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Ricerca e impresa: soluzioni verso un ’innovazione che crei valore economico

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Ricerca e impresa: soluzioni verso un ’innovazione che crei valore economico

02 Gen 2005

di Rinaldo Marcandalli

Dai più significativi interventi al convegno ‘stati generali dell’ict e innovazione: ict e nuovi media’, tre autorevoli pareri sui problemi che, in Italia, intervengono nel processo che dalla ricerca porta a quel tipo d’innovazione capace di tradursi in un sostegno per la competitività del paese.

Come avviene in Italia l’incontro tra offerta di ricerca e domanda di innovazione? Esiste in Italia e come funziona il processo di cui tutti intuiamo il valore strategico? Scontato il fruitore (il nostro sistema industriale), quali ne sono attori e fornitori? Esiste e funziona un sistema di distribuzione,  e può essere migliorato? Rispondiamo a queste domande attraverso i più significativi interventi svolti in occasione del convegno "Stati generali dell’innovazione: Ict e nuovi media ", organizzato a Milano il 25 ottobre a conclusione dell’ultimo Smau. Vale a dire quelli di Giampio Bracchi,  presidente della Fondazione Politecnico Milano,  sul cambiamento di modello dello sviluppo industriale; di Alfonso Fuggetta,  direttore scientifico del Cefriel,  sui tempi e modi per instaurare una catena del valore ricerca-innovazione; e di Guido Possa,  viceministro per l’Istruzione,  Università e Ricerca , sulla discontinuità culturale del nostro sistema socio-industriale e sulle nostre chance di rilancio,  anche attraverso le tecnologie dell’informazione. Bracchi va subito al punto: il nostro Paese ha una buona ricerca di base (pubblica)specie Ict,  ma una scarsa ricerca privata,  per di più in calo in questi anni. Se la ricerca dev’essere driver di ripresa economica occorre sviluppare la "capacità di assorbire ricerca nel nostro sistema industriale ".Altrimenti,  dice Bracchi,  "è come versare acqua in un recipiente bucato ", impegnando risorse senza risultati.

PERCHÉ NON SI PRODUCE RICERCA
La situazione la conosciamo: per quota di Pil investito e tendenze in atto siamo proprio gli ultimi. Anche in Francia,  Germania e Regno Unito la ricerca si contrae,  ma partendo da una situazione migliore. E i ritardatari,  Spagna e Grecia,  si stanno sviluppando. L’Italia è unica ad avere un livello di partenza basso e in peggioramento. Anche il trend di privatizzazione della spesa di ricerca (un indice di qualità,  se è vero che l’UE ha dato l’obiettivo di una quota pubblica inferiore a un terzo,  a far da leva e garanzia all’investimento in ricerca dei privati)non è positivo. In Italia la quota di ricerca pubblica è del 53%, il che non significa,  stanti i numeri assoluti,  che lo stato spenda troppo,  ma che manca la ricerca privata. E se l’Ict sta tradizionalmente meglio di altri settori,  non sfugge al trend negativo: lo sforzo di R&S delle grandi imprese di Tlc e soprattutto d’informatica ha ceduto negli ultimi 15 anni. D’altro canto,  è noto il profilo medio-basso del nostro export: l’hi-tech esportato è solo l’11, 8% (contro il 20%della Germania,  il 25%della Francia e il 40%del Regno Unito).Il settore Ict in Italia pesa sul totale dell’industria manifatturiera per un magro 4%, il che spiega in parte l’esigua quota hi-tech esportata. Ma la bassa quota hi-tech dell’export si spiega con l’assenza quasi totale in Italia di grandi aziende di orizzonte internazionale,  non solo nell’Ict,  ma in tutti i settori: delle prime 500 aziende per R&S a livello mondiale,  le italiane sono solo 7, contro 32 francesi e 28 tedesche. Dato che la nostra quota dell’hi-tech a livello mondiale è di circa il 3%e il 3% di 500 è 15, abbiamo, nella ricerca,  la metà delle imprese che dovremmo avere. Poichè i tre quarti della ricerca si fa nelle imprese con oltre 500 dipendenti,  ci mancano i campioni in grado di trascinare il sistema. Nell’Ict,  c’è qualcuno in micro elettronica,  qualcuno in telecomunicazioni,  e quasi più nessuno in informatica. Senza grandi imprese,  dice Bracchi,  "non c’è nemmeno ricerca formale Ict: al più c’è innovazione architetturale o procedurale ".Una controprova è il numero dei brevetti:12 le registrazioni correnti per milioni di abitanti in Italia (UK 31, Francia 35, Usa 53, Germania 69 e Giappone 81).Le Pmi non brevettano. E non consola che tutta l’Europa brevetti meno della sola Silicon Valley,  mentre sono in forte crescita i brevetti nel Sud Est asiatico e in Israele.

