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Quali applicazioni nella “nuvola”

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Quali applicazioni nella “nuvola”

06 Mar 2009

di Giampiero Carli Ballola

Nel mondo consumer il cloud computing è una realtà, in quello delle imprese non ancora. Ma la trasfusione delle tecnologie e della cultura degli utenti dall’uno all’altro mondo renderà tale passaggio inevitabile, con una forte crescita del mercato spinta dalle esigenze funzionali e dal livello d’investimento che  il mondo business presenta. Il caso dell’enterprise content management, l’area applicativa che probabilmente abbraccerà per prima e più pienamente il modello ‘cloud’, aiuta a capire la dinamica di un mercato che, essendo in parte di sostituzione, presenta rischi e vantaggi sia per gli utenti sia per i fornitori

Nell’articolo Cloud computing: quali strumenti ne abilitano l’impiego , vediamo come il modello di provisioning rappresentato dal cloud computing sposti la bilancia della relazione tra clienti e fornitori da un rapporto basato sul pagamento, via acquisto o via licenza d’uso, di prodotti e soluzioni ad uno basato sul pagamento, via abbonamento o via fatturazione a consumo, di quello che con tali prodotti e soluzioni si può fare. Questo spostamento non è ovviamente né esclusivo né totale (gran parte delle risorse, delle infrastrutture e delle applicazioni It non sono e non saranno mai ‘cloud’) ma anche a voler essere prudenti e riduttivi, vi sono segni che fanno intuire che si tratta di un qualcosa destinato a rivoluzionare non solo qualitativamente ma anche quantitativamente il mercato.
Questo in parte sta già peraltro accadendo. Secondo Gartner le attività connesse al cloud computing dovrebbero totalizzare nel 2009, quindi già entro quest’anno, un mercato di 170 miliardi di dollari, e se si considera che siamo solo agli inizi della fase di ‘boom’ prevista, sempre da Gartner, nel quinquennio 2008-2012, si può avere un’idea di ciò che il ‘cloud’ può rappresentare in termini economici per tutti gli interessati. Attenzione, però: come ripeteremo fino alla noia, il cloud computing non è né un architettura né tanto meno una soluzione, ma un modello di provisioning; non è quindi nulla che si possa acquistare e/o implementare in quanto tale. Pertanto, quando si parla di mercato del cloud computing (espressione che continueremo ad usare anche se sarebbe meglio dire mercato promosso dal cloud computing) non ci si riferisce ad una crescita del business se non nella minima parte dovuta ad alcune tecnologie, tra l’altro quasi tutte open source, componenti la Cloud platform descritta nel precedente articolo. I miliardi di dollari di cui si parla provengono, in un rapporto che oggi appare difficile stimare, in parte dallo sviluppo di risorse, soluzioni e servizi promosso dai vantaggi che il provisioning via ‘cloud’ offre agli utenti, e in parte dallo spostamento sul modello ‘cloud’ della fornitura di risorse, soluzioni e servizi oggi offerti con altre modalità. E quando si parla di spostamento, vuol dire che c’è chi ci guadagna e chi ci perde, il che spiega l’attenzione al tema di tutto il mondo dell’offerta.

Lo spostamento dell’approvvigionamento di un qualsiasi bene o servizio da un modello ad un altro comporta, quasi sempre, anche lo spostamento della domanda da un tipo di fornitore ad un altro. Se voglio avere un’automobile vado alla Fiat, se la voglio adoperare vado alla Hertz. E se alcuni servizi sono facilmente e convenientemente organizzabili (per restare nell’esempio, tutti i costruttori d’auto offrono anche finanziamenti), per altri ciò non è possibile o è antieconomico. Lo stesso vale, in teoria, anche per l’It: un conto è produrre e vendere hardware e un altro è fornire Mips o Terabyte. Ma la natura stessa dell’It fa sì che in questo settore le attività del costruttore, e ancor più della software house, non siano difficili da fondere con quelle del service provider, per cui vi sono grandi player che sono presenti in entrambi i campi.
Abbiamo detto però come i servizi di SaaS o IaaS (erogazione on demand di software o risorse infrastrutturali) pur essendo destinati, almeno in parte, a diventare servizi ‘cloud’ oggi lo siano soltanto per un’utenza consumer e/o per applicazioni specifiche. Le imprese sono infatti molto restie ad utilizzare Internet per i propri dati e le proprie applicazioni business e sono ancora più restie a delegare ad una figura esterna la responsabilità della fornitura di servizi indispensabili all’esecuzione dei processi aziendali attraverso risorse ubique e sulle quali non hanno alcun controllo (che è l’essenza stessa del concetto di ‘cloud’). Ma abbiamo già scritto che non tutto diventerà cloud computing e probabilmente applicazioni e risorse dei processi ‘core’ non lo saranno mai.

