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Quale Ricerca & Innovazione in Italia?

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Quale Ricerca & Innovazione in Italia?

04 Nov 2013

di Elisabetta Bevilacqua

Il nostro Paese ha una posizione molto bassa, e in continuo peggioramento, nelle analisi sulla competitività del sistema Italia. Inoltre risultiamo terzultimi in area Ocse per numero di laureati. Eppure ci sono ottimi ricercatori e alcuni centri di eccellenza come le più recenti classifiche, anche internazionali, sulla ricerca evidenziano. Si deve ripartire da qui. Ecco una mappa della ricerca e dei principali poli di eccellenza per capire come questo mondo di innovazione possa contribuire fattivamente a superare la crisi che investe il Paese.

La ripresa dell’anno accademico è il momento delle analisi e delle valutazioni sullo stato del sistema della ricerca e dell’istruzione. Diciamo subito che, anche se l’Italia non ne esce bene nel suo complesso, soprattutto in termini di competitività di sistema e capacità di innovazione a livello regionale, emergono potenzialità ed eccellenze che potrebbero farci vedere l’uscita del tunnel che si affiancano a un maggiore interesse per le tematiche della ricerca e dell’innovazione. Un segnale importante che conferma questo interesse è la crescente attenzione alla valutazione del “sistema” della ricerca in Italia, come dimostrano l’eco avuto sulla stampa da valutazioni internazionali come quella della prestigiosa Academic Ranking of World Universities e la realizzazione di un’analisi approfondita ed estremamente dettagliata realizzata dall’Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (anch’essa approfondita più avanti). Partiremo da queste analisi per cercare di fare una mappa della ricerca e dei poli di eccellenza in Italia, seppure ancora approssimativa e soggetta a revisioni (in particolare in ambito Ict), per capire come questo mondo possa aiutare a superare la crisi che investe il Paese.
Iniziamo il nostro viaggio dall’analisi della competitività regionale e a livello Paese Eurostat, Eu Regional Competitiveness Index Rci 2013.

Figura 1: Distribuzione regionale della “Technological readiness” relativa alla popolazione (diffusione fra le famiglie della banda larga, accesso a Internet e acquisti online). Un punteggio inferiore a 20 indica una bassa preparazione tecnologica
Fonte: EU Regional Competitiveness Index RCI 2013

Lo studio utilizza come criteri di competitività e potenzialità di innovazione alcuni elementi come la technology readiness relativa alla popolazione (diffusione fra le famiglie della banda larga, l’accesso a Internet e gli acquisti online) (figura 1); la sofisticazione del business (misurata secondo i seguenti indicatori: percentuale di posti di lavoro in settori quali finanza e assicurazioni, immobiliare, attività di supporto e amministrazione per settori professionali, scientifici tecnici; percentuale di valore aggiunto lordo nei settori precedentemente indicati i rispetto a quello totale; percentuale di lavoratori in aziende di proprietà estera); la capacità di innovazione.
Per quanto riguarda, in particolare, l’innovazione vengono utilizzati come parametri: il numero di domande di brevetto, i livelli di occupazione della classe creativa, il numero di lavoratori della conoscenza, la spesa interna per R&D, le risorse umane impegnate in scienza e tecnologia, l’occupazione nei settori della tecnologia e ad alta intensità di conoscenza; gli inventori high-tech e inventori Ict. Il risultato è che fra le prime 10 regioni (la prima è Utrecht, seguita dall’area di Londra e da un’altra area britannica che comprende Berkshire, Buckinghamshire and Oxfordshire) non ne figura alcuna italiana. La prima in graduatoria è la Lombardia che esce comunque dalle prime cento regioni europee più competitive mentre nel 2010 era in 98-esima posizione. L’effetto è una frattura della cosiddetta “ blue banana”, nome che deriva dalla forma di quell’area della competitività europea che, partendo dalla regione della greater London arrivava alla Lombardia passando dal Benelux e dalla Baviera, e che ormai non appare più nella mappa Rci nella sua forma completa proprio a causa della defezione del Nord Italia. La nuova mappa Rci mostra, in molte parti d’Europa, un andamento policentrico con concentrazioni nelle aree metropolitane e capitali regionali, ma, nel complesso, presenta scarsi incrementi di competitività nell’ultimo triennio, complice anche la crisi (figura 2).

