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Hybrid Learning: come cambiano le esigenze delle università nel periodo post-pandemico

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Attualità

Hybrid Learning: come cambiano le esigenze delle università nel periodo post-pandemico

Il giusto mindset e la corretta miscela di piattaforme, tecnologie per gli spazi e infrastrutture di rete è alla base del nuovo modo di vivere l’esperienza universitaria, sempre meno condizionato dalla presenza e più legato a modalità innovative di apprendimento

10 Nov 2021

di Emanuele Villa

La pandemia ha trasformato il mondo dell’istruzione, costringendolo a un’evoluzione repentina. Due le tappe più significative: una prima fase emergenziale, contraddistinta dall’abilitazione di attività didattiche completamente in remoto; poi, un indefinito periodo di new normal, nel quale le Università stanno elaborando modelli didattici ibridi, contraddistinti da una miscela di attività in presenza e da remoto. Il parallelo con le realtà aziendali è forte: mentre il lavoro si trasforma da smart ad hybrid working – e questo consente alle imprese di rivedere spazi, processi e attività – la università iniziano a ragionare in modo analogo, cercando di cogliere il lato più chiaro della disruption pandemica.

Il fine è concettualmente semplice: tornare alle lezioni in presenza per favorire la socialità e l’aspetto esperienziale del periodo universitario, ma permettere anche la fruizione remota e interattiva dei corsi, secondo vari livelli di complessità e di innovazione. Di fatto, la videoconferenza e lo streaming sono le basi da cui partire, per poi arrivare a soluzioni evolute come:

  • Lezioni on-demand per studenti residenti a distanza
  • Piattaforme LMS (learning management system) che, oltre alla distribuzione, integrino anche la gestione di corsi e contenuti
  • Introduzione di capacità interattive per gli studenti che partecipano da remoto
  • Possibilità di coinvolgere da remoto anche i docenti

Hybrid Learning consente di configurare liberamente le lezioni in modo da favorirne qualità e fruibilità, a prescindere dal luogo in cui si trovino gli studenti e i professori. Posto che abilitare uno scenario ibrido comporta cambiamenti a livello di mindset, cultura e investimenti tecnologici, perché le Università dovrebbero occuparsene con priorità? “Per prima cosa, bisogna tener conto di un tema di ottimizzazione degli spazi – afferma Luca Fabiano CEO di TECHLIT SCM, la società del Gruppo Project specializzata in ambito di sistemi di comunicazione audio e video –, che possono essere ridotti aumentandone l’efficacia e riducendone i costi. Inoltre, Hybrid Learning permette alle Università di estendere la propria offerta formativa a una platea molto più ampia di studenti e di diventare vere e proprie eccellenze coinvolgendo, anche stabilmente, professori di tutto il mondo. Infine, sfruttando al massimo il modello ibrido si ottiene una disponibilità di contenuti a disposizione di studenti e professori per creare nuove offerte formative personalizzate e ad hoc.

Lo scenario è positivo: gli investimenti stanno andando nella direzione corretta e si assiste ad una graduale evoluzione culturale, per quanto nel momento più buio della pandemia poche Università fossero pronte sotto il profilo tecnologico. D’altronde, un conto è permettere l’accesso a Internet e qualche lezione da remoto, un altro è avere 50 aule in videoconferenza contemporanea. In questo cambiamento c’è di sicuro un tema di mindset, ma la tecnologia non va in alcun modo sottovalutata.

Piattaforme, tecnologia per gli spazi e infrastruttura

In particolare, Luca Fabiano CEO di TECHLIT SCM identifica 3 aree principali di intervento tecnologico, dalla cui sinergia le strutture possono abilitare il modello ibrido: piattaforme, tecnologie per gli spazi e infrastrutture. “Per quanto concerne le piattaforme, andiamo dal puro streaming e dalle piattaforme LMS fino a tecnologie di collaborazione e di indicizzazione dei contenuti, che permettono agli studenti di cercare – per esempio – parole specifiche nei video delle lezioni per riprodurre solo le parti di interesse”. C’è poi un tema di interattività di cui tener conto, cioè bisogna fare in modo che chi è in aula possa interagire con chi è a casa e viceversa.

