“Il 69% delle aziende sta valutando la repatriation dei propri workload dal cloud pubblico a quello privato, e un 1/3 l’ha già fatto”. Con queste parole, dirette ed efficaci, il Private Cloud Outlook 2025 di Broadcom racconta come sta cambiando l’architettura cloud a livello globale.
Il modello ibrido è sempre stato vincente, ma oggi assistiamo a una forte rivalutazione della componente privata, che da ambiente riservato ai workload e ai dati più sensibili sta diventando il pilastro dell’intera architettura cloud aziendale grazie alla capacità di garantire performance ottimali e controllo dei costi, oltre alla piena sovranità del dato.
Non è un ritorno al passato né il tentativo di fare a meno del cloud pubblico, cosa peraltro ritenuta poco realistica da Gartner, bensì di uno step importante nel processo di maturazione del cloud, che evolve da un approccio cloud-first — inteso principalmente come public-first — a un paradigma workload-first, in cui ogni applicazione viene collocata nell’ambiente più adeguato in funzione di requisiti specifici come latenza, controllo, costi, compliance e continuità.
Indice degli argomenti
Come prende forma la cloud repatriation
Un elemento chiave di qualsiasi progetto di repatriation è l’identificazione – attraverso valutazioni olistiche che bilanciano costi, prestazioni, conformità e obiettivi aziendali – dei workload candidati alla migrazione verso ambienti privati.
Secondo Massimo Bandinelli, Marketing Manager Aruba Cloud, uno dei principali player europei nella cloud transformation di organizzazioni pubbliche e private, è essenziale riconoscere la centralità e la complessità di una strategia di repatriation: “Non tutte le aziende che avviano un progetto di questo tipo definiscono una strategia che valuti tutte le variabili in gioco, dai costi effettivi alle dipendenze tecniche, dall’impatto sui processi interni fino ai contratti attivi. Dovrebbero farlo, però, perché una strategia ben delineata ed eseguita consente di recuperare il controllo e la governance IT, ridurre i costi imprevedibili, aumentare la resilienza e, soprattutto, abilitare un modello ibrido più efficiente e sostenibile nel lungo periodo”.
Valutazioni tecniche, contrattuali e normative
Per approcciare la repatriation, il primo passo è sempre un assessment approfondito. In questo caso, l’obiettivo è capire come muoversi rispetto alle componenti già identificate e verificare l’eventuale presenza di vincoli tecnologici, contrattuali o normativi. Questo significa creare un inventario aggiornato e dettagliato di tutti gli asset digitali, mappare le dipendenze applicative rispetto all’infrastruttura cloud attuale e comprendere quali tecnologie vengano impiegate, così da identificare eventuali lock-in.
Come detto, l’assessment deve integrare anche valutazioni contrattuali e regolatorie. È dunque necessario riesaminare gli SLA sottoscritti con il provider attuale e verificare tempi di recesso, clausole sull’esportazione dei dati, costi di egress e condizioni di disponibilità del servizio durante la migrazione, così da prevenire penalità inattese e tutelare la business continuity.
Dal design all’esecuzione: la roadmap tecnica della migrazione
Una volta definita la strategia e chiariti i workload e gli applicativi destinati alla migrazione verso l’infrastruttura privata, inizia la fase più concreta del percorso di repatriation, laddove le valutazioni di alto livello lasciano spazio a un lavoro operativo articolato.
In questo scenario, Aruba Cloud struttura i propri progetti seguendo un percorso chiaro, che si articola in fasi progressive.
Design dell’architettura dell’ambiente target
La progettazione dell’ambiente di destinazione è il passaggio che più di tutti determina il successo della repatriation, perché traduce gli obiettivi definiti in fase strategica – riduzione del TCO, migliori performance, sovranità – in scelte tecniche concrete. La complessità deriva dal fatto che non si tratta solo di optare per un private cloud, un modello ibrido o un’infrastruttura sovrana, ma di costruire un’architettura ad hoc, coerente con le motivazioni specifiche che hanno portato al rientro.
In questa fase vengono valutate performance, sicurezza, data protection, latenza, continuità, integrazioni con i sistemi esistenti e sostenibilità economica, cercando un equilibrio tra esigenze di business, rischi operativi e piani di evoluzione futura.
