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Quale innovazione per il sistema Italia

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Quale innovazione per il sistema Italia

20 Gen 2006

di Elisabetta Bevilacqua

Quali sono i fattori che inibiscono la competitività delle imprese e come recuperarla? Che ruolo assegnare all’innovazione e come l’Ict può favorirla? ZeroUno ha incontrato analisti, economisti, top manager delle principali aziende Ict che operano in Italia per disegnare uno scenario e indicare alcuni percorsi possibili. Incominciamo l’analisi incontrando Tito Boeri dell’Università Bocconi e Andrea Bonaccorsi dell’Università di Pisa. Inoltre, in evidenza a lato, la visione di Marco Comastri amministratore delegato di Microsoft Italia.

La riflessione sul tema dell’innovazione e sul suo ruolo per la ripresa di competitività del sistema delle imprese italiane, iniziata nel numero di dicembre di ZeroUno con l’intervista a Roberto Masiero, presidente di Idc Emea, prosegue con questa lunga e articolata “Storia di Copertina”. A partire da uno scenario realizzato attraverso interviste ad economisti come


Tito Boeri, professore di Economia del Lavoro all’Università Bocconi e Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, e

 

 

 

 

 

Andrea Bonaccorsi, ordinario di economia e gestione delle imprese, presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa,

presentiamo il punto di vista dei numeri uno di alcune delle più importanti aziende Ict che operano nel nostro paese. Riteniamo in questo modo di cogliere l’invito di Masiero che suggeriva di partire dalle energie positive che già ci sono nel paese per metterle a confronto e delineare alcuni possibili percorsi.

Le azioni a livello di contesto
Le difficoltà per l’economia e le imprese italiane derivano certo, secondo Boeri, dalla difficoltà di innovare da parte dell’industria italiana e dal suo ritardo nell’acquisizione di tecnologie innovative (tema su cui torneremo approfonditamente in seguito), ma la caduta di competitività deriva in gran parte anche da fattori “di contesto”, del tutto indipendenti dalla componente tecnologica, che penalizzano il sistema italiano. “Ci sono ad esempio ancora settori protetti e monopoli nei servizi che finiscono per scaricare pesi molto forti sulle nostre imprese esportatrici e che rappresentano una “palla al piede” del nostro sistema economico, riducendone notevolmente la capacità di penetrare nei mercati esteri – esplicita Boeri. – Quando cominceremo a ridurre i costi di molti dei servizi di cui le imprese devono avvalersi, ci sarà un diretto ritorno in termini di competitività”.
Un altro problema molto serio che tocca Boeri riguarda il sistema formativo: “Molto lontano dal sistema delle imprese e che fatica ad attrarre intelligenze e a svolgere attività di ricerca avanzata. L’indicazione più evidente della nostra difficoltà non è tanto il numero elevato di talenti che va all’estero, quanto la difficoltà di attrarre ricercatori dall’estero, che indica l’assenza di punti di eccellenza”. Oggi c’è difficoltà anche nell’incontro fra domanda e offerta di lavoro qualificata, secondo Boeri, in quanto gli studenti e le loro famiglie raramente scelgono il percorso di studi sulla base dell’analisi di uno sbocco reale, mentre le imprese ricercano ancora lavoratori poco qualificati; lo stesso sistema contrattuale rende difficile prevedere differenziali che sappiano premiare le maggiori competenze.
Ciò apre un altro importante fronte: quello del lavoro. “Il punto da cui partire sarebbe, a mio parere, la riforma degli assetti contrattuali che potrebbe essere realizzata in modo pressoché indolore con l’introduzione del salario minimo per tutti i lavoratori, quindi anche quelli non coperti dalla contrattazione collettiva”, dice Boeri che affianca al salario minimo (al quale sono collegati anche interventi di decontribuzione che riducano il costo del lavoro) la necessità di promuovere il decentramento e la differenziazione della contrattazione collettiva rendendo derogabili i contratti collettivi nazionali sulla base delle diversità territoriali o regionali. Il risultato sarebbe una maggiore flessibilità del mercato del lavoro, flessibilità che non sarebbe però solo sinonimo di precarietà ma offrirebbe delle garanzie minime anche a chi oggi si trova ad essere completamente al di fuori delle regole; nel contempo sarebbe una flessibilità meno centralizzata e più adattabile alle diverse caratteristiche territoriali del paese.
Un ulteriore problema che frena l’innovazione è secondo Boeri la dimensione tipica delle imprese italiane. “La presenza nel nostro paese di tante piccole imprese deriva soprattutto da due fattori: il funzionamento del mercato finanziario che disincentiva il salto dimensionale e previlegia la cultura familiare; l’asimmetria normativa (sul lavoro e di tipo fiscale), che prevede norme che entrano in funzione al di sopra di una certa soglia dimensionale”. Ciò blocca di fatto le imprese italiane sotto una certa dimensione, riducendone i ritmi di crescita. In sostanza, secondo Boeri, una politica lungimirante, che volesse favorire l’innovazione, anziché basarsi su trasferimenti diretti alle imprese, che comportano spreco di risorse e denaro pubblici, dovrebbe rimuovere le cause di svantaggio per le imprese italiane. Si dovrebbe procedere con il processo di liberalizzazione dei servizi e dei mercati finanziari e fare ordine nelle normative che, anziché favorire l’innovazione, condannano l’impresa minore a restare tale. È però anche importante definire strategie coerenti nel tempo e di medio periodo: “L’ultima Finanziaria ha, per esempio, detassato i brevetti, sui quali, solo otto mesi prima era stata aumentata la tassazione. Il continuo cambio di prospettiva e la politica degli annunci (come la detassazione per imprese innovative, poi non attuata) disincentiva gli investimenti di lungo periodo. Sarebbe necessario invece muoversi in una prospettiva di almeno una o due legislature, andando dunque a definire alcune linee guida in accordo fra maggioranza e opposizione”, conclude Boeri.