BASSA INNOVAZIONE E BUONA PRODUTTIVITÀ:MODELLO A RISCHIO
Ma,  come osserva Bracchi,  malgrado la poca innovazione,  la nostra produttività non è bassa. Riusciamo ad avere un buon valore aggiunto per addetto nell’industria manifatturiera,  in aree di contenuto tecnologico intermedio o basso,  riuscendo finora a reggere con un modello di sviluppo a produttività tecnologica media e indice di innovazione basso,  a metà strada tra la Svizzera e la Spagna. Il modello dura da decenni,  ma senza travasi da ricerca in valore aggiunto economico il problema è il futuro,  con tecnologie abilitanti sempre più determinanti,  un tasso di innovazione richiesto da prodotti internazionali sempre più elevato,  e soprattutto interi settori soggetti a choc competitivo per l’ingresso di nuovi paesi concorrenti sia sul costo del lavoro sia sulla capacità di automazione delle produzioni. Insomma: bisogna capire che il vecchio modello è a rischio e che ne serve un altro,  che punti decisamente sull’innovazione. Nella ricerca,  l’alternativa alle grandi imprese hi-tech sono le università. Ma (e qui c’è l’affondo di Bracchi sui limiti della ricerca universitaria)"Occorre un salto culturale ed organizzativo ".il Ministero mostra che il 53%delle pubblicazioni internazionali referenziate vengono dal sistema universitario. Intanto è poco in assoluto,  ma,  dice Bracchi,  "le pubblicazioni sono il contrario dei brevetti,  in termini di valore economico e differenziale competitivo: l’attuale modello di sviluppo universitario è fatto non per creare valore,  ma per la ricerca fine a sè stessa ".Serve invece proteggere e governare il trasferimento di valore economico dalla ricerca prodotta all’innovazione consumata. In Italia le Università con strutture di trasferimento tecnologico gestite professionalmente da persone di collegamento università-imprese (e non da professori,  che devono fare un altro mestiere)si contano sulle dita di una mano.

