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Digitalizzazione della PA, formazione diffusa, attenzione alle ricadute del modello 4.0

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Elezioni Politiche 2018

Digitalizzazione della PA, formazione diffusa, attenzione alle ricadute del modello 4.0

28 Feb 2018

di Aldo Chiaradia

Queste sono alcune delle priorità richiamate da Aldo Chiaradia, CIO di Furla, nel suo contributo indirizzato al “governo che verrà”.
Qualche passo in avanti si è fatto e la politica ha acquisito consapevolezza della centralità del digitale, ma c’è ancora molto da fare affinché la PA non sia un ostacolo al cambiamento delle imprese che già dialogano in una logica digitale con fornitori e clienti. Serve un vasto piano di formazione, nelle scuole, nella società, a livello specialistico. Il modello 4.0 va portato avanti puntando alla riqualificazione e a tutelare chi rischia di restare indietro.

È una buona notizia che in occasione del trentennale del Cefriel il premier Paolo Gentiloni abbia fatto riferimenti precisi a temi tecnologici, come blockchain, big data, IoT e robotica, un tempo ostici per la politica. Significa che è ormai diffusa una certa consapevolezza della centralità della tecnologia e dell’innovazione per il bene del Paese. Ma certo non basta.

Restano ancora irrisolti temi strategici come la digitalizzazione della PA: un problema enorme, come sanno bene i cittadini quando devono richiedere un certificato.

I limiti che cittadini e imprese continuano a sperimentare non derivano certo dalla scarsa disponibilità di tecnologie, ma per inserirle in modo efficace nella PA andrebbero risolti due problemi: da un lato la carenza di competenze disponibili sul mercato del lavoro per aiutare le amministrazioni nella loro trasformazione (le risorse interne non bastano, dovendo anche gestire l’esistente) e dall’altro la difficoltà di trovare una nuova collocazione per le persone che sarebbero inevitabilmente espulse in un processo di razionalizzazione, aprendo un problema sociale. È dunque necessario che il Governo che verrà proponga delle soluzioni a questi problemi che rischiano altrimenti di bloccare il processo di innovazione della PA, in parte avviato. Qualcosa infatti si sta muovendo: ha fatto bene Piacentini con il suo team. Ma cosa accadrà quando scadrà il suo incarico, come noto, a termine?
È positivo anche che alcuni CIO all’interno della PA, come risulta anche da interventi di miei colleghi in questa iniziativa di sensibilizzazione portata avanti da ZeroUno, manifestino la volontà di cambiare o già lo stiano facendo e siano consapevoli di dover rispondere a una vera emergenza nelle relazioni con i cittadini e le imprese.

Un altro tema su cui è urgente intervenire è quello delle infrastrutture. La carenza di banda larga è certo un limite nell’interazione fra PA e cittadini ma è sentita soprattutto dalle imprese che operano in aree decentrate nel Paese fuori dai grandi centri (e sono la maggioranza), come accade per alcuni stabilimenti dell’azienda per cui lavoro. Lo sviluppo delle infrastrutture e la digitalizzazione della PA sono indispensabili per consentire un dialogo totalmente elettronico fra PA e imprese, che già lo stanno sperimentando con clienti e fornitori.

Il terzo tema che vorrei porre all’attenzione del Governo che verrà è quello della formazione che si articola su più livelli.

L’educazione civica al life style digitale deve diventare una materia d’obbligo nelle scuole, ma non limitarsi ai giovani. È necessario aiutare anche le persone anziane fornendo loro tutti gli strumenti per poter vivere in una società sempre più digitale, anziché utilizzarli come alibi per non attuare le trasformazioni necessarie.

La formazione dei giovani dovrebbe consistere non tanto nel fornire quelle abilità che già possiedono, quanto nel metterli in guardia dai rischi e renderli consapevoli delle opportunità del digitale all’interno una convivenza civile. Per farlo si deve provvedere innanzi tutto alla formazione dei docenti, a partire da quelli più sensibili e preparati che pure ci sono.
Su un altro livello si trova la preparazione degli specialisti, che continua a rappresentare una criticità. A parte alcuni centri di eccellenza, nella realtà ci sono ancora troppo pochi specialisti che finiamo per “rubarci” l’un l’altro, tra azienda e azienda e tra aziende e fornitori. Nelle scuole dedicate alla formazione specialistica, come gli Istituti tecnici, gli insegnamenti e gli approcci sono spesso superati: si insegna ancora troppo poco Cloud, non si parla di architetture distribuite, di microservizi, di Event Driven Architecture… nella migliore delle ipotesi si pensa che questi siano argomenti avanzati, da trattare alla fine del piano di studi, mentre secondo me questa dovrebbe essere l’impostazione di partenza, la base.

Nella mia esperienza di membro del Comitato Tecnico Scientifico di un ITS (i corsi biennali post-diploma che anche nel Piano Impresa 4.0 si vorrebbero incrementare), dopo aver definito le linee guida per la formazione, troviamo difficoltà nel trovare docenti che le mettano in pratica.

Vengo dunque al quarto punto di attenzione, il piano Impresa 4.0, che pur rappresenta un buon esempio per i risultati raggiunti. È giusto rallegrarsi per il notevole incremento degli investimenti che ha generato, ma ci si dovrebbe al tempo stesso preoccupare di come cambierà l’organizzazione delle fabbriche. Il Piano prevede detrazioni anche per la formazione in chiave 4.0 dei dipendenti: questa è una novità positiva ma si dovrebbe anche capire come tutelare le persone che non sono riqualificabili e che comunque non saranno più utili nella nuova organizzazione aziendale. Chi, se non la politica, dovrebbe analizzare questa prospettiva e trovare soluzioni adeguate?

In conclusione, ribadisco che la trasformazione della PA deve andare di pari passo con una preparazione alla digitalizzazione che investa la società a tutti i livelli. Si tratta di tempi lunghi, ma ricordo che ci sono paesi, come ad esempio l’India, che 30 anni fa ha pianificato i settori in cui avrebbe voluto diventare una eccellenza mondiale: da quel momento, tutto si è mosso in linea col raggiungimento dell’obiettivo, a cominciare dai piani di formazione di chi poi sarebbe diventato formatore e oggi se ne vedono i risultati.

Una ragione in più per definire alcune strategie e garantire continuità su alcuni temi di fondo, a prescindere dai diversi governi che si susseguono.

Aldo Chiaradia
CIO di Furla

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