Italia: l’innovazione senza ricerca
Pur sottolineando le difficoltà che derivano dal contesto, Bonaccorsi punta il dito, per il gap di innovazione, sulle responsabilità delle imprese: “Si deve prendere atto con lucidità che il sistema delle imprese ha sottovalutato nello scorso decennio il ruolo fondamentale dell’innovazione come leva competitiva”. Ma per superare l’attuale difficoltà è necessario analizzare il punto di partenza, che ha visto “l’Italia leader mondiale dell’innovazione senza ricerca”, come ci ricorda ancora Bonaccorsi. “Oggi ne vediamo la parte negativa, perché siamo in deficit di competitività; ci sarebbe invece da chiedersi come abbia potuto l’Italia essere un paese del G7 e G8 avendo una struttura produttiva così difforme rispetto ai paesi avanzati, con un peso dei settori basati sulla scienza e le alte economie di scala così basso rispetto a Francia, Germania e Gran Bretagna e un peso così alto dei settori tradizionali”. La spiegazione è che l’Italia è stata straordinariamente capace di estrarre innovazione, invece che dai cervelli dei ricercatori, in cui non ha investito, dai cervelli, dalle mani, dalla creatività dei designer, dei tecnici di fabbrica, degli imprenditori e dalla manodopera altamene specializzata. Ma oggi questo meccanismo di innovazione, continua ma incrememtale, è sotto attacco.
 