Figura 2: Mappa della competitività regionale
Fonte: EU Regional Competitiveness Index RCI 2013

Questa premessa sta ad indicare la forte valenza regionale e locale della competitività basata sull’innovazione a cui contribuiscono, secondo l’analisi Rci, non solo la capacità di innovazione, ma anche fattori di contesto (la qualità delle istituzioni, la stabilità macro-economica, le infrastrutture, la salute e la qualità dell’istruzione) e di efficienza (formazione permanente, efficienza del mercato del lavoro e dimensione del mercato).
“In ogni caso, nei sistemi più competitivi, c’è un importante fattore di contiguità anche fisica fra imprese (sia medio-piccole che grandi), governi (centrale e locali), università e centri di ricerca pubblici e privati che concorrono alla realizzazione di processi innovativi”, come ricorda Guido Pellegrini, professore di statistica e politiche regionali presso l’Università La Sapienza di Roma.
E dunque la valutazione della qualità della ricerca, in particolare negli ambiti vicini all’Ict, è solo il primo passo per individuare poli in grado di garantire un miglioramento della competitività.

La qualità della ricerca universitaria: il ranking internazionale di ARWU
Secondo la classifica dell’Academic Ranking of World Universities (www.shanghairanking.com/), giunto alla decima edizione, elaborato dalla Jiao Tong University di Shanghai per il 2013, nei primi 100 posti non compare alcuna università italiana, mentre le prime dieci posizioni sono occupate da otto università americane e da due inglesi. Arwu, considerata una delle classifiche più autorevoli a livello internazionale, presenta ogni anno le prime 500 università (su oltre 1200 analizzate) basandosi su indicatori come i risultati conseguiti (per esempio in termini di premi Nobel) dai laureati provenienti dall’istituzione accademica, le performance per unità, le pubblicazioni e le citazioni su riviste scientifiche come Science e Nature, il livello di internazionalizzazione, il tempo di impiego dei laureati e dei diplomati nei master. I primi due atenei italiani in classifica sono Pisa e Roma la Sapienza, che si collocano fra la 101° e il 150° posizione, seguiti dalle Università degli Studi di Milano e Università degli Studi di Padova, fra la 151° e il 200°, mentre si collocano tra il 201° e il 300° posto Università di Bologna, Università degli Studi di Firenze, Università degli Studi di Torino e il Politecnico di Milano. Complessivamente, sono 19 le istituzioni accademiche italiane che quest’anno compaiono tra le prime 500 al mondo, contro le 20 dello scorso anno e le 22 del 2011, ponendo l’Italia all’ottavo posto tra le nazioni, subito dietro la Francia (che ne ha 4 tra le prime 100) e il Giappone (3 nelle prime 100). Focalizzando l’attenzione sulle performance della ricerca in ambito tecnico-scientifico (matematica, fisica, scienze, ingegneria e computer science), si notano alcuni posizionamenti interessanti nella classifica. L’Università di Pisa si colloca fra il 76-100 in fisica e matematica e fra 151-200 in Computer Science; l’Università di Roma La Sapienza fra il 51-75 in fisica, 101-150 in Computer Science e matematica; l’università di Padova 51-75 Fisica, 151-200 Ingegneria e Computer Science e matematica; il Politecnico di Milano fra 151-200 Ingegneria e Computer Science; il Politecnico di Torino nello scaglione 51-75 in Computer Science e in quello 101-150 in fisica; l’Università di Bologna fra 76-100 fisica e fra 151-200 Computer Science.

