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Software testing: la parola agli utenti

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Software testing: la parola agli utenti

29 Ago 2011

di Nicoletta Boldrini

Al Software Testing Forum, Vodafone, Eni e Rti Mediaset spiegano come l’adozione di pratiche, metodologie e strumenti specifici per il test applicativo abbiano portato vantaggi che escono dai “confini tecnologici dell’It” per arrivare al mondo del business. Governance, metodologia, metriche e Kpi sono le parole ricorrenti nei tre progetti

Porta la sua diretta esperienza personale Alfonso Fuggetta, amministratore delegato del Cefriel, il centro di eccellenza per l’innovazione, la ricerca e la formazione nel settore dell’Ict nato nel 1988, che il giorno prima di intervenire al Software Testing Forum di Milano, in un confronto con alcuni manager di una nota multinazionale del Nord-Est, ha percepito “le difficoltà dell’azienda nel reperire persone competenti e professionisti capaci che operino nel campo dello sviluppo software, del testing e nella gestione di progetti complessi”.
Per fortuna, al Software Testing Forum abbiamo ascoltato i casi Vodafone, Eni e Rti Mediaset che hanno illustrato come anche i servizi di testing possano diventare leve per le nuove sfide del business.

Vodafone: dalla qualità del software al controllo dell’outsourcer
Ad aprire le testimonianze dirette delle aziende, è Marco Abbate (nella foto), head of Integrated Acceptance Test (Iat) di Vodafone Italia che spiega, innanzitutto, la funzione della divisione in azienda: “La divisione Iat è nata nel 2002 a seguito della reingegnerizzazione del sistema di sviluppo del software ed è una funzione specifica che ha il compito di eseguire test funzionali, test di regressione, di performance e di vulnerabilità in un processo che si articola in più fasi (test in fase di pre-rilascio; test in fase di accettazione/implementazione; test in fase di post-rilascio)”.
In fase di pre-rilascio, la divisione effettua i cosiddetti test di integrazione per verificare che la soluzione proposta dai vendor sia perfettamente integrabile con le infrastrutture Vodafone e con l’intero impianto applicativo già esistente. Dopo l’esito positivo di questa fase, si passa all’installazione della soluzione su cui, ovviamente si fanno tutti i test funzionali, di regressione e di performance. Una volta rilasciata l’applicazione, infine, si fanno i test di verifica (sia sulla nuova applicazione sia su tutto ciò che in essa è integrato come altre applicazioni, la rete, le infrastrutture, ecc.) per essere certi che tutto funzioni realmente così come testato nella fase precedente.
In aggiunta, c’è un’ultima fase che prende il nome di “business simulation”: si tratta di una fase che vede Iat operare in sinergia con il cliente interno (cioè con l’utente che usufruisce dei prodotti e dei servizi rilasciati) e che ha come obiettivo la verifica della pertinenza della soluzione in funzione dei requirement iniziali.
Punto focale della metodologia adottata da Vodafone è l’identificazione e il tracciamento dei Kpi per il testing. “In Iat abbiamo definito un framework di riferimento che si basa su un cospicuo set di Kpi che, di fatto, guidano l’intera organizzazione, sia dal punto di vista di processo, sia sotto il profilo tecnologico (con indicatori di natura tecnologica ma anche di taglio business)”, spiega Abbate, sottolineando, a chiusura del suo intervento, come questo framework basato sui Kpi sia divenuto poi lo strumento di governance fondamentale per l’ambito applicativo dal 2008 in poi, quando l’azienda ha scelto di esternalizzare lo sviluppo software affidandosi a un outsourcer.

