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Ricerca, imprese e finanza: Cluster di innovazione

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Ricerca, imprese e finanza: Cluster di innovazione

02 Set 2004

di Gabriele Antonelli e Francesco Nesci

Quando in un certo territorio si concentrano ricerca avanzata, capacità imprenditoriali e risorse finanziarie, si innesca un circolo virtuoso che crea un vero e proprio ‘sistema per l’innovazione’, fonte di potente stimolo all ’economia. esaminiamo struttura e organizzazione di queste realtà, di cui abbiamo qualche buon esempio anche in Italia, e che, se opportunamente ‘coltivate’ potrebbero dare al paese quel recupero di competitività di cui si sente il bisogno

In questi mesi in cui molta attenzione è stata dedicata dall’opinione pubblica al tema del declino della competitività del Paese, un nuovo soggetto è apparso all’orizzonte. Si tratta dei “distretti innovativi”, termine che rinvia ai ben più noti distretti industriali e che nella terminologia ormai invalsa a livello internazionale sono anche indicati come ‘innovative clusters’, ‘high tech clusters’ o più semplicemente ‘clusters’.
Si tratta di forti aggregazioni di imprese ad alta innovazione, sia di grande che di piccola o media dimensione, che si sviluppano su un medesimo territorio generando un rapido incremento delle performance economiche e dunque della ricchezza a livello locale. Ma non ci sono solo le imprese: intorno a queste ultime prolifera un insieme di organizzazioni che facilitano e promuovono l’ulteriore crescita del sistema imprenditoriale. Scuole di alta formazione, reti di ‘business angels’, fondi di venture capital, parchi scientifici e tecnologici, ‘incubatori’ ed altro accompagnano la nascita delle nuove imprese; servizi di consulenza tecnologica, legale e di management e servizi di trasferimento tecnologico le assistono ed infine, quando il fenomeno assume un rilievo significativo per il territorio, anche gli enti pubblici entrano nella partita, definendo ed attuando politiche che incentivano la crescita del cluster.
Tutto ciò ha luogo, di solito, in aree territoriali relativamente circoscritte, e si sviluppa a tassi di crescita di gran lunga più elevati rispetto alla media dell’economia per effetto dell’attivarsi di un circolo virtuoso, una sorta di ‘danza dell’innovazione’ che fa crescere l’importanza economica, oltre che la rilevanza scientifica, di un territorio e che lo impone sulla scena internazionale. È quanto è successo in California nella famosa Silicon Valley, ma anche a Dallas, Texas; a Boston, Massachussets, nella “Silicon Wadi” d’Israele o a Hsinchu, Taiwan.
Anche l’Europa ha conosciuto il recente sviluppo dei cluster innovativi. Ed è per questo che ZeroUno ha deciso di intraprendere un viaggio tra i più interessanti cluster high tech europei la cui analisi verrà pubblicata sui prossimi numeri della nostra rivista. Prima di partire tuttavia, come in ogni viaggio che si rispetti, occorre procurarsi una buona mappa della zona che si vuole visitare. Daremo quindi le coordinate di massima del ‘firmamento’ dei cluster innovativi europei, cercando anzitutto di distinguerli dal più noto fenomeno dei distretti industriali. Quindi di descrivere qual è la struttura tipica e l’organizzazione di un cluster hi-tech, cercando di capire come avviene e come funziona la ‘danza dell’innovazione’, ed infine di fornire una rapida panoramica dei principali distretti innovativi europei.

