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Prevedere il cambiamento e definire di conseguenza i servizi IT

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Intervista

Prevedere il cambiamento e definire di conseguenza i servizi IT

Roberto Burlo, CEO di Generali Shared Services (società del Gruppo Generali) e membro della Giuria dei Digital360 Awards, illustra alcuni cambiamenti radicali che la digitalizzazione sta portando al mondo assicurativo e spiega come Generali, con l’aiuto di data analysis avanzata e del cloud, vi sta facendo fronte

21 Mar 2019

di Patrizia Fabbri

Bisogna essere in grado di far convivere il nuovo con il vecchio, ma soprattutto prevedere il cambiamento e vedere cosa è stato fatto in altre industry. Roberto Burlo, CEO di Generali Shared Services e membro della Giuria dei Digital360 Awards, spiega come la sua azienda sta rispondendo alle sfide di un mercato, quello assicurativo, che sta subendo trasformazioni radicali.

ZeroUno: Quali sono oggi i principali driver di innovazione e cosa frena il cambiamento nella sua azienda?

Roberto Burlo: È incredibile quanto velocemente sia cambiato il ruolo dell’IT nella relazione con il business nelle società di assicurazioni. Quando ho iniziato, nel ‘93, l’IT era prevalentemente un costo e faticava ad essere considerato parte integrante del core-business assicurativo. Oggi è all’interno di tutto ciò che un’assicurazione fa per i clienti: valutazioni dei comportamenti, guida sicura, check salute, sicurezza nella casa, ecc. Tutto ruota attorno a “vagonate“ di dati da integrare ed elaborare. In questo contesto, anche noi che ci occupiamo di infrastrutture IT dobbiamo quindi prevedere e agevolare il cambiamento, capire cosa significherà erogare servizi infrastrutturali nei prossimi anni, consapevoli peraltro del fatto che guardare a quanto già fatto da altre industry può aiutarci a trovare la giusta rotta. Serve distinguersi per la capacità di far andare il nuovo in parallelo al vecchio superando molti vincoli, anche in ambito applicativo che è stato finora prevalentemente progettato per girare su infrastrutture tradizionali. Occorre essere in grado di valutare in modo oggettivo quando ha senso sfruttare il cloud come nuovo modo per erogare e consumare i servizi infrastrutturali. Nel nostro caso specifico a tutto ciò si aggiunge inoltre il tema organizzativo: noi ci occupiamo d’infrastruttura a livello europeo e condividiamo quindi su tavoli internazionali le necessità del business, ma le applicazioni sono gestite dalle singole Country, che operano per mercati verticali e locali. Va quindi trovato il giusto compromesso tra le viste “global” e “local” specie nel caso in cui ci si trovi di fronte a priorità diverse.

Approccio al Cloud

ZeroUno: Qual è la strategia della sua azienda nella scelta delle applicazioni aziendali e sviluppo? Quanto è percorribile nella sua azienda la logica dei building block?

Burlo: È un ambito in cui ho meno visibilità (trattandosi di applicazioni), ma per tutto ciò che è nuovo non ho alcun dubbio che il losely-coupled sia un trend da seguire; di fatto lo seguiamo in gran parte già nei nuovi sviluppi significativi e molti colleghi si stanno anche preoccupando di come farne beneficiare anche il mondo legacy. Guardando all’infrastruttura, quando parliamo di nuove applicazioni è indiscutibile il fatto che si debba prendere in considerazione anche (o, forse meglio, prioritariamente) l’opzione public cloud rispetto a quella on-premise; con quelle tradizionali serve viceversa valutare caso per caso la portabilità “as-is” rispetto agli eventuali investimenti applicativi necessari a rendere il trasferimento conveniente da un punto di vista economico. Proprio per supportare al meglio le diverse necessità, noi stiamo introducendo sistemi iperconvergenti nei nostri data center e rivisitando l‘architettura degli stessi in ottica ibrida e multicloud.

ZeroUno: Quali sono le vostre necessità in fatto di cloud? Cosa vorreste nel futuro?

