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Una scuola di impresa per l’innovazione

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Una scuola di impresa per l’innovazione

17 Nov 2006

di Andrea Bonaccorsi

L’importanza dell’innovazione per la competitività delle imprese sembra un elemento acquisito nel dibattito economico. Tuttavia i dati esistenti ci dicono che l’approccio delle aziende nei confronti dell’innovazione è molto differenziato. Proviamo a tratteggiare alcuni percorsi  seguiti dalle imprese, iniziando con quelle che potrebbero fare di più

Il gruppo delle medie imprese, con oltre 250 addetti, è stato identificato come il nucleo più promettente per la fuoriuscita del paese dal declino industriale. Si tratta, secondo le analisi di Mediobanca (www.mediobanca.it) e Unioncamere (http://www.www.unioncamere.it), di un nucleo di oltre 3000 imprese, caratterizzate da elevata efficienza operativa e margini di profitto superiori alla media, in genere ben managerializzate e fortemente presenti sui mercati esteri. E tuttavia gli stessi dati mostrano che l’investimento in innovazione è ancora inferiore a quello che i margini di redditività potrebbero consentire. Si tratta di imprese che, con le dovute eccezioni, hanno scelto di crescere prevalentemente all’estero e sulle linee di prodotto di maggiore successo, piuttosto che su sentieri più rischiosi di innovazione continua. Qui vi sono ampi margini per uno sforzo più intenso. Un altro gruppo che può fare di più è certamente quello delle imprese familiari che hanno alle spalle innovazioni introdotte dai fondatori. La forza espansiva della intuizione originaria si è spesso tramandata per una o due generazioni, ma è giunta al limite. Qui la grande sfida, intrecciata con quella della successione generazionale, è come riprodurre la capacità innovativa non più sulla intuizione isolata dell’imprenditore ma su sforzi sistematici e organizzati.
Infine, vi è il grande settore delle imprese terziarie, che rappresentano una delle sfide più promettenti, ma anche più incerte. L’innovazione nel terziario è una galassia quasi sconosciuta. Essa non nasce prevalentemente da laboratori dedicati di ricerca, ma dalla adozione di tecnologie IT combinata con diffusi processi di creatività e di apprendimento organizzativo. L’innovazione terziaria in Italia ha enormi potenzialità se riesce a combinare unicità (beni culturali, genius loci o “carattere del luogo”, customer experience) con replicazione, moltiplicandone il valore economico. Anche qui vi è moltissimo da fare.
Poi vi sono gruppi di imprese che sono invece già attivissimi. Ne citiamo due. Il primo è la meccanica strumentale, leader mondiale in molti segmenti. Si è osservato un processo, per certi versi sorprendente, di upgrading tecnologico e di incorporazione di elettronica avanzata, software e nuovi materiali. Si tratta di imprese che riescono ad attivare collaborazioni virtuose con le università e i centri di ricerca, sovente anche all’estero. Il secondo è la pattuglia delle start up ad alta tecnologia. Qui l’innovazione è regina, ma con una netta accentuazione dei profili tecnologici, a scapito di quelli commerciali e di crescita dimensionale. Le start up italiane crescono poco, ancor meno quelle di origine accademica. Cosa hanno in comune questi gruppi, al di là delle differenze di approccio? Vi è un elemento trasversale, rappresentato dalla esigenza di rendere il processo innovativo non più episodico e intuitivo, ma permanente, sistematico, organizzato e controllato. Si tratta di passare dalla innovazione come evento legato alla singola opportunità, o idea creativa occasionale, o legato al temperamento delle persone, all’innovazione come processo, frutto di decisioni strategiche, incardinato in scelte organizzative precise, soggetto a nuove forme di controllo di gestione. Ormai non si tratta più di discutere il “se” dell’innovazione, ma il “come”.

Ingegnerizzare l’innovazione in azienda
È sulla base di questa diagnosi che è stata presa l’iniziativa di lanciare un Corso di formazione dedicato alle imprese, che abbiamo chiamato Innovation Engineering e sarà organizzato da QuInn (www.consorzionquinn.it), il Consorzio Universitario in Ingegneria della Qualità e della Innovazione costituito nel 1989 dall’Università con alcune tra le più grandi imprese, da Telecom a Rfi, da Eni a Iveco ad Ansaldo. QuInn è stato negli anni un riferimento nella ricerca e nella formazione nel campo della qualità, della sicurezza e della certificazione dei processi, e ha allargato il proprio ambito di attività all’innovazione. Ha alle spalle una vasta rete di competenze accademiche (in particolare in Facoltà di Ingegneria) e di consulenza e pratica aziendale.
L’idea alla base del corso è di realizzare un ossimoro: ingegnerizzare l’innovazione in azienda.
Ingegnerizzare significa modellare, progettare, pianificare, misurare: tutti elementi che sembrano opposti rispetto all’innovazione. Eppure la migliore ricerca ed esperienza internazionali ci dicono che è proprio questo ossimoro che si deve realizzare: da un lato generare idee creative, rompere le regole, cercare non-clienti, introdurre devianza, accettare come una regola la dissipazione di sforzi e fallimenti di idee, dall’altra però anche progettare strutture organizzative ad hoc, modificare le carriere, controllare i costi, recuperare gli errori, misurare i risultati.
Non esistono percorsi formativi per le imprese che combinino tra loro questi elementi. Di conseguenza non è nemmeno chiaro quanto le imprese vogliano dedicare risorse a una formazione su questi temi, ma qualcuno dovrà pure partire e prendersi il rischio di un lancio commerciale (e d’altra parte è difficile insegnare innovazione senza assumere rischi!).

