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Virtualizzare Sap per prepararsi al cloud: la tecnologia è pronta. Istruzioni per l’uso

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Virtualizzare Sap per prepararsi al cloud: la tecnologia è pronta. Istruzioni per l’uso

18 Lug 2011

di Daniele Lazzarin

Timori di sicurezza, performance e disponibilità frenano ancora molte aziende, ma il percorso per portare anche le applicazioni mission critical verso il modello as-a-service è ormai definito: per il Cio questo è il momento di saper fare le giuste scelte. Se n’è discusso in un incontro organizzato da ZeroUno con Emc, VMware e la partecipazione di Sap.

Per dare un’idea del successo della virtualizzazione basta dire che oggi è ben difficile trovare un’azienda, soprattutto tra quelle medie e grandi, che non abbia almeno sperimentato queste tecnologie. Ma molte sono andate ben oltre: già due anni fa i server virtuali nel mondo hanno superato in numero i server fisici. I motivi sono noti: la virtualizzazione comporta opportunità di risparmio di costi, razionalizzazione e flessibilità dei sistemi unanimemente riconosciute (anche se non immediate da realizzare), e in più è considerata una premessa fondamentale per intraprendere un percorso serio verso il cloud computing. Finora, però, questo tipo di progetti si è concentrato per lo più sulla parte hardware dei sistemi informativi aziendali. Meno frequenti sono i casi di virtualizzazione delle applicazioni, e piuttosto rari quelli che riguardano le applicazioni mission-critical, e in particolare i sistemi Sap.
Proprio l’estrema criticità di questi sistemi infatti ne frena la virtualizzazione. D’altra parte è ben difficile, in prospettiva, pensare di realizzare pienamente le opportunità del private cloud senza comprendere le applicazioni mission-critical, e quindi Sap. Esattamente questi sono stati i temi al centro di un recente evento, organizzato da ZeroUno insieme a VMware ed Emc, e con la partecipazione di Sap, intitolato ‘Come portare le applicazioni Sap verso il cloud. Quali percorsi e cambiamenti infrastrutturali sono necessari?’, tenutosi a Milano alla presenza di oltre 40 Cio e manager It.
“Se oggi non vediamo applicazioni mission-critical come Sap in ambiente cloud non è per un problema di disponibilità di offerte sul mercato, ma soprattutto per timori legati a sicurezza, affidabilità e performance”: così ha introdotto l’incontro il direttore di ZeroUno, Stefano Uberti Foppa (nella foto). “Certo, virtualizzare sistemi fondamentali per l’attività aziendale non è semplice, tenendo conto anche dei cambiamenti organizzativi, di competenze e di processo che richiedono. La situazione di stallo però va superata, in un contesto generale in cui l’It deve diventare capace di risposte as-a-service alle esigenze di un’azienda alle prese con sfide competitive sempre più complesse e in continuo cambiamento”.

Una proposta commerciale ‘dirompente’
A Stefano Mainetti (nella foto), professore incaricato di Tecnologie, Applicazioni e Servizi Internet, nonché condirettore dell’Osservatorio Cloud, presso il Politecnico di Milano, è toccato il compito di inquadrare questi temi nell’attuale scenario: “Il cloud computing, in realtà, è una ‘nuvola’ di concetti diversi, la cui forza dirompente è nella proposta commerciale verso le aziende: ‘niente investimenti, infrastrutture e upgrade, facciamo tutto noi fornitori che siamo specializzati, paghi ciò che consumi, e l’It non ti può bloccare’”. In realtà, continua il docente, le vere novità tecnologiche del cloud sono poche, e in gran parte nello strato PaaS (platform as a service), ma lo scenario in termini di modelli di erogazione, strati tecnologici, e impatti organizzativi è talmente ampio che il vero compito dell’Ict aziendale oggi di fronte al cloud è quello di saper fare delle scelte.
“Occorre chiarirsi le idee, definire una roadmap in funzione di strategia dell’azienda, modello di gestione, ruolo dell’It e situazione di infrastrutture e parco applicativo: se ‘subisco’ il cloud mi faccio ‘sorpassare a destra’ dalle linee di business e si creeranno le solite isole applicative”. L’approccio corretto per la Direzione Ict, continua Mainetti, è capire che dovrà occuparsi meno di ‘far funzionare la macchina’ e più di gestire progetti, progettare architetture, gestire relazioni con la domanda, scegliere fornitori e soluzioni, e definire Service Level Agreement (Sla): “Saranno necessarie competenze di demand management, project management, contract management, enterprise architecture, change management, risk management, vendor scouting e rating”.

Attenzione: non tutto sarà as-a-service
Parlando di applicazioni Sap, è importante capire come si sta muovendo l’azienda. “Riguardo all’on-demand abbiamo una nuova generazione di soluzioni per singoli processi, per esempio Sfa, sourcing, collaborazione – spiega Matteo Losi (nella foto), direttore prevendita e business development di Sap Italia -. Per la virtualizzazione abbiamo sviluppato una serie di soluzioni middleware entro NetWeaver insieme a Emc e VMware, per esempio system management e migrazione ‘live’ ad ambienti virtuali, e stiamo lavorando a una seconda generazione di questi strumenti che recepisce le ultime evoluzioni tecnologiche di gestione integrata di ambienti fisici e virtuali, tra cui le virtual appliance”.
In generale, spiega Losi, “Sap pensa che non tutto diventerà as-a-service: per il fornitore la sfida è di adattarsi a uno scenario rivoluzionato dalla consumerizzazione dell’It, e che cambia molto velocemente con clienti o operatori di altri settori che improvvisamente diventano competitor, vedi il caso di Amazon”. Il piano di Sap è di lavorare soprattutto nello strato SaaS (software as a service), anche estendendo le applicazioni classiche, e nel PaaS, co-innovando con i partner la piattaforma: “Certamente non entreremo nel mercato IaaS [infrastructure as a service, ndr]”.

