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Pmi e tecnologia: differenti velocità ma voglia di innovare

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Pmi e tecnologia: differenti velocità ma voglia di innovare

02 Ott 2007

di Elisabetta Bevilacqua

Se alcune piccole imprese italiane soffrono del fenomeno della globalizzazione, molte medie imprese stanno invece dimostrando capacità di distinguersi nel panorama competitivo grazie a un corretto connubio di imprenditorialità, creatività e innovazione di prodotto e di processo. Fondamentale, con riguardo a quest’ultimo punto, è apparsa l’abilità di andare oltre la fase di prima informatizzazione, supportando le problematiche di business. Molte Pmi hanno capito la necessità di cogliere, senza ulteriori ritardi, il valore di quelle soluzioni in grado di rendere i sistemi It più adeguati alle esigenze dei processi.

Ci sembra particolarmente interessante analizzare lo stato del Made in Italy, non solo in quanto rappresentato generalmente dalla Pmi, ma anche perché particolarmente rilevante per i suoi riflessi sull’economia del Paese. Per farlo ci basiamo su alcune analisi esplicitate nel corso dell’Idc Innovation Forum 2007 tenutosi a Roma poco prima dell’estate.
In questo contesto è stato evidenziato come ciò  che comunemente viene definito made in Italy è in realtà costituito da un’aggregazione di settori molto diversi tra loro, quali il tessile-abbigliamento, calzature e fashion (occhiali, gioielleria, accessori), articoli per la casa, macchine utensili, meccanica di precisione…. Questi assorbono una quota significativa dell’attività economica del nostro Paese.
Molte piccole imprese, che rappresentano il made in Italy per ragioni diverse (dimensionali, generazionali, di dipendenza da articolate filiere di fornitura…)  hanno assistito senza possibilità di reazione alla globalizzazione. Tuttavia molte medie imprese italiane hanno invece dimostrato capacità di distinguersi nel panorama competitivo grazie a un corretto connubio di imprenditorialità, creatività e innovazione di prodotto e di processo. Fondamentale, con riguardo a quest’ultimo punto, è apparsa l’abilità di andare oltre la fase di prima informatizzazione, ponendosi il problema di come supportare le problematiche di business con un adeguamento dei propri sistemi IT.  Sembrano dunque essere le medie imprese le più ricettive al cambiamento, sia  rispetto alle più piccole, grazie all’esistenza di un maggiore grado di complessità strutturale e organizzativo, sia rispetto alle grandi, in quanto meno legate ad architetture stratificate nel tempo e più disponibili all’adozione/sperimentazione di forme di soluzioni e servizi IT più flessibili.

Il ruolo dei distretti
Analizzando i trend mostrati per il periodo 1996-2003, Idc indica tuttavia performance positive, ma sotto la media per i segmenti del made in Italy e dei distretti all’interno del totale medie imprese. I distretti industriali presentano trend di sviluppo più lenti in termini di fatturato e valore aggiunto, mentre si allineano al trend generale del made in Italy in termini di crescita dell’export.
E’ tuttavia difficile dare indicazioni globali per tutti i distretti; questi si muovono secondo dinamiche simili, ma risentono di fattori e influenze tipici dei settori e delle singole specificità locali, con meccanismi di produzione, approvvigionamento, marketing, distribuzione e partnership molto differenziati tra loro.
Settori tradizionali, che ruotano attorno ai distretti industriali sono ad esempio stati messi in
crisi da una crescente frammentazione dei processi di filiera, da logiche di delocalizzazione
rivolte più al taglio dei costi che all’adeguamento dei modelli di business, dalla difficoltà di rinnovare e valorizzare la presenza internazionale già consolidata di fronte all’avanzare di economie con un costo del lavoro spropositatamente inferiore.
Il trend è confermato dalla figura seguente che mette a confronto la variazione delle esportazioni per l’intera industria manifatturiera italiana e per il sottoinsieme dei principali distretti italiani.


Figura 1- Tassi di sviluppo nel periodo 1996-2003 per alcuni indicatori riferiti alle medie imprese italiane