INCUBARE LE HI-TECH, MA SE PROIETTATE SUI MERCATI INTERNAZIONALI
Come uscire da questa situazione? Per Bracchi dovremmo creare nuove imprese trainanti,  puntando tutti i nostri gettoni sul nuovo. "Seguiamo l’esperienza finlandese,  che ha investito in ricerca e creato imprese col centro di sviluppo in Finlandia,  ma sede e filiale commerciale a New York. E’ un errore incubare la "piccola impresa " di servizi che dopo tre anni ritrova ancora a lavorare con 5 persone su qualche azienda del territorio ".Occorre puntare a produrre tecnologia per il mercato internazionale,  per poi rivenderla in Italia. Al venture capital non interessano aziende con obiettivi di fatturato di 4 o 5 milioni di euro: serve almeno un ordine di grandezza superiore (30 o 40 milioni di euro)e puntare sui mercati internazionali. "C’è da fare un salto culturale,  o rassegnarsi ad un inaridimento dei finanziamenti da capitale di rischio alle start-up tecnologiche italiane ".La situazione è già molto pesante: dai 540 milioni erogati dal venture capital a 339 imprese nel 2000, al culmine della’bolla, i finanziamenti 2003 sono crollati a 59 milioni di euro a 65 imprese. Abbiamo un problema serio di raccolta di fondi,  con un peso degli investimenti hi-tech storicamente scarso,  mentre la premiabilità del made in Italy è semmai sui settori dove siamo percepiti leader (come le macchine utensili). Per Bracchi occorre far leva sul finanziamento pubblico per far partire l’investimento privato. Ci sono fondi (privati)e fondi di fondi (pubblici)che investono dal 1993 in Francia,  Irlanda,  Regno Unito ed Israele. "La logica è che i fondi li gestiscono i privati,  rischiando propri soldi in aziende con chance di crescita; il rischio è mitigato dal co-finanziamento pubblico. "La leva del pubblico sul privato è misura di fiducia: in Francia a fronte di partecipazioni governative per 335 milioni pubblici,  45 fondi privati hanno investito 1.846 milioni di euro. E nel Regno Unito,  una partecipazione governativa di soli 58 milioni ha stimolato sottoscrizioni per 127 milioni da privati convinti del valore economico prodotto dalla R&S (ad esempio: un’azienda farmaceutica ha investito a fronte di priorità sui brevetti),  e di ben 2, 5 miliardi da nove fondi di venture capital. Si potrebbero fare molte cose per attrarre il capitale privato: istituire un fondo di cofinanziamento per mitigare il rischio-paese; produrre una’vetrina’ di opportunità evidenziando le idee in grado di produrre valore economico,  quindi aiutarle ad emergere e a dimostrarsi. In Italia,  osserva Bracchi,  teniamo banco in sanità e biotecnologie in particolare,  e sono emersi una cinquantina di prototipi di ricerca nell’area di life science, di potenziale interesse per il settore del venture capital. E,  per tornare all’Università,  anche qui c’è dacambiare strada. Ogni professore ha il suo gruppo di ricerca,  parliamo di 950 progetti e 4.000 unità di ricerca: troppe.La frammentarietà contraddice l’eccellenza. Ci sono stati tentativi del Ministero di concentrare le ricerche: ma occorre davvero aggregare gruppi per creare dimensioni critiche,  con finanziamenti non a pioggia e con una sufficiente continuità.

L’INCONTRO FRA RICERCA E INNOVAZIONE
L’esordio di Alfonso Fuggetta,  professore di Ingegneria Informatica,  e direttore scientifico del Cefriel (Center of Excellence For Research,  Innovation,  Education and industrial Labs),  è stimolante: "Se vogliamo fare meglio,  dobbiamo superare il complesso dei ‘treni persi’: i treni partono sempre. Dieci anni fa chi avrebbe sfidato Windows 95 con un sistema operativo ‘Finestre 95’?In Finlandia Linus Torvald l’ha fatto,  e con un sistema operativo nemmeno troppo innovativo, ma più facile da governare. Ed Apple ha venduto ieri il Mac ed oggi l’i-Pod per il design, di solito un punto di forza italiano,  ma c’è scritto ‘designed in California’.I treni partono tutti i giorni, il problema è capire se abbiamo intenzione di saltare sui treni che partono. Prodotti Ict ne escono tutti i giorni, perché non provare? ".In Italia abbiamo imprese che fabbricano sempre più prodotti che incorporano Ict.Pesiamo agli elettrodomestici, alle automobili, alle macchine utensili, in cui siamo leader mondiali. In tutti questi prodotti l’Ict è componente centrale per funzionalità e time-to-market. Le opportunità d’innovazione, quindi, ci sono; occorre, ancora una volta, attivare il processo di trasferimento tra la ricerca, la creazione della conoscenza e la sua applicazione nell’innovazione di prodotti e servizi. "Il problema italiano – dice Fuggetta -è come chiudere il gap fra l’offerta di ricerca universitaria e la domanda di prodotti innovativi dalle imprese ".Quali sono le criticità e quali sono le azioni in corso? Primo, stiamo perdendo le imprese che fanno prodotti innovativi hi-tech (come Telettra, venduta ai francesi di Alcatel con una jointventure in cui la maggioranza francese fa prodotti, quella italiana servizi)e i partner internazionali, che dobbiamo invece attrarre. Si può: Fujitsu, Canon e Microsoft mettono centri in Germania che hanno un costo del lavoro più alto che in Italia. Secondo, finanziamo una struttura pubblica che offre ricerca alle imprese; e in più finanziamo la domanda, ad esempio dando 100 euro ai ragazzi di 16 anni per comprarsi  il Pc."Ma – dice Fuggetta -se il Pc costa 1000 euro e uno non ha gli altri 900 a che servono i 100 dello Stato? A che serve finanziare la domanda se non stimoliamo il tessuto industriale? Serve di più incentivare direttamente il consumo di ricerca da parte delle imprese: la richiesta di Confindustria di avere lo sgravio automatico sui programmi di ricerca dati alle imprese è un incentivo a realizzare i prodotti innovativi anziché comprarli. I’late adopters ‘non vanno favoriti ".

