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Immaginare il futuro attraverso il Design thinking

E’ accaduto nel corso di una tavola rotonda “speciale”, organizzata dall’Osservatorio Design thinking del Politecnico di Milano durante la quale design thinker di importanti organizzazioni hanno manifestato la necessità di colloquiare e collaborare in modo sempre più stretto con altre metodologie per promuovere l’innovazione.

08 Ott 2021

di Elisabetta Bevilacqua

Una “lettera d’amore” dei design thinker, indirizzata a framework per l’innovazione impiegati all’interno delle imprese, aiuta a esplicitare la necessità di evoluzione di una metodologia ormai radicata e diffusa come il Design Thinking (DT), anche attraverso la collaborazione con altri approcci, altrettanto pervasivi come DesignOps, Agile, Blue ocean, Lean, DevOps, per poter contribuire all’innovazione. È quello su cui si sono confrontati in una tavola rotonda “speciale”, organizzata dall’Osservatorio Design thinking del Politecnico di Milano durante la quale design thinker di importanti organizzazioni hanno manifestato la necessità di colloquiare e collaborare in modo sempre più stretto con altre metodologie per promuovere l’innovazione.

Alessandro Confalonieri, Head of Service Design, DOING part of Capgemini, rivolge il suo messaggio al DesignOps, un’opportunità per il designer di orchestrare e ottimizzare i processi e il ruolo delle persone coinvolte all’interno delle grandi strutture. “L’obiettivo non è solo valorizzare il ruolo del designer ma anche aiutare tutti a lavorare meglio, anche chi non si occupa di design ma può trarre beneficio da processi più intelligenti”, spiega Confalonieri. In una situazione di grande cambiamento che spinge le aziende ad assorbire grandi quantità di designer o inglobare studi di design mentre, al contempo, le tecnologie stanno modificando gli approcci, anche i designer si devono riconfigurare trovando la giusta finestra per riuscire a progettare con tempi e risorse adeguate.

L’Agile è invece il destinatario a cui si rivolge Piero Pascucci Service Designer, ENEL, per sviluppare conoscenza, collaborazione e sperimentazione, cercando i punti di forza comuni, come la capacità di trovare in poco tempo le soluzioni per creare prodotti e servizi che rispondano alle esigenze dell’utente. “DT e Agile sono due framework con molti punti in comune, come la centralità dell’utente e il metodo iterativo – spiega – Agile è un framework, riconosciuto e utilizzato, che può aiutare il DT ad affermarsi, sfruttando i punti di contatto, ma serve tempo, per il superamento dei pregiudizi e un importante shift a livello sia individuale sia di team”.

L’approccio Blu Ocean, pensato per ampliare i confini invece che competere in mercati super-affollati, è invece il partner ideale del DT secondo Petra Seppi, Head of Unit Innovation Management, NOI Techpark. La sua lettera è stata la più apprezzata, per la visione e la passione, dai partecipanti al convegno, in gran parte design thinker, ai quali è stato richiesto di esprimere la propria valutazione sulle “lettere”.
Blue Ocean offre la visione: “Io vela, tu bussola, tu stella polare; mi condurrai dove non sarò attaccata dagli squali dell’Oceano rosso”, è la metafora di Seppi. L’obiettivo, nel rivolgersi al Blue Ocean, è “consentire agli innovatori di creare grandi idee che generano un valore sostenibile mettendo la persona al centro”. Mentre dunque il DT si appresta a guardare al mondo degli utenti con osservazioni e interviste, l’approccio Blue Ocean l’aiuta a capire il contesto strategico e capovolgerlo se serve, per raggiungere la meta comune.

Antonio Grillo, Service & UX Design Director, Tangity part of NTT Data, ha ammesso che per dedicare i suoi pensieri al Lean è dovuto uscire dalla sua comfort zone per poter apprezzare il cambiamento continuo, una sperimentazione senza il timore dei fallimenti, dove la distanza fra pensare e fare è breve e l’apprendimento è demandato all’esperienza diretta delle cose, come accadeva ai tempi della Bauhouse, un mito per qualunque designer. “È possibile pensare in grande e in piccolo allo stesso tempo per comprendere la complessità delle sfide e renderle possibili. Si riesce così ad anticipare i tempi ed essere sempre avanti: l’Agile racconta i suoi sogni, il DT li fa diventare realtà anche se sono poli opposti”, dice Grillo, spiegando che il DT pensa prima di fare mentre il Lean agisce prima pensare, ma vanno poi nella stessa direzione.

Gabriele Elia, Head of Open Innovation & Research, TIM, si rivolge infine al DevOps, un metodo che aiuta sviluppatori, design thinker e altre aree aziendali a lavorare insieme senza inutili recriminazioni alla ricerca di responsabilità altrui per i colli di bottiglia, le scadenze non rispettate, le carenze sulla qualità. “Il DevOps aiuta non solo a pensare insieme a cosa sarà bene per utenti, sviluppatori e aziende ma anche a trovare un modo per costruire qualcosa di buono per tutti noi”, sostiene.

Non tutto è perfetto: ogni approccio prevede punti di attenzione, vincoli e limiti

Il DesOps, avverte Confalonieri, non va applicato in modo rigido per evitare di bloccarne l’evoluzione; si deve anche evitare di renderlo troppo astratto e difficile da mettere a terra, vista la sua complessità in grandi organizzazioni. “Da designer mi chiedo cosa sia la nostra disciplina, quali talenti stiamo strutturando, visto che ci viene chiesto sempre più spesso di essere consulenti più che progettisti, che continua a rappresentare un grande valore”, si interroga infine.

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Le maggiori criticità nella relazione fra il DT e l’Agile sono il tempo e lo sforzo comunicativo per capire il valore dei framework e delle metodologie che va affiancato alla formazione per acquisire gli skill necessari per utilizzarli. “Il nocciolo resta la governance dei framework che definisca standard condivisi nell’azienda ed eviti distorsioni che fanno male in termini sia di immagine sia di efficacia”, sottolinea Pascucci.

Quali pericoli nella relazione con il Blue Ocean? “Non è importante solo la perfezione del metodo ma anche l’integrazione con concetti come integration of meaning. Ogni incontro con ciascun innovatore è particolare, ogni azienda ha un carattere unico”, è la risposta di Seppi

Nell’approccio alle iniziative imprenditoriali e alla formazione di nuove imprese, Lean e DT sono poli opposti: il primo punta a capire prima di testare con il rischio di abbandonare le idee prima di aver verificato se sono efficaci. “Il Lean, applicato alle startup, può produrre falsi negativi con il rischio di uccidere troppo presto le idee – esemplifica Grillo che aggiunge – In progetti reali abbiamo verificato che un continuo cambio di direzione può spaventare il management”. Serve inoltre uno psychological safety support per evitare che il fallimento venga percepito come negativo mentre fallire presto aiuta a imparare.

Anche la relazione con il DevOps presenta limiti. “Si tratta di sistemi e metodologie che funzionano, per loro natura, solo se sono diffuse in tutta l’azienda, non solo nel team che cerca di introdurli. Non è un caso se spesso non venga accettato per gestire i fornitori o i clienti”, spiega Elia evidenziando la difficoltà a tenere allineata una struttura complessa con cultura e obiettivi diversi. “Nei momenti di crisi (anche per cause esogene come l’attuale pandemia) si tende e ricadere nelle forme più note e tradizionali”, evidenzia.

Opportunità e timori espressi da design thinker di importanti organizzazioni indicano la necessità di una trasformazione profonda del DT e delineano le possibili evoluzioni future delle metodologie per l’innovazione nel loro complesso.

Elisabetta Bevilacqua

Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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