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Quanto sono preparati i giovani al mercato del lavoro?

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Quanto sono preparati i giovani al mercato del lavoro?

30 Mar 2017

di Valentina Bucci

Gli studenti universitari sono consapevoli del ruolo svolto dall’innovazione digitale nel cambiare l’economia e le imprese e sanno quanto le competenze digitali siano oggi importanti per entrare nel mercato del lavoro, ma, complice l’inadeguatezza dei programmi universitari, solo una piccola parte di essi si prepara concretamente per dotarsi degli skill necessari. Questa e molte altre le evidenze messe in luce dalla ricerca “Il futuro è oggi: sei pronto?”, realizzata da University2Business

Quanto sono diffuse le competenze digitali nel mercato del lavoro e quanto influenzano le decisioni delle aziende quando assumono nuovi dipendenti? Il mondo universitario è in grado di formare le nuove leve dotando gli studenti di queste competenze?
Risponde a queste e altre domande la ricerca, giunta alla sua seconda edizione, “Il futuro è oggi: sei pronto?” realizzata da University2Business, realtà del gruppo Digital360 che ha per mission diffondere la cultura digitale e imprenditoriale tra gli studenti universitari e aiutarli a entrare in contatto col mondo del lavoro, anche attraverso lo svolgimento di attività concrete per conto delle aziende.
Intervistati circa 2600 studenti universitari (campione dalle caratteristiche statisticamente rappresentative dell’intera popolazione universitaria italiana) e 168 HR manager di alcune delle principali imprese operanti nel nostro paese. Sul fronte delle competenze digitali (la ricerca tratta anche il tema delle competenze imprenditoriali, qui solo accennato), il quadro che ne emerge è di luci e ombre, e tuttavia è possibile rintracciare tre evidenze:

  1.  Buona consapevolezza ma poca preparazione – Come spiega nell’introduzione al report Andrea Rangone, Ceo di Digital 360: “Anche se la maggior parte degli studenti universitari dichiara di avere consapevolezza del ruolo importante svolto dall’innovazione digitale nel cambiare l’economia e le imprese, solo una piccola parte di essi si prepara concretamente per questa sfida”; in pochi, spiega il Ceo, cercano infatti di sviluppare competenze digitali approfondite (nonché di fare esperienze imprenditoriali concrete).
     

  2. Differenziazioni di genere e geografiche – La ricerca evidenzia due importanti “cultural divide”: il primo riguarda le studentesse, che su diversi aspetti del digitale (e dell’imprenditorialità) dimostrano meno preparazione dei colleghi maschi; il secondo riguarda le regioni del Sud, che in alcuni ambiti risultano avere un livello di sensibilità inferiore.
     

  3. Formazione universitaria inadeguata – Secondo i dati riportati durante l’ultimo World Economic Forum, entro il 2020 sette milioni di posti di lavoro nel mondo andranno persi, rimpiazzati da robot e intelligenza artificiale, a fronte dei quali se ne creeranno 2 milioni di nuovi e diversi; come scrive nello stesso report, commentando questi numeri, Mariano Corso, Docente di Leadership e Innovazione e Responsabile Scientifico dell’Osservatorio HR Innovation Practice della School of Management del Politecnico di Milano: “Il cambiamento riguarderà tutti i settori e tutti i lavoratori, nuove competenze diventeranno centrali, prime fra tutte quelle digitali, e saranno ricercati nuovi skill e abilità come il pensiero critico e la creatività. Di fronte all’evidente urgenza di affrontare questo cambiamento, stride l’immobilismo di gran parte del mondo della formazione, i cui programmi e metodi formativi sono spesso sostanzialmente fermi da oltre mezzo secolo […] Costringiamo così tanti nostri giovani a vivere una sorta di schizofrenia: digitali ed evoluti nei comportamenti e nelle modalità di relazione, quando entrano nelle aule si vedono ripiombare in un mondo di nozionismo ed erudizione  fine a se stesso di cui non riescono a comprendere utilità e significato”.

Di seguito, attraverso una serie di approfondimenti proposti dalla ricerca, i dati da cui sono emerse queste evidenze accanto ad altre sottolineature interessanti.