OCCORRONO UOMINI NUOVI
Un punto chiave per risolvere il problema italiano del trasferimento tecnologico, in cui occorre stimolare la capacità di assorbire ricerca, sta, secondo Fuggetta, nel costituire un capitale umano che sappia parlare con le imprese e che sappia parlare con le università. "Il Cefriel, oltre ai professori di Politecnico e Statale, ha 75 ricercato ri, e uno staff di ricerca suo. E manager tecnici, persone sulle imprese con cui collaboriamo. Questa è la rete di trasferimento che serve,  e che ci son voluti 15 anni a creare ".Quanto alla valutazione del nostro motore di ricerca, ossia il sistema universitario, il giudizio è tagliente: "Abbiamo un sistema sbagliato: se sei bravo, vai avanti che tanto te la cavi; se sei in una zona depressa, prendi i soldi.Questo droga e appiattisce il sistema, è il contrario di ciò che serve perché un’Università italiana sia realmente competitiva a livello internazionale. E a tal fine le carriere devono essere realmente competitive. Ci deve essere un meccanismo con retroazione positiva per l’eccellenza, pena inibire e frustrare l’eccellenza nella ricerca ". Concludendo: stiamo facendo cose buone, ma serve un salto di qualità, perché il problema non è una regione o un settore industrialem ma il nostro futuro. "Dobbiamo affrontare una discontinuità nel nostro modello di sviluppo. Servono azioni decise, focalizzate e soprattutto allineate con i bisogni del Paese ".

CULTURA SCENTIFICA E SISTEMAPRODUTTIVO:LA VISIONE DEL GOVERNO
Guido Possa, viceministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca ha una posizione unica tra coloro che si sono succeduti in questo ministero per l’esperienza diretta di ricerca e di guida della ricerca che ha alle spalle, che garantisce una profonda conoscenza dei problemi dall’interno. La sintesi del suo indirizzo conclusivo è che il sistema socio-economico Italia, inquadrato in più grandi sistemi mondiali, si trova in una vicenda dinamica cruciale. Il cambiamento nasce dalla ricerca e dall’innovazione prodotta in tutto il mondo, che si riversa nei mercati. Un’idea dell’entità di questo "fiume di nuova conoscenza " può dedursi anche solo dal numero delle persone che lavorano in R&S. In Italia, stima Possa, vi lavorano a pieno tempo circa 40 mila ricercatori pubblici (contando a metà tempo, come d’uso, i 55 mila professori e ricercatori universitari)e circa 25 mila ricercatori d’imprese private. Nel mondo, la stima è di circa un milione nella ricerca
pubblica e 2, 5 milioni di ricercatori privati. Un esercito che produce una quantità enorme di conoscenza tecnico-scientifica, che determina per il sistema socio-economico una dinamica capace di offrire innovazione con crescita esponenziale. A ciò va aggiunta la dinamica impressa dal processo di globalizzazione dei mercati: "Il mercato globale -dice Possa -è di per sè un formidabile motore d’innovazione, basti pensare alla competizione nel mercato automobilistico e allo sviluppo che questa ha determinato su un prodotto ritenuto ‘maturo’ come l’automobile ". Questi motori di cambiamento mettono sotto stress tutta la nostra industria manifatturiera.L’Italia soffre della carenza di grandi aziende hi-tech, le sole in grado di fare ricerca di ampio respiro e di fare da traino sui mercati internazionali. "In pochi decenni -osserva Possa – ci siamo ridotti ad avere un Pil determinato per oltre il 70% dalle Pmi. Così non era 40 anni fa e così non è successo in Francia o in Germania ".Limitandosi all’Ict, in pochi anni è sparita un’azienda del calibro dell’Olivetti ;la Telettra è stata assorbita da Alcatel e anche il prestigioso Cselt di Torino è stato molto ridimensionato. "Nel Paese si è verificato un vero e proprio processo di deindustrializzazione, la cui prima causa è stata una carenza di politica industriale da parte dei governi durata decenni ".