Distretti industriali e distretti innovativi: uguali o diversi?
La comunanza del termine ‘distretto’ di fatto associa i distretti innovativi ai distretti industriali, specie quelli che costituiscono il nerbo dell’economia nazionale. Al di là delle assonanze lessicali, tuttavia, distretti industriali e distretti tecnologici rappresentano fenomeni economici affatto distinti. Proviamo a capire perché . Una prima distinzione attiene ai settori di mercato nei quali operano:
mentre i distretti industriali sono legati a settori tradizionali e all’industria manifatturiera, i distretti ad alta tecnologia riportano a mercati nei quali il ‘fattore conoscenza’ costituisce il presupposto indispensabile del successo economico. Pensiamo all’Ict, alle biotecnologie e a tutte le altre tecnologie abilitanti sulle quali si gioca la competitività delle nazioni (1).
Le differenze nei settori economici prevalenti implicano molte altre differenze. Ad esempio, l’innovazione nei distretti industriali è di tipo incrementale e mira al miglioramento continuo dei processi produttivi; nei cluster hi-tech, invece, l’innovazione è di tipo radicale, e consiste essenzialmente nell’incorporazione di conoscenza scientifica in nuovi prodotti o dispositivi. Nei distretti industriali l’innovazione è prodotta dalle stesse Pmi che compongono l’aggregazione, mentre nei cluster i motori dell’innovazione sono due: le università e i centri di ricerca da un lato, e le imprese, che trasformano la conoscenza scientifica in ricchezza economica, dall’altro. Ciò che ha luogo nei distretti tecnologici è un quindi un complesso processo di valorizzazione economica della ricerca scientifica e tecnologica, che fluisce dalle università e dalla ricerca pubblica e privata, ma che poi si distribuisce sul territorio limitrofo e vede nelle imprese il soggetto in grado di capitalizzare i risultati della ricerca traendone vantaggio economico.
Proprio la co-presenza ed il legame tra il “sistema delle imprese” e il “sistema della ricerca”, presenti su un medesimo territorio, costituiscono la più macroscopica differenza, per dire, tra Prato e Cambridge. Da un lato un gran numero di imprese appartenenti alla medesima filiera produttiva, impegnate in una intensa attività di produzione e commercializzazione; dall’altro la presenza, nel cuore del distretto produttivo, di una tra le maggiori università del mondo, in torno alla quale una forte vitalità imprenditoriale rielabora e trasforma i risultati dell’attività di ricerca in prodotti e servizi ad alta redditività economica.

Organizzazione di un Cluster innovativo
Seguendo Michael Porter, un cluster innovativo è «una concentrazione geografica di imprese interconnesse, fornitori specializzati, fornitori di servizi, imprese appartenenti a settori industriali tra loro collegati ed istituzioni associate (come università, agenzie di certificazione di standard, associazioni imprenditoriali), che competono ma al tempo stesso cooperano». Sotto il profilo organizzativo, dunque, un cluster innovativo è un soggetto di grande complessità. Molto più complesso di una grande impresa, è connotato da tre caratteristiche fortemente distintive:
– costituisce un’agglomerazione territoriale di soggetti di natura eterogenea, che vede convivere nello stesso territorio prestigiose università e piccole imprese; fondi di investimento pubblici e privati e grandi centri di ricerca; ‘parchi’ scientifici e incubatori, e così via;
– tali soggetti, indipendentemente dalla natura, sono accomunati dal “sacro fuoco dell’innovazione”, e sono impegnati, con ruoli diversi, nel produrre valore economico a partire dalla ricerca scientifica e tecnologica;
– questi soggetti, pur operando nella stessa arena economica e spesso tra loro in concorrenza, manifestano elevati tassi di cooperazione;
tanto che, secondo alcuni, proprio la capacità di ‘fare rete’ costituirebbe il principale fattore di successo di un cluster hi- tech.
Quali sono dunque i principali attori di un tipico cluster hi-tech?

figura 1- Il sistema degli attori di un distretto innovativo

Se ne possono individuare sette distinte categorie (vedi figura 1):
università e centri di ricerca pubblici; grandi imprese (o i loro centri R&S) e piccole imprese innovative; sistemi di servizi a supporto del processo di valorizzazione economica dell’innovazione (studi legali, consulenza di management, servizi per la promozione delle relazioni con l’estero…); intermediari finanziari (reti di ‘business angels’, fondi di seed capital, imprese di venture capital…); organismi e strutture che gestiscono infrastrutture fisiche (laboratori, parchi scientifici e tecnologici…); istituzioni pubbliche, ai diversi livelli territoriali e con diverse specializzazioni funzionali; organizzazioni non profit (fondazioni per la cultura scientifica, associazioni professionali e imprenditoriali, network per lo sviluppo dei business innovativi…). Quasi sempre vi sono diverse organizzazioni leader, ma quasi mai è possibile indicarne una nettamente dominante. Ciò che distingue un cluster innovativo è l’intensa cooperazione ‘orizzontale’ tra tutti i soggetti, accomunati dall’interesse alla crescita del potenziale economico del distretto. Un cluster innovativo, quindi, si riconosce per questi fattori:
– la presenza di una forte ricerca di base ed applicata, quasi sempre organizzata intorno ad uno o più rinomati poli universitari;
– una concentrazione di personale ad alta qualificazione scientifica e professionale;
– una diffusa pratica di networking e di cooperazione tra le organizzazioni, nell’interesse comune; – adeguate infrastrutture, sia per la ricerca sia per il business;
– una diffusa cultura imprenditoriale, che si manifesta in alti tassi di creazione di impresa;
– una larga disponibilità di risorse finanziarie per sostenere la ricerca, fornite vuoi da enti pubblici, vuoi da privati;
– la presenza di uno o più organismi pubblici sensibili al tema dello sviluppo economico locale ed all’innovazione scientifica, ed attivamente impegnati a favorirne la crescita.