I distretti tecnologici oggi in Italia

Fonte: Idc


Quattro linee di azione
Abbiamo perso tutti i treni? “Certamente siamo in ritardo, ma il mondo dell’innovazione genera continuamente opportunità; si tratta di saperle cogliere”, è la risposta di Bonaccorsi, che individua quattro punti di azione: una strategia nazionale condivisa di medio-lungo termine; azioni di tipo normativo e fiscale; la leva finanziaria; la dimensione delle imprese e il ruolo dei distretti.
Per quanto riguarda il primo punto, Bonaccorsi sottolinea che “l’Italia ha sempre avuto difficoltà nell’innovazione mission oriented nella quale un ruolo importante di catalizzatore è svolto dal governo e dagli altri enti. Negli ultimi anni l’importanza di questo aspetto è andata aumentando, con alcuni sforzi generosi da parte del Ministero della Ricerca nell’identificare alcune aree di intervento”.
Da alcune indagini sull’impatto degli incentivi alla ricerca sulle imprese, realizzate da Bonaccorsi e dal suo gruppo, emerge che anche gli strumenti che comportano maggiore discrezionalità dei ministeri competenti, ossia quelli cosiddetti valutativi, non riescono a valutare le imprese per le quali l’incentivo pubblico abbia carattere di addizionalità, consenta cioè di effettuare un’innovazione che altrimenti non verrebbe svolta: “Ciò significa che bisogna ripensare agli incentivi dando al tempo stesso certezza del quadro finanziario; se il finanziamento è singhiozzante le imprese agiscono ‘opportunisticamente’, presentando progetti che non hanno carattere di strategicità”. E dunque gli stumenti di incentivo dovrebbero essere pluriennali, stabili e avere la capacità di incentivare realmente ad investire. La leva fiscale andrebbe, secondo Bonaccorsi, impiegata soprattutto per le imprese di media dimensione che hanno bisogno di crescere velocemente e avere certezza dell’incentivo pubblico. “In Italia c’è poca esperienza di interventi di tipo fiscale automatico, mentre questa strada è stata intrapresa dalla Spagna con un certo successo qualche anno fa. La nuova legislatura dovrebbe avere più coraggio, e superare le indubbie difficoltà, per raggiungere l’obiettivo di aumentare di qualche miliardo di euro la spesa privata in ricerca”.

La crescita dimensionale delle imprese
La dimensione delle imprese italiane e la loro polverizzazione è riconosciuto unanimemente oggi come un limite per l’innovazione.
Bonaccorsi prevede che nei prossimi anni, vista la difficoltà di realizzare imprese di dimensioni maggiori per aggregazione, si possa assistere ad una fase di mortalità di aziende con la messa sul mercato di asset fisici e relazionali con i quali nuovi imprenditori, gruppi e famiglie possano ripartire con imprese di dimensioni maggiori.
“Temo che nei prossimi anni avremo ancora effetti di forte selezione; ma ritengo che la ristrutturazione possa avvenire anche per via finanziaria. Dovremo dunque trovare un modo per far sì che dalla selezione possano venire opportunità di nuova crescita”. Da qui la necessità di strumenti normativi e fiscali per la crescita, più efficaci rispetto a una irrealistica richiesta di crescita per aggregazione tra imprenditori strutturalmente alieni dall’idea di condividere responsabilità e potere.
Per le piccole e piccolissime imprese, per le quali non è realistico pensare si possano attuare in proprio ricerca e sviluppo, Bonaccorsi cita però alcune esperienze, come Firenze Tecnologia e il Parco Scientifico di Trieste, dove si è sperimentata una strategia bottom up di avvicinamento di questa fascia di imprese con interventi pubblici a livello locale, per recepire in modo sistematico bisogni di innovazione e attuare azioni di raccordo verso fornitori di tecnologia o università. Altre regioni, come Emilia-Romagna e Campania, hanno intrapreso attività congiunte fra imprese e ricerca, identificando aree prioritarie e supportando le attività condivise, come laboratori, sale prova, strutture per testing e simulazione.

 

 

 

 

Pubblicazioni scientifiche ogni cento imprese
La distribuzione delle pubblicazioni scientifiche e dei distretti tecnologici nelle diverse aree indica la scarsità di attività di ricerca in vaste aree del territorio nazionale, con pochi centri di eccellenza concentrati nel Centro-Nord

Fonte: Bonaccorsi, Piscitello e Rossi, 2005

 

 

 

 

 

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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