C’è però una vasta classe di applicazioni che è sicuramente destinata ad essere fruita via cloud nel breve e medio termine, anche e soprattutto perché in larga parte lo è già, ed è il content management. Nel mondo consumer la distribuzione e gestione dei contenuti, siano essi di testo, come e-mail, messaggi e informazioni, oppure di immagini, suono e multimediali, avviene già in massima parte secondo il modello del cloud computing, cioè operata da fornitori di servizi erogati via Internet. Un modello spinto in parte dalle opportunità di business derivanti dal content delivery (tramite pubblicità, traffico, contenuti a pagamento e quant’altro) e in parte dalla recente esigenza della domanda di poter gestire tali contenuti superando i limiti di elaborazione e storage dei dispositivi mobili. Le tecnologie a supporto di questo modello formano un ‘ecosistema’ di componenti, canali, dispositivi e applicazioni fornite da vendor consolidati come emergenti che crea da un lato un mercato ricco e vivace e dall’altro una ‘cultura’ di fruizione che non può non influenzare anche il mondo del lavoro, spingendo l’utente aziendale verso nuove iniziative.
Naturalmente, il mercato del content management per le imprese (Ecm) è molto diverso da quello consumer, caratterizzato da costi bassi (o nulli, almeno per l’utente finale) ed alti volumi. E per molte aziende i rischi legati alla sicurezza e/o alla perdita della proprietà intellettuale risulteranno un ostacolo insormontabile al passaggio al cloud computing anche a fronte dei vantaggi di flessibilità, capillarità ed economicità d’esercizio ottenibili rispetto ad una soluzione di Ecm aziendale. Ma con l’estensione dei sistemi di sicurezza e controllo accessi alle applicazioni Web e ai dispositivi mobili e la comparsa di specifiche tecnologie di Drm (Digital rights management) che consentono uno stretto controllo sul ciclo di vita di contenuti e documenti pur permettendone un pieno utilizzo, L’Ecm via cloud appare una concreta opportunità. Gartner raccomanda ai Cio di considerare l’inserimento di un content service provider in grado di fornire servizi di Ecm, SaaS, outsourcing e altro nelle loro strategie di provisioning per non porre l’impresa in condizioni di svantaggio nel supporto allo snellimento dei processi, alla produttività dei dipendenti e alla relazione con partner e clienti.

Secondo Gartner, il mercato del cloud computing assomiglia molto, in questa fase di primo sviluppo e di forti prospettive di espansione, a quello delle ‘dot-com’ del primo sviluppo del business su Internet, con una grande crescita nel numero dei fornitori di servizi cloud-based e una forte presenza, tra questi, di società di nuova costituzione. Essendo le dinamiche alla base della nascita delle dot-com molto simili a quelle dei cloud computing provider, bisogna evitare, con il maturare del mercato, di compiere gli stessi errori che hanno causato, dieci anni fa, la crescita e lo scoppio della ‘bolla’ del Web business.
In sintesi, bisogna che chi sceglie di affidarsi a servizi di cloud computing per attività importanti ai fini dello sviluppo e dell’operatività della propria impresa, si accerti bene non solo, come è ovvio, della qualità del servizio proposto, ma anche della solidità del piano di business e della copertura finanziaria del fornitore prescelto. Altrimenti, conclude Gartner, non gli resta che incrociare le dita e sperare che un fornitore qualitativamente valido ma finanziariamente inaffidabile venga acquistato da qualcuno più solido prima del fallimento.

Giampiero Carli Ballola
Giornalista

Giampiero Carli-Ballola, nato nel 1942 e giornalista specialista in tecnologia, collabora con ZeroUno dal 1988. Segue i processi di digitalizzazione del business con particolare attenzione ai data center e alle architetture infrastrutturali, alle applicazioni big data e analitiche, alle soluzioni per l’automazione delle industrie e ai sistemi di sicurezza.

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