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E se Steve Jobs avesse avuto ragione?

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E se Steve Jobs avesse avuto ragione?

“Non fidatevi di chi, in azienda, ha più di 30 anni!” Così diceva Steve Jobs per dare alla sua Apple quella costante capacità di innovazione tecnologica, marketing e ricerca della “nuova frontiera” che ha consentito alla Casa di Cupertino di diventare ciò che è oggi e ciò che ha rappresentato per “l’evoluzione della specie” umana. Immaginatevi se Jobs fosse oggi un Cio. Provate a pensare, sotto il profilo delle scelte architetturali, cosa farebbe per snellire il legacy tecnologico, applicare i nuovi modelli cloud, far diventare l’It vero motore dell’innovazione del business aziendale. Probabilmente, qualcuno penserà, lo caccerebbero. È probabile. Ma restiamo sull’affermazione iniziale di Jobs, quella che riguarda i giovani.

05 Dic 2012

di Stefano Uberti Foppa

È sulla Millenium generation e sulle persone che, giovani e senza esperienza, stanno entrando in azienda che vogliamo concentrarci. Come possono i Cio “abbassare le difese”, ridurre lo scetticismo che si cela dietro la parola “esperienza”, per dare a questi individui la possibilità di sbagliare, certo, di commettere errori entro un determinato range di pericolosità, ma anche di poter apportare idee fresche? Quelle idee che se opportunamente incanalate potrebbero consentire una creazione di valore sempre più difficile da generare da parte di chi, da tanti anni in azienda, per osare vuole e deve considerare mille e mille parametri, con il risultato di un pericoloso immobilismo e/o di tempi di attuazione oggi inaccettabili.

Il tema della gestione dei giovani e dei giovani talenti, soprattutto, è spinosissimo e di grande attualità. Lo è sempre stato, probabilmente, ma oggi, la diffusione estrema, a livello planetario, di cultura digitale nella società e di strumenti la cui portata deve ancora essere pienamente compresa, attuata e valutata nel suo trasferimento in azienda, assume contorni…” sfidanti”. La sfida è quella di superare le perplessità che sempre accompagnano la valutazione, da parte di Cio molto “strutturati”, del neofita, per aprirsi a una nuova fase di confronto e di attuazione di modelli e strumenti innovativi nella modalità di intendere il lavoro, la collaborazione, il confronto e il rapporto con il mercato.  Al di là dei soliti riferimenti sui social network e sulla generazione digitale, c’è da capire se, come Cio, riusciamo ancora a percepire e ad accettare il valore di un confronto, magari non dialetticamente formalizzato ma esistente nelle radicalmente differenti modalità di lavoro e di approccio, con l’universo giovanile, con giovani certo da sgrezzare, ma portatori di vera innovazione di processo e tecnologica. Quali sono le leve oggi per coinvolgere queste persone? Non certamente solo economiche. Fino a che punto siamo disposti a incidere su alcune nostre modalità operative strutturate per capire fino in fondo se una diversa impostazione organizzativa, un diverso uso di strumenti, nonché l’utilizzo di strumenti nuovi e apparentemente “pericolosi” per la security aziendale, possono invece consentirci di creare innovazione? Fino a che punto, bisogna d’altro canto anche chiedersi, possiamo permetterci, come dipartimenti It, di sentire che il mondo attorno sta cambiando ma nei fatti combattiamo ogni giorno perché il nostro universo cambi il meno possibile? Nessuno afferma che i giovani, in quanto tali, debbano avere corsie preferenziali. Ma neanche preclusioni generazionali. Certo oggi sono loro al centro di un cambiamento che vede le strutture organizzative e tecnologiche aziendali alla rincorsa. E allora perché non provare a cogliere l’essenza del pensiero? Perché non sperimentare la nuova proposta alla quale, chiusi nei meccanismi e nei processi consolidati e “incrostati” negli anni, non si è mai pensato e che invece potrebbe rivelarsi vincente nella creazione di valore competitivo?

Di fatto stiamo parlando di quella tendenza che va consolidandosi sotto il nome di reverse mentoring e che in realtà fu sperimentata, tra i primi, da quel Jack Welch quando era Ceo del colosso General Electric, che impose a circa 500 dei propri top Executive di farsi formare nell’utilizzo di Internet dai propri collaboratori e soprattutto dalle nuove leve che in quegli anni stavano entrando in azienda. Lui stesso prese “lezioni”, dichiarò una volta, da un ventenne per capire come dovesse efficacemente navigare il Web. E la cosa, manco a dirlo, funzionò egregiamente.

Certo c’è il tema, altrettanto spinoso del mentoring, la classica metodologia di formazione tra un soggetto con più esperienza e uno con esperienza minore al fine di trasferire a quest’ultimo, le conoscenze, i modelli, il “clima” stesso dell’azienda; insomma… di “strutturarlo” per benino. Una fase certo indispensabile, oggi più che mai, nell’esigenza di poter trasferire, all’interno dei sistemi informativi, conoscenze che se perdute rischierebbero di causare potenziali situazioni di alto rischio in termini di business continuity nonché di padronanza della necessaria conoscenza da sempre in capo ai sistemi informativi. Ma…la contaminazione giovanile, soprattutto in periodi di svolta come l’attuale, portano in sé modalità e percorsi che se adeguatamente integrati nell’esistente, riescono a dare quella marcia in più che oggi si sta disperatamente cercando di avere a tutti i livelli. E a proposito di marcia in più, una parola ci viene da spendere per le donne dei sistemi informativi. Pochissime, proprio in una fase di trasformazione come l’attuale dovrebbero essere attentamente considerate. Abituate da sempre ad una competizione ancora più dura della nostra per poter affermare le loro competenze e idee, spesso hanno in sé quelle sensibilità relazionali, quelle “viste complessive” e quella capacità di attuazione parallela (contro quella sequenziale, preferita dall’altro sesso), che all’universo maschile talvolta mancano. Non è una disquisizione sui sessi, è la ricerca, molto concreta e finalizzata alla produttività, delle competenze migliori, non solo tecniche ma anche mentali, culturali, psicologiche, più idonee al periodo di trasformazione e di riproposta che stiamo vivendo. Solo abbassando le barriere della protezione e della preclusione per trovare nella contaminazione di prospettive diverse un nuovo sentiero di sviluppo, il dipartimento It potrà sopravvivere e riaffermarsi come motore in grado di sostenere, abilitare e accelerare un cambiamento che comunque sta avvenendo. Ricordiamoci di Steve Jobs…

Stefano Uberti Foppa

Digital innovation influencer

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, è stato direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360, fino al febbraio 2019. Oggi è una delle principali firme del magazine.

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