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Semplificare il percorso verso l’hybrid cloud

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Semplificare il percorso verso l’hybrid cloud

01 Lug 2015

di Patrizia Fabbri

Il cloud sta evolvendo dal modello Private a ecosistema articolato di fornitori e offerte, dove il Cio è chiamato a essere prima di tutto orchestratore di servizi in-house e pubblici per disegnare un’infrastruttura agile e borderless, che connetta dipendenti, clienti, partner e dispositivi. L’hybrid cloud si profila ormai come scelta obbligata e naturale per ridisegnare i sistemi informativi con l’obiettivo di servire un business e un mercato sempre più demanding e mobile-oriented. Se ne è discusso in un recente Executive Cocktail organizzato da ZeroUno, in partnership con Dedagroup Ict Network.

“Ci troviamo in un momento trasformativo estremamente sfidante”, esordisce Stefano Uberti Foppa, Direttore di ZeroUno, introducendo l’Executive Cocktail, dal titolo Digital Business & IT Transition – Come semplificare il percorso verso l’hybrid cloud, organizzato da ZeroUno in partnership con Dedagroup Ict Network, che si è tenuto il giugno scorso a Milano.

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“Siamo in piena app economy – prosegue il direttore – e l’Ict da strumento di supporto al business, sta ormai diventando ‘il’ business dell’azienda; l’innovazione è continua, è finita l’epoca dell’innovazione tecnologica che arriva, viene consolidata e poi utilizzata per diversi anni. Sono numerosi i trend che caratterizzano questa trasformazione: la contaminazione dei mercati impone l’elaborazione di nuovi modelli organizzativi; l’approccio al business è sempre più social; si diffondono fenomeni come l’IoT e il M2M dove il valore di prodotti è determinato dalla capacità di ‘vestirli’ con nuovi servizi; la mobilità che è diventata la modalità di fruizione principale delle soluzioni”. Insomma, uno scenario che sta radicalmente cambiando il nostro modo di vivere come persone e quello delle aziende di stare sul mercato; un cambiamento che, prosegue il direttore di ZeroUno “impatta fortemente il dipartimento It, al quale è richiesto di diventare, secondo la ormai famosa definizione di Gartner, bimodal: da un lato un approccio da maratoneta, in grado di garantire l’evoluzione infrastrutturale verso criteri di flessibilità, apertura, variabilità, tecnologie di più facile gestione; dall’altro un approccio da velocista, dove la partita si gioca sulla capacità di essere innovatore e comporta un ridisegno organizzativo, di skill, culturale che consenta all’It di essere là dove si genera il business”. Perché tutto ciò si compia, è indispensabile disporre di un’infrastruttura tecnologica che renda possibile questo ridisegno e il cloud, in particolare il modello hybrid, rappresenta una delle principali risposte in termini di flessibilità e agilità: “Il tema – si domanda a questo punto Uberti Foppa – è: come delineare un roadmap efficace verso l’hybrid cloud, un percorso a medio-lungo termine per integrare data center aziendale e cloud pubblico? Come aggirare i vincoli imposti dalle infrastrutture esistenti? Come costruire un ambiente ibrido in grado di supportare i processi di digitalizzazione dell’azienda? Come impedire che l’accesso indiscriminato delle Lob a servizi cloud pubblici crei ‘nuovi silos’ difficilmente integrabili nell’It aziendale?”.

I partecipanti all'Executive Cocktail

Consolidamento, virtualizzazione, automazione, standardizzazione, software defined data center rappresentano i pre-requisiti per una transizione verso l’hybrid cloud, ma per intraprendere questa strada è necessario dare risposta ad altre domande: “Quali investimenti in skill e tecnologie sono necessari? Ma soprattutto: come prevedere i ritorni dell’hybrid cloud e ottenere il supporto (e il budget) del top management? E ancora: come identificare le risorse da tenere in house o da trasferire in cloud per ottimizzare l’utilizzo di entrambe le opzioni? Come costruire un approccio ‘hybrid by design’ sviluppando cioè applicazioni in grado di sfruttare nativamente le risorse private e pubbliche?”, chiede il direttore che conclude il suo intervento ricordando come il sostegno di un partner sia decisivo per una corretta adozione e che, proprio per questo, “è importante capire quali devono essere i criteri che guidano la scelta del partner che ci deve accompagnare in questo percorso”.

Cloud Journey: un processo inarrestabile

Figura 1: Il mercato cloud in Italia
Fonte: Osservatorio Cloud & Ict as a Service della School of Management del Politecnico di Milano, giugno 2015

Stefano Mainetti, Co-direttore scientifico dell’Osservatorio Cloud e Ict as a service della School of Management del Politecnico di Milano, entra quindi nel merito evidenziando come il mercato cloud sia cresciuto complessivamente del 25% nel 2015 sul 2014, raggiungendo complessivamente i 1.510 milioni di euro (figura 1): “Certamente è una spesa importante, dove, nel caso della componente public cloud, si registra una crescita del 35% e del 21% per la cloud enabling infrastructure. Quest’ultimo dato indica inoltre che il cloud journey continua a crescere, le aziende stanno infatti predisponendo le infrastrutture per andare in questa direzione. In un mercato asfittico e tuttora fermo come quello dell’Ict si tratta di percentuali che non si vedono da molto tempo”, ricorda Mainetti (rimandiamo all’articolo Osservatorio Cloud e Ict as a service: analisi e interpretazione dei risultati per consultare i risultati 2015 dell’indagine realizzata dalla School of Management).