I Cluster innovativi d’europa, una’vista dall’alto’
Proviamo ora ad individuare alcuni tra i principali distretti innovativi europei. Non necessariamente i più importanti, ma utili a dare un’impressione più precisa, sia pure di superficie, di che cosa siano in concreto i cluster innovativi nel Vecchio Continente. Per l’Italia, tre schede di approfondimento su tre realtà di eccellenza ci aiuteranno a farci un’idea (vedi tabelle 2, 3 e 4).

tabella 2 – Area Science Park (Trieste)

Oxford. Il distretto innovativo di Oxford può essere descritto come una concentrazione di università, istituti di ricerca e imprese high-tech eccezionalmente alta in una regione per la maggior parte rurale del sud-est dell’Inghilterra. Al centro di questo cluster sta l’Università di Oxford, una tra le più antiche del mondo ed uno dei luoghi di maggiore concentrazione della ricerca scientifica di punta in settori chiave: nuovi materiali, nanotecnologie, chimica, fisica, ‘life sciences’ (biotecnologie incluse), Ict. Altre due università completano il panorama della base scientifica: l’Università Oxford Brookes (l’ex Politecnico di Oxford) e l’Università di Cranfield (campus di Shrivenham). I grandi centri universitari costituiscono il motore non solo scientifico ma anche economico del distretto, che conta circa 1.400 imprese hi-tech, molte delle quali nate nell’ultimo decennio (negli ultimi sette anni l’Università di Oxford ha generato circa 30 imprese per spin off), per un totale di circa 37.000 addetti, pari al 12% della forza lavoro del Regno Unito. Insieme all’Università, al cuore del distretto si pone The Oxford Trust, fondazione costituita da Sir Martin Wood, fondatore della Oxford Instruments. Tra i settori più rappresentati: la strumentazione (la Oxford Instruments è la più nota e una delle più antiche imprese locali); le biotecnologie (con imprese come PowderJect e Oxford Glycosciences); l’automotive, con le imprese della ‘Motorsport Valley’ organizzate intorno alla Facoltà di Ingegneria automotive della Oxford Brookes University. Completano il quadro i cluster di imprese dei settori Ict, publishing e new media.

tabella 3 – L’area dell’ ‘Etna Valley’ (Catania)



Cambridge.
Da sempre rivale di Oxford, è a Cambridge che il fenomeno dell’ high tech clustering ha avuto inizio in Gran Bretagna. Qui, ad esempio, Microsoft ha ubicato il suo centro ricerca e sviluppo europeo, ed è qui che ha sede il prestigioso Cambridge- MIT Institute, un ponte tra Europa e il Mit di Boston. A Cambridge hanno sede 3.500 imprese hi-tech, presso cui lavorano circa 50.000 addetti. Le maggiori presenze sono nei settori dell’Ict nella produzione di strumentazione tecnica e nel biotech (dove Cambridge è oggi il più importante distretto d’Europa). La produzione che deriva da questa base innovativa contribuisce al Pil del Regno Unito per circa 7,6 miliardi di sterline.
Edimburgo. Rappresenta il principale nodo della ‘Silicon Glen’, nomignolo con cui si allude alla forte vocazione It e microelettronica della regione. Qui si aggregano infatti più di 400 imprese hi-tech; tra le maggiori si annoverano l’inglese BAE Systems (avionica e strumentazione militare) e le americane Hp, Canon, Mitsubishi, Sun Microsystems. Intorno a questi ‘giganti’ ed alle locali università si è sviluppato un articolato pool di piccole imprese hi-tech, molte delle quali sono spin off da ricerca. La base scientifica si articola intorno a importanti centri quali l’Università di Edimburgo, la Napier University, la Heriot-Watt University, Il Queen Margareth University College e lo Scottish Agricultural College, che nel complesso producono più di 3.500 articoli scientifici e più di 550 brevetti l’anno. Da queste istituzioni, inoltre, sono nate negli ultimi anni più di 30 spin off. Tra gli organismi di R&S spicca il Roslin Institute, dove è stata creata la famosa pecora Dolly. La crescita del cluster è infine accompagnata da più di 40 società di venture capital, fondi pubblico-privati di seed capital per le start up nate dalle università locali e una rete di ‘business angels’.