Burlo: Nel nostro hybrid cloud avremo sia la parte private che quella public. Usiamo già oggi il public cloud, in particolare per applicazioni “verticali” o che non sono “core business“; come appena detto, almeno per i nuovi sviluppi è da prevedere un’intensificazione della richiesta in tal senso. È inoltre naturale rivolgersi al public cloud per quelle applicazioni che richiedono funzionalità che non avrebbe senso sviluppare internamente come, per esempio, gli ambiti AI/ML e altre applicazioni di frontiera. Per quanto concerne viceversa il parco applicativo esistente, valutiamo le possibili migrazioni dei workload sulla base dei termini economici e delle esigenze di privacy sui dati. Il nostro approccio al public cloud si basa infine sulla logica multicloud, in modo da mitigare il rischio di lock-in, consapevoli che l’approccio in sé non è sufficiente e che il rischio va gestito congiuntamente ai colleghi che si occupano di architetture applicative (come esempio di mitigazione del rischio possiamo citare gli sviluppi basati su container).

ZeroUno: Come valuta i possibili vantaggi nell’uso di ML e AI nelle operation IT? E nella gestione delle applicazioni?

Burlo: Sorprende come l’infrastruttura possa essere oggi gestita via software. E questo può portare ad enormi benefici per le IT Operation. Si pensi, solo a titolo di esempio, come grazie a ciò sia relativamente semplice capire automaticamente quando i sistemi sono sotto stress e incrementarne la capacità senza bisogno di qualcuno che apra un ticket, ma agendo proattivamente in modalità automatica. Dalle correlazioni tra log e incidenti questi approcci rendono inoltre possibile predire i problemi e cercare quindi di evitarne il ripetersi in futuro.
La tecnologia quindi c’è e serve proseguire con gli investimenti per poter disporre un’architettura ICT sempre più moderna. La direzione è chiara e i POC sono fondamentali per poter effettuare valutazioni il più possibile oggettive. Quando noi parliamo di hybrid cloud pensiamo quindi anche ad una infrastruttura dei nostri data center sempre più software-defined, pur consapevoli che per realizzarla e spostarci sopra i workload senza creare intoppi al business servirà prendersi il tempo necessario a gestire la transizione.

Dall’analisi dei dati nuovi servizi ai clienti

ZeroUno: Come valuta l’integrazione nel ciclo d’impiego dei dati nella sua azienda? Qual è la capacità di integrare dati interni ed esterni (big data)? Quanto ritiene importanti le capacità AI e ML ai fini del suo business aziendale?

Burlo: Al di là di quanto appena descritto relativamente alle operation IT, estendendo l’ambito della domanda non solo a GSS, ma al Gruppo Generali, come dicevamo all’inizio abbiamo oggi a disposizione sempre più dati che arrivano dai clienti, prodotti da sistemi IoT, dalle blackbox montate a bordo dei veicoli, dai wearables… All’analisi degli stessi lavorano lato business team dedicati di data scientist impegnati a ricavare i profili di rischio e a fornire feedback ai clienti, con suggerimenti atti a ridurre le esposizioni, portandoli su percorsi virtuosi. Tutto questo è reso possibile dall’impegno dell’IT (applicativi e infrastrutture) nella gestione ed integrazione dei dati e fornisce al mondo assicurativo la possibilità di erogare ai propri clienti servizi inimmaginabili fino a poco tempo fa. L’auspicio più grosso per tutti noi che lavoriamo nell’IT a supporto del mondo assicurativo è quindi che la consapevolezza di questo ruolo di primaria importanza ci porti ancora più energia ed entusiasmo nell’affrontare le innumerevoli sfide da cui dipende in maniera così importante il futuro del nostro Gruppo e, più in generale, del business assicurativo: in pratica, una nuova affascinante era per chi si occupa di IT per le assicurazioni.

Patrizia Fabbri

Giornalista

Patrizia Fabbri è giornalista professionista dal 1993 e si occupa di tematiche connesse alla trasformazione digitale della società e delle imprese, approfondendone gli aspetti tecnologici. Dopo avere ricoperto la carica di caporedattore di varie testate, consumer e B2B, nell’ambito Information Technology e avere svolto l’attività di free lance per alcuni anni, dal 2004 è giornalista di ZeroUno.

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