“Andando ad analizzare come si compone la spesa in public cloud, vediamo che il Saas rappresenta il 45%, una quota importante, quindi, quello che emerge dai dati – sottolinea Mainetti – è che è sempre più spinta la tendenza a cogliere le opportunità di innovazione di un patrimonio applicativo che è molto più semplice e flessibile da fruire in modalità as a service. Credo che ormai, comprare esclusivamente soluzioni on premise sia la strada meno perseguita dalle aziende. Continua a salire anche il Paas, che nel 2014 era l’8% e nel 2015 è salito all’11%: si tratta di un modello di delivery particolarmente interessante perché permette all’azienda di personalizzare le applicazioni come se fossero on premise, appoggiandosi però su un’infrastruttura esterna con stack già configurati e costi unitari più bassi”.

Un altro dato importante che l’indagine ha rilevato è relativo alla Cloud Agenda dei Cio, dalla quale emerge che, sebbene prevalgano i casi di stabilità (ossia quelli in cui le aziende hanno un modello di delivery su cui prevedono di restare) dove al momento è ancora maggioritario l’approccio on premise, per quanto riguarda la scelta relativa ad applicativi/infrastrutture che devono essere sostituiti o nuovi servizi applicativi/infrastrutturali che devono essere implementati, la scelta prioritaria è nei confronti del cloud. “Ma – ricorda il docente del Politecnico – ogni azienda costruisce il cloud journey secondo le proprie esigenze e con una propria roadmap”. In questo contesto il ruolo del vendor It è ovviamente molto importante, ma, ricorda Mainetti, “la tradizionale struttura di filiera del mercato Ict è messa in profonda discussione dall’avvento del public cloud e si sta ridisegnando in cerca di nuovi ruoli e nuove forme di differenziazione. L’analisi di fonti secondarie e il confronto diretto con i principali attori di questo mercato hanno permesso di identificare i tre ruoli principali giocati dai player dell’offerta, che in un’ipotetica catena del valore del cloud agiscono sinergicamente: Ict Enabler, che sviluppano le componenti infrastrutturali su cui si appoggia il cloud, hardware e software, possiedono reti di telecomunicazioni e realizzano fisicamente i data center; Service Provider, che progettano, realizzano ed erogano servizi di public cloud, sia applicativo che infrastrutturale, eventualmente aggregando e complementando soluzioni di terze parti; Cloud Channel, che supportano le aziende nel percorso di adozione delle soluzioni cloud, offrendo una gamma di servizi che possono comprendere consulenza, configurazione dei servizi, system integration, gestione dei servizi e supporto utenti”.

La vera rivoluzione It si chiama “software defined”

Figura 2: I fattori che impattano maggiormente sulle aziende Fonte: Ibm C-Study

Paolo Angelini, Direttore Business Unit Cast di Dedagroup Ict Network, dopo avere illustrato mission e caratteristiche della sua azienda e, in particolare, della divisione Cast (vedi articolo Cast di Dedagroup: rotta sul cloud, la strada è segnata), per confermare la portata del momento di trasformazione che stiamo vivendo, ricorda i dati emersi dall’Ibm C-Study dello scorso anno (figura 2) dai quale emerge che i c-level riconoscono come tra i primi tre elementi che determinano il successo di un’azienda i fattori tecnologici, fattori che nella figura del Ceo sono addirittura al 1° posto. “Questo – sottolinea Angelini – è un riconoscimento importante ed è interessante sottolineare il fatto che la reputazione della tecnologia presso i Ceo è addirittura superiore che nei Cio”. A ulteriore dimostrazione di come le cose stiano cambiando, Angelini propone un documento dell’Unione Europea che evidenzia le caratteristiche del curriculum del professionista Ict: “Ebbene, una delle componenti essenziali è rappresentata da ‘business fundamentals’ e questo non riguarda solo il Cio o chi ha importanti responsabilità in ambito tecnologico, ma anche il giovane che si avvia a un percorso professionale It”.