tabella 3 – L’area dell’Arno Valley (asse Firenze-Pisa)



Copenhagen.
La capitale danese è uno dei maggiori centri della ‘Medicon Valley’, una vasta aggregazione di imprese farmaceutiche, biomediche e biotecnologiche che si estende fino alla vicina Svezia Meridionale (Lund e Malmö). Si tratta di uno dei principali centri di aggregazione di imprese farmaceutiche a livello mondiale, che fa della Danimarca il terzo esportatore di prodotti farmaceutici del mondo. Nel periodo 1992-1999 è stato il secondo produttore di brevetti nel settore biotech depositati allo US Patent Office. Svezia del Sud. Le sei contee della Svezia a sud di Stoccolma costituiscono un cluster molto diffuso territorialmente, noto come SydSam Region. I principali centri sono: Malmö, Lund, Halmstad, Jonkoping, Kalmar, Karlskrona, Kristrianstad, Ronnebe e Vaxjo. I maggiori settori di specializzazione della SydSam Region sono l’It, distribuita un po’ in tutte le sei contee; la telefonia mobile, localizzata nell’area di Karlskrona (dove hanno sede circa 40 medie imprese che impiegano circa 4.000 addetti, strettamente legate al Blekinge Institute of Technology); il biomedicale e biotech, concentrati nei territori di Lund e Malmö, e facenti parte della citata Medicon Valley (vedi Copenhagen).
Stoccolma. La regione di Stoccolma è sede di una serie di cluster innovativi coesistenti; i principali settori sono Ict, Media ed entertainment. In questi ambiti sono presenti in totale 25.000 imprese, che impiegano il 20% della popolazione occupata nel settore privato (130.000 persone circa). La regione tra Stoccolma e Uppsala è un centro mondiale della ricerca biomedica e biotecnologica: conta 102 imprese che producono apparecchiature biomediche, oltre a 24 imprese biotech e 54 gruppi farmaceutici, che generano il 66% del fatturato del settore farmaceutico in Svezia ed il 72% del settore biotech. La base scientifica della regione è costituita da 20 centri universitari, tra cui il prestigioso Karolinska Institute di Stoccolma, primario centro di ricerca biomedica e biotecnologia a livello mondiale, e 15 istituti di R&S: completano il panorama 3 parchi scientifici, la Fondazione per il trasferimento tecnologico di Stoccolma e la Fondazione per la conoscenza e competenza in Ict.
Helsinki. La regione comprende il comprensorio di Helsinki, Espoo e Vantaa. Ad Espoo ha sede l’Otaniemi Science Park, focaliz zato sul settore Ict, e ad Otaniemi sono localizzati la Helsinki University of Technology, il Centro di Ricerche Tecniche della Finlandia (VTT), l’incubatore dello Otaniemi Science Park, il programma di sviluppo “Spinno”, ed oltre 40 imprese di venture capital. Il complesso delle risorse, servizi ed iniziative qui localizzati supporta lo sviluppo di circa 50 nuove start up tecnologiche ogni anno.
Berlino. Dopo l’unificazione, nel 1989 ha inizio la sorprendente crescita della Berlino hi-tech, che si articola intorno a 3 università, circa 15 centri di alta formazione e 80 centri di ricerca, che contano in totale circa 50.000 persone. A questi, si aggiungono circa 250 organismi di ricerca non universitari. La regione di Berlino, che nell’hi- tech si caratterizza per la predominanza di Pmi, presenta un elevatissimo tasso di innovazione: circa 89 start up ogni 10.000 abitanti. In aggiunta, nel solo anno 2000, 64 imprese hi-tech si sono trasferite nell’area. I principali settori innovativi sono i trasporti, le tecnologie biomediche, l’Ict e i multimedia. Solo in quest’ultimo cluster si contano circa 4.000 Pmi per un totale di 73.000 addetti. Un esempio di agglomerazione a carattere innovativo presente a Berlino, una metropoli di 3,5 milioni di persone, è rappresentato dal Complesso scientifico e di business Adlershof (WISTA), uno dei più grandi parchi tecnologici d’Europa. Qui hanno sede una ‘ScienceCity’, una ‘MediaCity’, un Parco Industriale, l’Università Humboldt, più di 350 imprese innovative e 13 istituti di ricerca non universitari che impiegano più di 5.000 ricercatori. Adlershof è un parco multisettoriale, con attività che vanno dall’It alle scienze fotoniche e dai nuovi materiali e microsistemi, alle tecnologie ambientali. Il Berlin-Buch Campus, all’estremità nord della città, rappresenta la più grande concentrazione di istituti di ricerca biomedica, universitari e non, ed imprese biotech della Germania.
