnico e chiedendo di sbilanciarsi un po’ di più, butta là una percentuale del 30%.

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Chiediamo a Rangone quali potrebbero essere i segreti per sviluppare business di successo nella Mobile Economy. “Rispondere a questa domanda – replica senza incertezza – è la cosa più complicata del mondo. Tutte le sfide della Mobile Economy sono legati a questa questione. Abbiamo visto società che sono riuscite a guadagnare milioni di euro interpretando in modo originale questo nuovo modello. Ma guardare al passato serve poco. La maggior parte delle strategie sono ancora da inventare. Oggi, però, non basta più sviluppare una bella applicazione – come un giochetto – che viene acquistata da qualche decina di migliaia di clienti. Bisogna capire cosa può realmente interessare un pubblico di qualche milione o di qualche decina di milioni di utenti. Una sfida che è una pagina bianca”.

Sviluppatori in cerca di empowerment

Rangone è coordinatore del progetto Start-up Boosting, un’iniziativa lanciata dalla School of Management del Politecnico di Milano e curata da Osservatori Ict & Management, il cui obiettivo è identificare progetti imprenditoriali innovativi e supportarne concretamente lo sviluppo.

L’iniziativa è rivolta a persone fisiche, gruppi, start-up o anche aziende consolidate che hanno elaborato nuove idee di business in settori quali mobile marketing & service, mobile payment, new media, fatturazione elettronica, cloud e mobile content. Al termine di una selezione, i finalisti hanno diritto a partecipare gratuitamente a un percorso di alta formazione presso il Mip, la School of Management del Politecnico di Milano. “Nei nostri corsi – puntualizza Rangone – noi non diciamo agli allievi cosa fare. Diamo loro una formazione di business, gli spieghiamo come sviluppare una società e poi li impegniamo in un’attività di dialogo, di brainstorming. Ci sforziamo di agire da catalizzatori. Il nostro obiettivo è di fornire un empowerment agli sviluppatori in modo che poi possano mettere in pratica le loro idee magari con finanziamenti da parte società di venture capital”.

Se proprio si vuole identificare qualche requisito imprescindibile nel disegno di un’applicazione mobile, Rangone cita la conoscenza del linguaggio Htlm 5, delle sue evoluzioni, e quella dei linguaggi multipiattaforma che permettono alle app di essere lette nel modo più appropriato da qualsiasi tipo di lettore. “Non basta più – conclude – conoscere bene solo il sistema operativo iOs”. Navigando su alcuni siti di aziende italiane, invece, si trovano molto spesso app molto interessanti ma che possono girare solo sull’iPhone o sull’iPad, a dispetto del fatto che oggi gli smartphone Android hanno superato le vendite di quelli di Apple a livello mondiale. “Agli sviluppatori – conclude Rangone – sono necessarie conoscenza molto trasversali”. Intendendo con queste non solo quelle tecnologiche, ma anche quelle di business.

Riccardo Cervelli

Giornalista

Nato nel 1960, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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