Ma è chiaro che per poter essere protagonisti di questa trasformazione, l’infrastruttura tecnologica deve rispondere a quei criteri di flessibilità e agilità ai quali Uberti Foppa si è riferito nell’introduzione e qui, dice Angelini, “la vera rivoluzione It si chiama software defined ed è questa centralità del software che abilita il cloud: i percorsi di virtualizzazione avvicinano la tecnologia ai requisiti del business, contestualmente la standardizzazione, anche a livello applicativo, semplifica la delega a partner esterni di fette crescenti dei sistemi informativi d’impresa”. Il top manager di Dedagroup conclude ricordando che il ruolo della divisione che dirige è proprio quello di “ricercare il più avanzato equilibrio tra consolidamento e innovazione, combinando le tecnologie e i modelli di erogazione più efficaci. Quello che il mercato ci chiede è un’ orchestrazione piena delle componenti sia infrastrutturali sia applicative, dove il valore sta proprio in questa governance di insieme”.

Alessandro Romanini, Responsabile Service Innovation, Divisione Cast di Dedagroup ha quindi concretizzato quanto detto da Angelini riportando l’esperienza di Lillo, un’azienda della Grande Distribuzione Organizzata che, trovandosi in un importante momento di trasformazione (attiva in tutto il Centro-Sud Italia con una catena di supermercati sotto l’insegna Md Discount, nel 2013, l’azienda sigla l’accordo con il Gruppo Lombardini per la cessione da parte di questo del canale discount a marchio Ld e acquisisce così 320 punti vendita con duemila dipendenti) aveva la necessità di ripensare la propria infrastruttura tecnologica (vedi il White Paper Hybrid Cloud: in viaggio verso la terra promessa): “Punto di partenza per lo sviluppo del progetto, che ha visto poi la relocation nei datacenter Dedagroup di tutti i sistemi e l’attivazione del servizio di System Management Support che garantisce il corretto esercizio della piattaforma applicativa, è stata un’importante fase preliminare di ascolto dove un nostro team si è trasferito presso il cliente per alcuni giorni per confrontarsi con i responsabili di business e il team It e capire quali erano le esigenze; questo approccio ha contribuito, inoltre, a ridurre le distanze tra i due gruppi in azienda”.

Il dibattito conferma il trend verso il cloud

Un momento di networking

Ricco e acceso il dibattito che è seguito, durante il quale i partecipanti si sono concentrati su alcuni punti. In primo luogo, è stato sottolineato come il freno a un approccio cloud venga anche da outsourcer che forniscono servizi strategici e che preferiscono continuare ad appoggiarsi su un’infrastruttura tradizionale; è il caso di Barclays Bank: “Stiamo cercando di fare esplorazioni in ambito cloud – dice Antonio Polimeno, Head df Digital, Channels Adm and Information Integration dell’istituto bancario in Italia – ma riguardano servizi di tipo assicurativo, che non sono gestiti dal nostro outsourcer che è restio a cambiare approccio e passare al cloud. Per questi nuovi servizi invece abbiamo scelto il cloud, riportando all’interno lo sviluppo”.

Mette invece l’accento sulle persone Demetrio Migliorati, Head of Enterprise Digital Organization, Banca Mediolanum, realtà che per numerosi progetti ha già intrapreso la strada del cloud: “Siamo nel mezzo di un cambiamento che oltretutto è in costante accelerazione, dove ci viene richiesto di introdurre all’interno delle nostre aziende tecnologie e strutture organizzative più idonee ad affrontare questo ambiente. Ma i progetti di cambiamento non sono progetti tecnologici: le tecnologie ormai ci sono e possono quasi essere considerate una commodity; quello su cui bisogna agire è la cultura delle persone. E questo comporta certamente una grande fatica”.

Luca Magnoni, Head of Digital&Life Apps, Aviva Italia, riporta l’accento sull’importanza di una relazione It-business sempre più stretta: “Il software as a service è oggi la vera frontiera del cambiamento, anche se l’offerta non è sempre pronta: l’industrializzazione del software porta esigenze di integrazione, ma spesso le soluzioni Saas a disposizione sono carenti e risultano difficilmente integrabili. Il problema è ancora più evidente nel caso di applicazioni core. Per questo motivo in azienda abbiamo sposato la metodologia “agile”, perché aiuta It e business a lavorare insieme, amplia la disponibilità di ascolto e questo consente di scegliere la strada migliore”. Magnoni sottolinea poi un altro importante aspetto: “Il cloud non è sempre esternalizzazione, ma significa anche, nella logica Saas, creare centri di eccellenza che una country può mettere al servizio delle altre; per questo diventa quindi essenziale che l’It capisca e conosca bene i processi di business”.

Infine Graziella Dilli, Cio di Arpa Lombardia spiega come la sua azienda stia effettuando una scelta decisamente disruptive rispetto al passato e che rappresenta l’anticamera di un futuro passaggio integrale verso il cloud: “Stiamo sviluppando due progetti cloud: uno più tradizionale che riguarda la posta elettronica; l’altro che concerne una delle nostre applicazioni più critiche, il monitoraggio dei dati ambientali per allertare poi la protezione civile, nel quale lavoriamo a stretto contatto con il business. La nostra strada quindi è in qualche modo tracciata perché abbiamo bisogno di liberare risorse interne per impegnarle nel ridisegno dei processi insieme al business e nello sviluppo di nuovi servizi a fianco del business”.

Patrizia Fabbri
Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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