Stoccarda. Al centro del Baden-Wurttemberg, Stoccarda costituisce uno dei principali centri di attività economica e scientifica della Germania. La regione dispone della più alta densità di organizzazioni scientifiche, accademiche e di ricerca del paese ed è in testa alle classifiche per nuovi brevetti. Qui hanno sede grandi imprese come Daimler Chrysler, Porche e Bosch, oltre ad Ibm ed Hp. Limitatamente all’high tech, il 24,6% dell’occupazione totale della regione è fornita da imprese innovative. L’11% della spesa in R&S della Germania è assorbita dalla regione, per un valore di circa 4.3 miliardi di euro all’anno; il rapporto tra spesa in R&S e Pil, limitatamente all’area di Stoccarda, è pari al 6,1% (poco più dell’1% in Italia). La base scientifica e tecnologica della regione annovera, oltre alle università di Stoccarda e Hohenheim, l’Istituto di Gestione e Tecnologia, nove università di Scienze Applicate, l’Accademia Cinematografica del Baden-Wurttemberg, il Collegio di Educazione di Ludwigsburg, l’Università di Stoccarda dell’Educazione cooperativa, l’Accademia delle Belle Arti e sei scuole professionali, per un totale di 61.000 studenti. A Stoccarda sono inoltre ubicati 6 istituti dell’associazione Fraunhofer Gesellschaft, quattro istituti per la ricerca collaborativa industriale, due istituti dell’associazione Max Planck, ed il centro nazionale per la ricerca aerospaziale (DLR). La regione è anche la sede centrale della Fondazione Steinbeis, uno dei principali organismi di trasferimento tecnologico d’Europa.
Grenoble. Insieme con Lione, è uno dei due ‘hub’ del distretto Rhône-Alpes, dove negli ultimi 10 anni sono nate circa 800 imprese innovative. Grenoble in particolare è da considerare come il più importante luogo di localizzazione della ricerca pubblica in Francia dopo Paris-Ilê-de-France (13.000 ricercatori pubblici a cui se ne aggiungono altri 4.000 impiegati in imprese private). Qui hanno sede 3 università, 9 scuole di ingegneria, 2 business school, 3 Istituti Tecnologici; sempre a Grenoble sono localizzate eccezionali infrastrutture di ricerca come il Laboratorio europeo di Biologia Molecolare, o il Sincrotrone europeo; è inoltre uno dei principali centri nelle micro e nanotecnologie, in via di rafforzamento e aggregazione per effetto del progetto “Minatec” e la presenza del laboratorio CEA/Leti. Sotto il profilo economico, il settore It a Grenoble ha creato circa 30.000 posti di lavoro; qui hanno sede i centri R&S di multinazionali quali ST Microelectronics, Motorola, Philips, Xerox, HP, Sun Microsystems. Grenoble è anche sede di un importante cluster di imprese biotecnologiche, che sfruttano la presenza del Gènopole, che raccoglie tre piattaforme di ricerca di avanguardia nel settore: il Centro Nazionale di Proteomica, il Centro di Bioinformatica e il Centro per le Bio-Nanotecnologie.
Sophia-Antipolis. Situata nella regione delle Alpes-Maritimes è uno dei principali e più antichi parchi scientifici d’Europa (creato nel 1969). Conta più di 22.000 occupati in circa 1.200 imprese, la maggior parte nel settore Ict ed il 90% di queste con meno di 10 addetti.
Madrid. Il tour dei cluster europei dell’innovazione si conclude nella capitale spagnola, dove si concentra il 33% delle spese in R&S della Spagna, soprattutto nei settori Ict, biotecnologie, farmaceutico e sanità. A Madrid hanno sede circa 100 istituti di alta formazione scientifica per un complesso di circa 550.000 studenti; vi sono 7 università pubbliche e 6 università private, a cui si sommano oltre 40 centri di ricerca non universitari.