“La fase di design – spiega Massimo Bandinelli – è quella in cui si fissa la traiettoria del progetto. Un ambiente target ben progettato garantisce performance prevedibili, riduce la complessità operativa ed evita spese inutili. Inoltre, una volta delineata l’architettura, diventa possibile stimare in modo realistico tempi, costi e modalità della migrazione: quali componenti richiederanno un replatforming, quali potranno essere spostate in modo più diretto, quali integrazioni dovranno essere riviste e quali rischi dovranno essere mitigati”.
Proof of Concept: validare prima di migrare
Dopo la progettazione dell’ambiente target, la scelta più razionale porta allo sviluppo di un Proof of Concept per mettere alla prova tutto ciò che si è deciso nelle fasi precedenti. Solitamente, si parte da applicazioni meno critiche o da workload con un profilo di rischio ridotto, così da verificare in modo controllato come l’ambiente target si comporti in termini di performance, compatibilità e sicurezza.
Il PoC serve anche a prendere confidenza con gli strumenti di migrazione, le pipeline di trasferimento dei dati e i tempi reali delle operazioni; è un laboratorio protetto in cui testare cut-over e rollback, osservare come reagiscono le integrazioni, anticipare eventuali colli di bottiglia e fare tuning prima che la migrazione coinvolga servizi più critici.
Migrazione ed esecuzione: il cuore del progetto
Per la migrazione entrano in gioco strumenti automatizzati e orchestrazioni pensate per garantire la coerenza delle informazioni durante tutto il trasferimento e, ovviamene, minimizzare i potenziali downtime.
Questo è anche il momento in cui si deve prestare attenzione ai costi di egress, pianificando finestre di migrazione che li riducano al minimo e, allo stesso tempo, limitino l’impatto sugli utenti interni ed esterni. Quando tutto è preparato correttamente, il cut-over diventa un passaggio naturale e sicuro.
Ottimizzazione e validazione
Una volta effettuata la migrazione, occorre verificare che l’ambiente target risponda alle aspettative e agli obiettivi della repatriation. Questo significa misurare performance, stabilità, costi operativi, tempi di risposta delle applicazioni, sicurezza e compliance.
È il momento in cui si conferma il ROI del progetto: se la repatriation era nata per ridurre costi, aumentare controllo o migliorare le prestazioni, questa fase lo rende evidente. Si effettuano inoltre eventuali ottimizzazioni: ricalibrare risorse, aggiustare policy di sicurezza, ottimizzare la rete o affinare le configurazioni di storage.
Monitoraggio H24 e servizi gestiti: mantenere l’efficienza
Governare un private cloud significa garantire che performance, sicurezza e continuità restino costanti nel tempo, senza caricare il team IT di attività manuali o imprevedibili. Qui entrano in gioco i servizi gestiti, che coprono monitoring h24, patching e aggiornamenti, controllo di vulnerabilità, gestione delle identità, audit periodici e supervisione continua dell’infrastruttura.
Sono inoltre centrali gli ecosistemi della data protection e della business continuity: backup, politiche di retention, piani di Disaster Recovery e soluzioni DRaaS che permettono di ripristinare rapidamente i sistemi in caso di incidente.
Il ruolo di Aruba Cloud
Complici normative sempre più stringenti e una crescente attenzione alla sovranità del dato, la cloud repatriation è destinata a restare un trend rilevante anche nel 2026. Se, secondo Broadcom – come citato in apertura – il 69% delle aziende sta valutando iniziative di repatriation, altre fonti spingono la stima fino all’86%, a conferma di un interesse ormai strutturale e non più episodico.
Aruba Cloud è un player primario in questo mercato per accompagnare le organizzazioni lungo l’intero percorso di modernizzazione del proprio modello cloud: dall’impiego sinergico di ambienti ibridi e multicloud fino a progetti di repatriation verso infrastrutture private progettate su misura.
In questo senso, Aruba Cloud può far leva su un network europeo di data center progettati per assicurare sovranità by design, continuità del servizio e livelli di sicurezza adeguati anche ai workload più sensibili.