UNA CULTURA ARRETRATA?
Ma Possa denuncia anche una grave carenza culturale: "Ricordo il libro ‘Il costo della menzogna’, di Mario Silvestri (professore ordinario di Reattori Nucleari al Politecnico di Milano, ndr).Un sistema complesso come l’attuale società tecnologica non può essere gestito se i valori scientifici che ne sono alla base non sono ampiamente condivisi. Di tali valori ci siamo dimenticati troppo spesso anche nella nostra storia recente, con nefaste conseguenze ".Possa ricorda quindi il referendum sull’energia nucleare, che, indetto poco dopo l’incidente di Cernobyl ("incidente peraltro non dovuto all’impianto,  ma alla sua folle conduzione ")ebbe per risultato la chiusura di gran parte delle nostre industrie del settore elettromeccanico strumentale,  con la scomparsa o il ridimensionamento di nomi come Franco Tosi , Ercole Marelli e Breda Termomeccanica .E oggi il costo dell’energia elettrica, superiore a quello francese e tedesco del 30-40%,  ha gravi conseguenze su tutte le nostre industrie affamate d’energia. Possa cita poi la mancanza di conoscenza sul cosiddetto ‘elettrosmog’ "per cui gran parte della popolazione teme sconsideratamente le onde elettromagnetiche ";per gli organismi vegetali geneticamente modificati, "per cui 13 Regioni si sono dichiarate ‘Ogm free’ anche per gli Ogm futuri " e sulla termovalorizzazione dei rifiuti solidi, per cui si è avuta la rivolta di Acerra. "Solo alcuni esempi di come la cultura scientifica non permei come dovrebbe la nostra società e di come in essa la comunità scientifica sia emarginata e poco autorevole ". Queste carenze culturali, come quelle dell’infrastruttura industriale, sono gravemente lesive della nostra competitività."Se vogliamo conservare il nostro benessere, dobbiamo vincere la sfida di una presenza che sappia affermarsi nel sempre più competitivo mercato internazionale. E’ qui la vera discontinuità culturale di cui dobbiamo essere capaci: una piena adesione al sapere scientifico ".

ICT,  RISORSA PRIMARIA
E, per giungere all’Ict, Possa osserva come non si possa che sottolineare "L’estrema importanza per la nostra competitività della pronta adozione delle tecnologie Ict in tutti i comparti del sistema produttivo ".Da nessun altro settore partono ancora oggi "…treni di innovazione capaci di garantire importanti aumenti di produttività,  come quello dell’Ict ".Puntiamo allora all’Ict alla massima capacità ricettiva e disponibilità operativa, sia nella pubblica amministrazione sia nel sistema industriale, "Perché siamo convinti che solo a questa condizione possiamo vincere la sfida della competizione internazionale. Il mio Ministero ha ben presente questo contesto in tutte le riforme in via di attuazione nei settori dell’istruzione, dell’università e della ricerca ".Riforme che, conclude Possa, potranno farci superare quella "..condizione di periferia tecnologica che l’attuale divisione internazionale del lavoro assegna all’Italia "

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

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