Non perdere di vista l’evoluzione tecnologica
Il punto di vista di Emc è stato esposto da Bruno Melandri (nella foto), practice manager Emea: “Il cloud è complesso perché non è una sola tecnologia, ma tante che si muovono a velocità diverse, e addirittura introduce cambiamenti negli stessi stack tecnologici a cui eravamo abituati, anche se ci vorrà tempo perché questo passaggio maturi pienamente; inoltre ci sono poche best practice, bisogna sperimentare ‘sulla propria pelle’”. Per questo occorre disegnare un percorso, e seguire con estrema attenzione l’evoluzione tecnologica: “Per esempio nella virtualizzazione, che è un presupposto fondamentale del cloud, le tecnologie stanno progredendo in modo molto veloce, e i problemi che ci si pongono oggi magari il mese prossimo saranno superati, grazie a una nuova tecnologia”. Il cloud comunque, prosegue Melandri, si può vedere anche come un modo per ridurre i costi di gestione operativa dell’esistente, che in ambito Sap sono notevoli: “I landscape Sap hanno mediamente alti livelli di complessità, con casi fino a 50 istanze di produzione e oltre 100 sistemi a supporto. L’obiettivo per noi è lavorare con Sap e VMware per ridurre questi costi e complessità: Emc ha sette ambiti d’azione dedicati a Sap, da virtual infrastructure a tiered unified storage, da business continuity a security”.

Non c’è più ragione per non virtualizzare Sap
A proposito di rapida evoluzione delle tecnologie di virtualizzazione, Matteo Marini (nella foto), senior systems engineer di VMware Italia, ha spiegato che anche in ambito di applicazioni mission-critical ormai lo scenario è ben consolidato, e le aziende possono seguire un percorso standard. Alla standardizzazione di sistemi e piattaforme segue una prima fase di virtualizzazione di applicazioni non critiche e istanze di sviluppo e di test “con deployment e monitoraggio automatici, e garanzia non solo di riduzione dei costi, ma anche di performance, alta disponibilità, sicurezza e disaster recovery”. E poi una seconda fase incentrata appunto sulle applicazioni mission-critical, dove il focus è molto più sui livelli di servizio e sull’affidabilità che sui costi. Fase, questa, a cui sono già arrivate molte aziende, anche italiane: Marini ha citato per esempio Mediaset.
“Oggi tutte le istanze Sap si possono portare in un ambiente virtualizzato; anzi abbiamo casi in cui al data center si è aggiunto anche l’ambito client, e persino l’interfaccia Gui di Sap, che viene racchiusa in un unico file”. Quindi già oggi, sottolinea Marini, non ci sono più ragioni per non virtualizzare Sap dal punto di vista del supporto, delle performance, della stabilità del sistema e delle referenze. “L’evoluzione verso il cloud sarà la terza fase del percorso, con scenari di app store accessibile in self service con billing automatico in funzione di istanze, numero di utenti e così via: lo stanno già sperimentando alcuni clienti, per esempio Levi Strauss”.

Gli utenti cauti su licensing e sicurezza
La fase conclusiva di ‘tavola rotonda’ dell’evento ha visto poi alcuni interventi di utenti come Luigi Pignatelli, country It manager di Sara Lee Bodycare Italy: “Abbiamo programmato da tempo un approccio private cloud per le applicazioni mission critical: l’obiettivo è arrivare all’everything-as-a-service. Sono chiari i vantaggi di fruibilità e di costi, più facilmente allocabili sui dipartimenti e trasformabili da Capex a spese operative. Per alcune applicazioni però il cammino è complicato da problemi di licensing e pricing, e comunque il tema privacy-sicurezza non è stato ancora sviscerato completamente”.
Carla Masperi, Cio dell’Ospedale e della Fondazione San Raffaele di Milano, ha invece sottolineato il problema di mettere d’accordo le varie funzioni e processi di un’azienda su precise best practice, cioè su soluzioni standard o quasi (“non è cosa da poco, soprattutto per un’applicazione mission-critical che copre un intero processo”), mentre Renzo Passera, Consulente Direzionale, ha espresso dubbi sulla concreta capacità del cloud di ridurre i costi It: “Forse ne cambierà la composizione, e poi ridurrà il ciclo di vita delle applicazioni dando ancora più importanza al time-to-market”.
Il tema sicurezza in effetti è cruciale, ha riconosciuto Marini di VMware, “perché aspetti come privacy e compliance restano comunque compito dell’azienda, anche se software e hardware si comprano come servizi”, mentre il professor Mainetti ha spiegato che alla difficoltà di far accettare best practice si può rispondere che nello strato PaaS ci saranno semilavorati da personalizzare, “mentre in uno scenario in cui il business ha esigenze pressanti, un’opzione prima impossibile è di poter avviare un sistema SaaS in pochi giorni, a patto che il business stesso accetti un workflow standard”.

Daniele Lazzarin

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