ANVUR, una radiografia della ricerca italiana

Figura 3: Classifica della capacità di innovazione regionale sulla base degli indicatori descritti nell’articolo. Un punteggio inferiore a 20 indica un basso livello di innovazione
Fonte: EU Regional Competitiveness Index RCI 2013

La più importante valutazione della ricerca italiana che ha analizzato l’attività di 95 università, 12 enti di ricerca, 26 enti volontari (8 enti di ricerca, 18 consorzi interuniversitari) periodo 2004-2010 è indubbiamente quella realizzata dall’Agenzia Nazionale per la Valutazione del sistema Universitario e della Ricerca (Anvur), pubblicata a luglio di quest’anno. Questa classifica rappresenta un’importante novità nel sistema della ricerca italiana, fornendo uno strumento oggettivo per la ripartizione dei finanziamenti pubblici alla ricerca, ma anche di valutazione per le imprese che vogliono instaurare rapporti di collaborazione scientifica o reclutare talenti, giovani che vogliono intraprendere gli studi universitari, ricercatori all’inizio di carriera.
La ricerca è stata realizzata sulla base dei prodotti di ricerca (articoli su riviste, contributi a convegni, brevetti, monografie, edizioni critiche, commenti scientifici), per 14 aree di indagine. Fra queste ne abbiamo analizzate in dettaglio due che consideriamo utili per valutare lo stato della ricerca nel settore Ict e nelle tecnologie digitali: A1 (scienze matematiche e informatiche), A9 (ingegneria industriale e dell’informazione). Le graduatorie sono state realizzate per Università, Consorzi interuniversitari, Centri di Ricerca, per le diverse dimensioni (grande, media piccola). Il punteggio è stato assegnato sulla base della valutazione dei prodotti della ricerca esaminati (180mila nel periodo 2004-2010, tre per ricercatore) secondo 4 classi di merito (Eccellente, Buono, Accettabile, Limitato). Accanto alla qualità dei prodotti (peso 0,5) sono state indicate per ciascuna area indicatori di qualità delle strutture, che concorrono alla valutazione: attrazione risorse, mobilità, internazionalizzazione, formazione, come pesi 0,1; risorse proprie e miglioramento con peso 0,05. Hanno concorso anche indicatori tecnologici di terza missione: conto terzi, brevetti spin-off, incubatori, consorzi. Ovviamente l’obiettivo non è la valutazione del singolo ricercatore ma delle strutture di ricerca; di conseguenza sono possibili diversi risultati nel ranking sulla base di diverse regole di aggregazione.
Le indicazioni successive sono dunque solo indicative della presenza di alcuni punti di eccellenza, cosa che non esclude quella di singoli ricercatori o gruppi di ricerca in contesti non citati che meriterebbero altresì di essere nominati.
Nella classe ingegneria industriale e dell’informazione (A9), si distinguono università classificate come piccole: Università Torino, Scuola superiore di studi universitari e di perfezionamento Sant’Anna di Pisa (Pisa S.Anna), Roma Biomedico nelle prime 3 posizioni, seguite nella categoria medie da Università del Sannio, Università degli Studi di Trento e Università degli Studi di Ferrara (rispettivamente posizione 5, 6, 7); fra i grandi atenei si collocano Università degli Studi di Padova, Politecnico di Milano e Università di Bologna (rispettivamente in posizione 11, 16, 19). Fra gli enti di Ricerca si collocano dopo l’Agenzia spaziale italiana, al primo posto, l’Istituto Italiano di Tecnologia (Iit di Genova) e il Cnr, in quarta posizione. Nella classifica dei consorzi, si colloca in terza posizione il Consorzio Interuniversitario Nazionale per l’Informatica (Cini), seguito (in quarta posizione) dal Consorzio Nazionale Interuniversitario per le Telecomunicazioni.
Un’analisi di maggiore dettaglio in alcuni settori più vicini all’Ict colloca inoltre:

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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