Innovation session per la fase concettuale della innovazione di prodotto
Uno dei pezzi forti del Corso di Innovation Engineering è l’utilizzo di analisi funzionale nella innovazione di prodotto. Qualunque idea creativa di prodotto implica una ridefinizione degli aspetti funzionali. È possibile portare in azienda questa tecnica anche con un formato intensivo, con alcune giornate full time.
Il team di QuInn ha infatti messo a punto un metodo di lavoro in cui un gruppo di persone coinvolte in problemi di innovazione genera idee nuove nella fase di concetto, alla ricerca di buone soluzioni su cui lavorare in seguito.
Il metodo si differenzia nettamente sia dalle tecniche consuete di problem solving creativo e di pensiero laterale, che producono liste di idee senza un processo rigoroso di selezione, sia dalle tecniche basate su TRIZ (acronimo russo di “Teoria per la Risoluzione Inventiva dei problemi”), che richiedono un’elevata strutturazione del problema tecnico svolta in precedenza.
Nel corso di una sessione, il team si divide in facilitatori e analisti. I primi supportano il processo di generazione di idee su problemi definiti in apertura. I secondi offrono in tempo reale un supporto duplice: da un lato generano alberi funzionali gerarchici, che consentono di approfondire e di esplorare ogni idea proposta, dall’altro individuano rapidamente contraddizioni e vincoli, scartando le idee impraticabili. Gli analisti lavorano offline su una piattaforma software, messa a punto dal gruppo di ricerca QuInn, che si basa su software avanzati di text mining applicati a ontologie funzionali. Possono anche lavorare online con sistemi avanzati di crawling e di focused search su Internet. Con questo approccio nell’arco di una giornata non solo si generano numerose idee, ma si possono anche valutare e selezionare in presa diretta, aumentandone il valore economico.

* Andrea Bonaccorsi è Professore di Economia e Management, presso il Dipartimento di Sistemi Elettrici e Automazione della Facoltà di Ingegneria, Università di Pisa

UN CORSO PER L’INNOVATION ENGINEERING
Il Corso Innovation Engineering, organizzato da QuInn in collaborazione con Assist Consulting, il Consorzio Universitario in Ingegneria della Qualità e della Innovazione, avrà sede a Pisa e partirà a marzo 2007. Si svolgerà su 25 giornate (di cui 21 lavorative) in 16 mesi, in modo da consentire alle imprese di distribuire la partecipazione. Il target è rappresentato dalle funzioni tecniche, dal commerciale e dal supporto al vertice aziendale.
Il corso si articola su cinque blocchi tematici. I primi due coprono la strategia dell’innovazione, ovvero gli strumenti per affrontare il futuro (trend tecnologici, forecasting, creazione di scenari, intelligence tecnologica) e la gestione dell’innovazione, ovvero gli strumenti per aumentare i risultati controllando i rischi (project management avanzato, risk management). Il secondo e il terzo tentano una integrazione, difficilissima ma necessaria, tra la prospettiva del mercato e quella tecnologica e di sviluppo prodotti. Sul primo versante si farà esperienza diretta dei metodi più avanzati di osservazione partecipata, di user centered design, di customer experience e di analisi funzionale. Sul secondo si lavorerà sui metodi di Design for, con particolare attenzione al costo di prodotto, alla usabilità, alla manutenibilità, al coivolgimento dei fornitori e alla gestione del ciclo di vita. In gran parte delle aziende l’innovazione di prodotto è delegata alle funzioni tecniche, ma poi tutti sanno quanto sia difficile realizzare il coordinamento con il marketing, le operations, gli acquisti, il controllo di gestione. L’ultimo blocco è trasversale e si occupa delle scelte organizzative e di gestione delle risorse umane impegnate nella innovazione, e di comunicazione della innovazione, un tema importante ma trascurato.
I blocchi sono intervallati da esperienze di laboratorio e di experience learning, nelle quali le imprese potranno lavorare su progetti specifici di proprio interesse.
Le iscrizioni si aprono il 15 novembre 2006 e si chiudono il 30 gennaio 2007. Info su http://www.consorzioquinn.it

Andrea Bonaccorsi

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