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Innovazione: una parola vuota?

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Innovazione: una parola vuota?

24 Apr 2007

di Stefano Uberti Foppa

Onore al merito. Ad Idc di portare avanti un progetto di Forum sull’Innovazione digitale che, attraverso una serie di percorsi che si sviluppano nello spazio di un intero anno, trovano l’apice in quello che è ormai diventato l’appuntamento principe per fare il punto sullo stato dell’innovazione in Italia: l’Innovation Forum.

Si tratta di una manifestazione che a Roma raggruppa, ormai da un paio di anni, i principali artefici del cambiamento innovativo in Italia: aziende, sfera politica, rappresentanti delle diverse filiere dell’innovazione nel nostro Paese, guru internazionali che studiano fenomeni di sviluppo tecnologico e sociale, giornalisti, che non mancano mai. Il tutto per dare visibilità e discutere sugli scenari attuali e futuri dell’innovazione digitale applicata al territorio, alle amministrazioni pubbliche, alle imprese, alle persone. Onore anche a Roberto Masiero, presidente Idc Emea & worldwide conferences, che, è evidente, ci mette del suo per dare qualità e concretezza a un tema che si presterebbe a superficiali e frettolose analisi e che invece, nella chiave di lettura di Idc, punta a generare percorsi di aggregazione precompetitiva tra i principali player It operanti in Italia, per fare proposte concrete e attività di lobbing presso gli interlocutori politici istituzionali in favore di un cambiamento del sistema Italia verso un utilizzo più innovativo delle tecnologie digitali.

Non è facile, su un tema di questa ampiezza, focalizzare le principali direttrici emerse (su questo argomento rimandiamo ad un ampio servizio nei prossimi numeri di ZeroUno) dalla fotografia effettuata da Idc. Incominciamo da alcuni highlights che si rilevano dal Rapporto sul Sistema dell’Innovazione in Italia presentato. Emerge subito che il nostro Paese “carbura male”. Significa che rispetto a un indice messo a punto dall’Osservatorio del Forum e denominato Isir (Indice del Sistema dell’Innovazione Regionale – che ha consentito di calcolare degli indici di innovazione sulla base di variabili analitiche), l’Italia, in termini di capacità innovativa, negli anni 2000-2005, ha rallentato. E questo a fronte di un aumento di risorse immesso nel sistema di innovazione; la risultanza, almeno in termini di brevetti, è rallentata. Distretti tecnologici, Uffici di Trasferimento Tecnologico delle Università, Parchi Scientifici e Agenzie dell’Innovazione operano a diverse velocità e soprattutto con una commistione sul lato politico che non premia certo risultati di efficienza e di merito, rallentando l’intero sistema di innovazione.
In ogni caso ci troviamo in un quadro economico positivo, con una ripresa trainata con decisione dalle medie aziende italiane, che hanno realizzato risultati importanti sul piano delle esportazioni, valorizzando il Made in Italy spargendo il “fertilizzante” dell’Ict sui propri prodotti, servizi e processi.

Parlare di centri di innovazione in Italia ha poco senso se queste realtà non traggono idee, persone, capitali, iniziative dal territorio in cui operano. Quando invece si vive soprattutto di finanziamenti, nel momento in cui questi cessano si inaridiscono i centri di innovazione avulsi dagli attori che connotano l’area territoriale (aziende, banche, associazioni, università, amministrazioni locali). Una territorialità che non va certo confusa con chiusura e autoreferenzialità. I distretti industriali, geograficamente definiti, non funzionano infatti più. Devono essere piuttosto la sintesi di filiere di competenze, di professionalità e capacità produttive che si collocano nel mondo, laddove sono più efficacemente reperibili (e non secondo solo criteri di convenienza economica, ma anche di competenza e integrabilità con le aziende del distretto stesso). Inoltre è ormai evidente come l’innovazione proceda più per filiere (il Made in Italy, il Turismo, la Cultura, l’Ambiente) che non secondo i tradizionali confini settoriali. Il gap di innovazione dell’Italia rispetto ad altri paesi, è proprio legato ad una ancora limitata diffusione dell’Ict nelle filiere.

Ma perché avviene questo? Certamente uno dei problemi primari è di tipo culturale, di atteggiamento, ed è legato alle persone, alla “cultura dell’orticello”. Esistono, secondo Masiero, delle vere e proprie “Dogane della conoscenza”, barriere oltre le quali c’è un presidio, talvolta ottuso, dei propri modelli, abitudini, privilegi, che impedisce il dialogo e l’integrazione. Hai voglia a proporre un’integrazione Ict se, in ambito ad esempio pubblica amministrazione, le aree Beni Culturali e Turismo si parlano ben poco (dichiarazione di Beatrice Magnolfi, Sottosegretario alle Riforme e Innovazione nella PA). Così come la gran parte dei musei italiani non crea oggi sufficiente visibilità alle proprie politiche di offerta culturale per il timore di essere copiata. Serve inoltre, in ambito pubblico, una regia migliore tra Governo e Regioni. Oggettivamente tanto lavoro, sul piano normativo e infrastrutturale è stato compiuto dai vari governi che si sono succeduti per dare efficienza alla PA. Ora è però venuto il tempo di ragionare e ripensare alcuni aspetti legati ai processi, all’organizzazione del lavoro e alle persone. Per non calare, in ambito pubblico, un’innovazione che non serva o peggio venga vissuta come un’inutile spesa. Ancora una volta, come ha sostenuto il Ministro delle Riforme e Innovazioni nella Pa, Luigi Nicolais, l’innovazione deve nascere dal territorio, al quale non si possono imporre modelli mutuati da altri paesi. Si possono prendere spunti, ma non forzare modalità che invece devono nascere da una duplice azione coordinata: riorganizzare il lavoro introducendo, al contempo, tecnologia. Un esempio: oggi esistono 616 portali nella Pa Centrale e solo 27 offrono servizi. Serve invece pensare ad un’interattività con il cittadino che per forza di cose deve passare anche dalla tecnologia, realizzando servizi interattivi e transattivi per dare il senso di utilità e di efficacia del lavoro che si sta facendo in ambito pubblica amministrazione.
Sapete cosa ho scoperto, discutendo durante un coffee break all’evento di Idc? Che ancora oggi esistono nella PA i “camminatori” e i “motociclisti”. Figure professionali il cui compito primario è consegnare buste e plichi all’interno o all’esterno dei ministeri. Sarebbe fin troppo facile continuare a “sparare” sulla PA. Invece il lavoro fatto è stato tanto e la complessità da risolvere è enorme. Ma l’innovazione, quella che si percepisce e che serve al Paese, passa inevitabilmente, sia per imprese che amministrazioni, oltre che dalle tecnologie digitali diffuse e utili, da una riorganizzazione e dal cambiamento. E non sempre questi passaggi possono essere indolori.

Stefano Uberti Foppa
Direttore Responsabile

Giornalista professionista dal 1989, inizia ad occuparsi di giornalismo nel settore informatico nel 1981, partecipando all'avvio della sede italiana del settimanale Computerworld. Nel 1987 passa al mensile ZeroUno di cui nel 1997 assume la direzione insieme a quella del settimanale PcWeek Italia. Opinion leader riconosciuto nel settore Ict in Italia, attualmente è direttore responsabile di ZeroUno edito da Ict&Strategy, società del Gruppo Digital360.