Concludendo: si parte…!
Al termine di questa iniziale panoramica, il viaggio nei cluster innovativi può finalmente avere inizio. Il prossimo servizio sarà dedicato al caso di Oxford (UK), uno dei principali centri innovativi d’Europa, ed anche uno di quelli cresciti più rapidamente: la trasformazione di Oxford da tranquillo centro di ricerca in brulicante capitale dell’innovazione tecnologica inizia alla fine degli anni ’80, quando il vertice dell’Università di Oxford decide che è venuto il momento di recuperare il terreno perduto rispetto all’eterna rivale Cambridge. Da quel momento ha inizio un travolgente ‘rush’ che porta Oxford non solo a recuperare il terreno perduto, ma persino a superare tra il 2002 ed il 2003 la storica rivale nella generazione di nuove imprese innovative.

1) Michael Porter, The Competitive Advantage of Nations – Free Press 1998
*) Gabriele Antonelli e Francesco Nesci sono rispettivamente Senior Consultant e Partner di Àssist Consulting, società di management consulting impegnata sui temi del change management, dei sistemi e delle soluzioni per la pianificazione e controllo, della gestione risorse umane e delle customer operations. Gli autori, in particolare, si occupano di sistema nazionali e locali di innovazione; in questo ambito svolgono attività di consulenza nel design e nella implementazione di sistemi territoriali di servizi per il trasferimento tecnologico verso le PMI.



Le aziende: attese e bisogno d’infrastrutture
“Il ‘sentiment’ degli italiani – dice Chicco Testa, membro del board Rothschild Italia ed ex presidente Enel ed Acea, intervenuto nell’ultima Java Conference di Sun, tenutasi a Milano – è pessimista circa il futuro: sono molti che, convinti di avere una vita migliore delle generazioni precedenti, non si attende lo stesso per i propri figli”. Si è interrotta la percezione di una crescita lineare ad eccezione delle tecnologie e dell’Ict in particolare, per le quali, malgrado lo ‘sboom’, persiste un pressoché unanime ottimismo”. Con ‘freno a mano tirato’ però. Secondo Testa, la percezione delle opportunità date dall’innovazione c’è, ma grande è il timore di sbagliare, perché l’esperienza depone per risultati non in linea con gli investimenti: o troppo costosi rispetto al valore aggiunto, o a metà dissipati in manutenzione; con costi eccessivi di formazione o rischio di perdita di controllo da outsourcing, con standardizzazione insoddisfacente, o semplicemente con un limite ‘umano’ che rende solo teorici i guadagni in produttività della tecnologia. L’auspicio è per un rilancio delle infrastrutture informatiche. La banda larga è ancora poco diffusa, e ciò vanifica in gran parte il valore dello stare in rete: senza giri di parole, come mai il conclamato “ritorno dello Stato” oggi è centrato su autostrade, ponti e ferrovie, e dimentica quasi del tutto le infrastrutture informatiche? Come buon esempio, Testa cita la cablatura del territorio regionale in Emilia Romagna, oggi vista come un’offerta che stenta a trovar domanda di servizi, ma che le darà in futuro un vantaggio competitivo rispetto ad altre geografie. (R.M.)

Gabriele Antonelli e Francesco Nesci

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