Alcuni distretti hanno invece mostrato un recupero di competitività grazie a un maggiore dinamismo e intraprendenza, fronteggiando i fenomeni globali attraverso un innalzamento della qualità dei prodotti all’interno di un quadro di rilancio del valore complessivo del made in Italy.
I principali fattori vincenti individuati da Idc sono stati:
– la rifocalizzazione delle attività produttive (maggiore automazione industriale, un mix più efficace di produzione nazionale e delocalizzazione all’estero);
– investimenti sul fronte comunicazione, all’interno di un approccio di tipo “consortile” e di coomarketing, per favorire più incisività alle campagne a beneficio dell’intero distretto;
– l’aggregazione tra piccolissime imprese, che ha favorito la crescita della dimensione media delle organizzazioni.
In ultima analisi, i settori del made in Italy che hanno ottenuto risultati positivi hanno fatto leva sia sull’innovazione di prodotto, sia su iniziative rivolte a una maggiore efficienza e innovazione di processo. Questa duplice forma di innovazione introduce il ruolo dei partner del settore ICT nell’accompagnare le imprese verso l’adozione di tecnologie adeguate a supportare i cambiamenti.
E’ stato dimostrato come le migliori performance per le imprese distrettuali risultino correlate a strategie di lungo periodo che hanno fatto leva su investimenti in ICT, tecnologice, R&D e innovazione di prodotto (design).
La figura qui riportata mostra i risultati di un’analisi condotta sui principali distretti italiani. Le imprese con i migliori indicatori di sviluppo sul mercato (best) sono quelle che hanno dedicato maggiori risorse all’ICT, all’innovazione tecnologica e al Design. Si evidenzia anche una correlazione positiva tra i casi di performance sotto la media (worst) e lo scarso ricorso a investimenti in innovazione tecnologica, di prodotto e di processo.


Figura 2 – Correlazione tra innovazione tecnologica e performance delle imprese distrettuali


L’evoluzione dei distretti e il rilancio del loro posizionamento sui mercati internazionali si giocano pertanto su più fronti, con un ruolo sempre più rilevante delle tecnologie non solo all’interno della singola impresa, ma anche in termini di integrazione verticale all’interno delle rispettive filiere, all’interno delle quali  sviluppare relazioni precompetitive orizzontali, supportate da una rete di servizi coerenti con le specificità settoriali, anche in ottica formativa.
Vincere il localismo attraverso una maggiore incisività dell’export significa guardare non soltanto alle opportunità dei mercati internazionali tradizionali, ma anche di quelli emergenti (Sud Est Asiatico, Sud America) e delle aree geografiche potenzialmente in grado di giocare un ruolo in un’ipotetica Europa allargata al bacino del mediterraneo (paesi arabi e del Maghreb).

Quale ICT
Si ritiene che il passaggio a una nuova fase dell’ICT in azienda passi attraverso il miglioramento della dialettica tra responsabili IT e vertici aziendali, che faccia emergere il gap tra IT e business, colmabile con un maggiore coinvolgimento dell’IT nell’ambito della specifica problematica di processo. L’obiettivo: portare il top management ad accettare con meno chiusura l’innovazione nella misura in cui si concretizza in iniziative efficaci per l’attività e la competitività aziendale.
Fondamentale però un Ict capace di assecondare le esigenze del business attraverso sistemi IT più snelli a supporto dei processi, minori costi di mantenimento e sviluppo, risposte puntuali a requisiti normativi. Tutti argomenti che attraggono l’interesse (e gli investimenti) delle imprese.
Come particolarmente interessante per questo obiettivo viene indicata dalle analisi Idc la costruzione di infrastrutture orientate ai servizi (la cosiddetta SOA) che può rappresentare uno dei driver per la creazione di ambienti IT flessibili e interoperabili.
Di fronte a questa prospettiva, l’atteggiamento delle imprese manifatturiere italiane si presenta allineato con quello delle imprese europee, a conferma di un grado di maturità maggiore rispetto al passato. La figura seguente presenta il livello di consapevolezza e conoscenza del tema Soa da parte delle aziende di produzione in Italia, ripartito per settore, oltre che il livello di importanza attributo all’adozione della tecnologia stessa.


Figura 3 – Architetture orientate ai Servizi (SOA) nell’industria italiana: livello di comprensione e importanza di adozione


E’ interessante osservare come l’importanza dell’adozione sia oggi elevata anche a fronte della novità del modello che, in quanto complesso nella sua logica e attuazione, non appare ancora pienamente compreso. Questo fatto conferma la presa di coscienza circa l’opportunità di cogliere, senza ulteriori ritardi, il valore di quelle soluzioni in grado di rendere i sistemi IT più adeguati alle esigenze dei processi. L’implementazione di progetti di questa portata è molto complessa e si sta muovendo oggi più sul fronte delle iniziative pilota che sul livello enterprise.
Molte aziende di produzione hanno già investito in soluzioni per supportare i processi di business ritenuti più critici, ovvero le attività di progettazione e industrial design. La difficoltà maggiore oggi incontrata dalle piccole e medie aziende è trovare motivazioni forti per sganciarsi dalle logiche tradizionali consolidate in tutti gli altri processi tipici di un’organizzazione. L’ottimizzazione della catena di fornitura, produzione e distribuzione è resa difficile da colli di bottiglia generati da attività ancora molto manuali, dalla mancanza di soluzioni tecnologiche in grado di rendere più fluidi ed efficienti determinati processi. La ricerca di combinazioni vincenti dal punto di vista dell’innovazione è particolarmente stimolante nell’area del supply chain management, in cui si incrociano la dimensione di prodotto e quella di processo.
Tra le soluzioni tecnologiche che abilitano queste logiche Idc evidenzia, infine,  il ruolo che potrebbe svolgere, fra luci e ombre, la tecnologia RFID.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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