Il secondo aspetto è quello delle tecnologie per gli spazi, per le aule. Ed è proprio qui che le Università erano meno pronte ad affrontare le sfide della pandemia: alcune, ancora oggi, limitano la propria dotazione tecnologica all’impianto di videoproiezione, a un cablaggio elementare per collegare le sorgenti e a qualche switch. Posto che il proiettore resta il cuore pulsante della sala, si iniziano a vedere soluzioni più evolute come i videowall -, occorre passare ad ambienti dotati di svariati microfoni ambientali e speaker per favorire l’interazione tra le dimensioni fisica e virtuale, il tutto governato da una regia centralizzata. Il tema del costo è centrale e differenzia l’ambito didattico da quello aziendale: se l’azienda deve allestire alcune sale riunioni, qui le aule possono essere centinaia.

Terza sfida, forse la più complessa da affrontare in funzione della non idilliaca situazione di partenza, è quella dell’infrastruttura di rete, che talvolta deve essere completamente riprogettata con apparati, sistemi e cablaggio in grado di gestire i volumi di dati del paradigma ibrido. Luca Fabiano cita anche un caso molto interessante: “Soprattutto all’estero, molte Università stanno modificando la distribuzione dei locali. Riducendo l’ampiezza media dell’aula, si sta affermando il concetto di ampliamento virtuale degli ambienti fisici. Può infatti capitare che un’aula non sia più sufficiente per ospitare tutti gli studenti, e che quindi occorra trasmettere le lezioni (e interagire, ndr) su più aule. Tutto ciò, che si basa sulla tecnica del Room Combining, ha bisogno di un’infrastruttura di rete solidissima e di performance senza compromessi”.

Abilitare l’Hybrid Learning e il ruolo del Gruppo Project

TECHLIT SCM fa perno sulle sinergie interne al Gruppo Project per rispondere alle esigenze dell’apprendimento ibrido. “Dei tre ambiti citati, TECHLIT SCM si occupa prevalentemente dei primi due: di un’attività consulenziale finalizzata a strutturare il progetto e ad aiutare le strutture a dotarsi della tecnologia giusta, nonché di implementazione e gestione del progetto stesso. Ovviamente, operiamo in stretta sinergia con le altre entità del Gruppo Project: essere complementari è fondamentale in progetti come questi, e il Gruppo può vantare sia una forte estensione orizzontale, sia molte competenze specialistiche e verticali”, precisa Luca Fabiano.

Quali sono, infine, le sfide che le Università dovranno affrontare nel prossimo futuro? Intanto, una gestione smart dei propri spazi: i sistemi di desk booking, di cui parla molto in ambito aziendale, dovranno entrare anche nelle aule per migliorare l’esperienza degli studenti parallelamente alla riduzione delle capienze. E poi c’è il tema della gestione e del monitoraggio delle infrastrutture tecnologiche delle Università, attività fondamentale per garantire un servizio continuo, affidabile e con performance all’altezza: “Le Università più grandi – conclude Fabiano – sono fortemente distribuite sul territorio. Come fornitore di tecnologia, abbiamo professionisti che lavorano presso le Università, ma visto che le strutture diventano sempre più diffuse, dobbiamo fare ricorso pervasivo alla gestione e al monitoraggio remoto, sull’esempio dei NOC e dei SOC del mondo security. Quella dell’infrastruttura gestita è un’altra tendenza dell’hybrid learning con cui avremo a che fare sempre di più”.

Emanuele Villa

Giornalista

Appassionato di tecnologia da sempre, ho deciso che avrei impegnato il mio tempo raccontandola e lo faccio dal lontano 2000. Dopo un lungo percorso nel mondo della tecnologia consumer, ora mi occupo soprattutto di Digital Transformation.

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