Eni: il testing all’interno dell’Alm
Affidata a Paolo Salaris (nella foto, a sinistra) e Paolo Liberali (nella foto, a destra), rispettivamente project manager dell’Application lifecycle management (Alm) e responsabile del team di performance test in Eni, la presentazione dell’esperienza fatta in una delle realtà aziendali più grandi d’Italia caratterizzata da un’organizzazione Ict che si muove in un contesto molto complesso, dovendo servire un numero elevato di processi di business molto specifici e verticali. “Per noi è fondamentale avere un sistema strutturato e ben definito in ogni punto e livello (organizzativo, di processo, skill e competenze, sistemi e tecnologie) di Application lifecycle management; la qualità applicativa è un fattore discriminante e ha un impatto diretto proprio sul business”, esordisce Salaris.
Ed è in questo complesso sistema che si inserisce il testing applicativo che, nell’esperienza Eni, inizia con l’adozione del sistema “user acceptance testing” (un insieme di test sviluppati e gestiti sulla base delle richieste e della soddisfazione dell’utente) ma che, a detta dello stesso Salaris, si è poi dimostrano non più sufficiente. “Accanto alla sistematicità quindi dei classici test funzionali – spiega Salaris – abbiamo introdotto un sistema di test delle performance e poi strutturato il tutto (cioè l’insieme dei test funzionali con quelli di performance) in un modello strategico di Alm che, da un punto di vista tecnologico, sfocia in un insieme di tool di controllo e gestione”.
“In particolare, il progetto Alm all’interno del quale si inserisce il sistema di testing aveva come obiettivi primari il governo dei rilasci applicativi, l’impostazione e la definizione di una gestione strutturata dell’intero processo di gestione del ciclo di vita delle soluzioni, la standardizzazione del processo di gestione dei difetti, la gestione e il controllo della configurazioni e un aumento dell’automazione dei processi”, descrivono Salaris e Liberali. “Il sistema di test si basa oggi su una serie di processi ben definiti e strutturati (design – build – execute – results analysis – fixing – report) che partono addirittura dalla definizione della strategia di test a supporto dell’Alm. Il tutto con l’ausilio di tool e funzionalità integrate in un unico dashboard (che opera su due differenti livelli: uno per un controllo di tipo più operativo, uno per un controllo di carattere più manageriale) che fanno affidamento su un repository di dati unico”.

Rti-Mediaset: il testing in sistemi a rapida evoluzione
Negli ultimi anni l’offerta Mediaset Premium ha introdotto una complessità maggiore all’interno dei sistemi informativi di Mediaset, dato che l’ambito della Pay Tv rende critici alcuni fattori come la gestione degli utenti con una serie di servizi sempre maggiori in un’ottica di dinamicità e flessibilità. “In questo scenario, il dipartimento It, a fronte di business requirement sempre più stringenti, di un mercato B2C decisamente più esigente e di tempi di erogazione dei servizi costantemente più ridotti, ha dovuto rivedere il sistema di sviluppo del software e i processi di testing a supporto”, ha esordito Stefano Iannelli, responsabile supporto applicativo in ambito business operation della società.
“Nel nostro caso – racconta Inelli – abbiamo introdotto a livello di testing il concetto di risk management e rafforzato le strutture a supporto, prima di tutto, del test, ma anche dell’intero processo di sviluppo software. Abbiamo, in particolare, agito sulla rivisitazione dei processi abbracciando il framework Cmmi per il mondo sviluppo e il framework Itil per la parte di gestione operativa”.
“La nostra test strategy è ispirata alle direttive dell’Istqb e si basa su tre differenti livelli di testing: test di sistema; test di sistema dei sistemi (system integration); test di validation/acceptance”, ha poi spiegato Marco Crespi, test manager in Mediaset. “I test di sistema riguardano i controlli e le verifiche sulle funzionalità applicative (test funzionali + test di regressione); a questo livello utilizziamo ambienti di testing che sfruttano anche dei simulatori di scenari. A livello di system integration, effettuiamo controlli che vanno dai test funzionali e di regressione end-to-end fino ai test specifici sulle interfacce (sotto le quali, appunto avviene l’integrazione). L’ultimo step, quello che noi chiamiamo validation/acceptance raccoglie l’insieme dei test funzionali con approccio end-user e business driven, test di performance e usability, test di regressione su processi e sistemi core (a questo livello l’ambiente di test deve essere il più possibile speculare a quello di produzione)”.
I punti focali della strategia di testing in Mediaset sono tuttavia da ricondurre alla capacità di governance dei processi e all’introduzione dell’approccio legato al risk management come tassello della strategia. “Uno degli aspetti di maggior rilievo – sottolineano i due manager – è l’utilizzo di metriche e Kpi specifici che hanno come obiettivo il controllo e l’analisi dello stato di avanzamento dei lavori, da un lato, e di miglioramento dell’efficienza, dall’altro, sia da un punto di vista tecnico ma anche, e soprattutto, da un punto di vista organizzativo e di processo”.

Nicoletta Boldrini

Giornalista

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