Ingresso nel mondo del lavoro

Nella sezione della ricerca dedicata a innovazione digitale e ingresso nel mondo del lavoro, alla domanda “Quale pensi sia il motore del cambiamento più importante per le imprese nei prossimi anni?” risulta che per il 52% degli studenti l’Innovazione Digitale rappresenta il principale motore di cambiamento delle imprese (seguito dalla Green economy, 45%, e dalla Globalizzazione, 34%).
Si può dunque dire che esiste una buona consapevolezza di quanto il digitale possa avere un ruolo importante nel determinare la competitività delle aziende, sebbene sia da sottolineare che, “spacchettando” il dato per gruppi geografici, si rivela un gap: la percentuale risulta più alta se si considerano solo gli studenti del Nord (58%) mentre cala al 43% relativamente agli studenti del Sud, come mostra chiaramente la figura 1.
Incoraggiante è anche il dato relativo ai processi di recruiting: più dei due terzi degli studenti pensa infatti che le competenze digitali in un neolaureato siano, ai fini dell’assunzione, “Essenziali” o “Molto importanti” (figura 2).
Due elementi vanno però sottolineati:

  • L’HR è più consapevole – Ponendo le stesse domande agli HR Manager, questi si dimostrano comunque più consapevoli degli studenti sia rispetto all’importanza delle competenze digitali (il 94%, infatti, le dichiara “Fondamentali” o “Molto importanti”), sia riguardo al ruolo del digitale come motore del cambiamento delle imprese  (è il più importante per il 69% degli intervistati HR contro il 52% degli studenti prima citato). 
     

  • Poca reazione – Gli studenti, come già accennato, nonostante questa consapevolezza non sembrano poi agire per prepararsi in modo adeguato, come mostrano i dati relativi alla diffusione (ancora non soddisfacente) delle competenze digitali.

Diffusione delle competenze digitali                                    

Tra gli studenti universitari, gli skill digitali non sono sufficientemente diffusi: il 53% del campione ha una conoscenza di Internet e dei Social Media solo da mero utilizzatore (figura 3); le studentesse presentano un “gap” abbastanza marcato rispetto ai colleghi maschi: quasi il 60% delle studentesse dichiara di non possedere competenze digitali specifiche, contro il 45% dei maschi.
Si consideri anche che, indagando il livello di conoscenza degli studenti su alcune professioni del digitale, solo il 25% sa cosa fa un “Social Media Specialist”, il 34% conosce il ruolo di “Seo Specialist” e il 38% indica correttamente la definizione di “Data Scientist”.
L’università ha una chiara responsabilità da questo punto di vista: basti dire che gli studenti che dichiarano di possedere competenze digitali più approfondite di quelle da mero utilizzatore (nella figura 3 mostrate in dettaglio) indicano come fonte di apprendimento soltanto nel 15% dei casi l’Università; è invece la rete (YouTube, blog, siti web) a rappresentare la prima delle fonti per quasi il 60% del campione (figura 4).

Innovazione digitale e impatto sociale                               

Anche l’analisi sul grado di consapevolezza in merito ad alcune tematiche che riguardano l’impatto sociale dell’innovazione digitale e concetti economici a questo legati ha evidenziato tra gli studenti un gap di genere, oltre che geografico: alla domanda, per esempio, se conoscessero il concetto di “Sharing Economy” ha risposto sì il 48% degli studenti universitari maschi contro un 35% delle colleghe e il 43% degli studenti del Nord contro il 35% di quelli del Sud.
Le risposte positive sono comunque, in generale, da pesare attentamente: sul concetto di “Benefit corporation”, per esempio, del 19% (media di uomini e donne) che ha risposto di conoscerlo solo uno studente su due ha poi saputo selezionare la corretta definizione (figura 5).

Il punto di vista dell’HR

La ricerca ha anche indagato il punto di vista degli HR Manager, e le azioni concrete da loro pianificate, in merito al ruolo delle risorse umane nella gestione della trasformazione digitale della propria impresa; ne è emerso che:

  1.  Gli HR Manager si aspettano che la trasformazione digitale nei prossimi tre anni abbia un impatto sulla propria azienda (a livello strategico, organizzativo, ecc.) molto superiore a quello dell’ultimo triennio: il 66% degli intervistati definisce infatti “Fondamentale” tale impatto, mentre solo il 24% l’ha definito in questo modo nella ricerca dello scorso anno. 
     
  2. Gli intervistati si aspettano o auspicano un incremento sostanziale del proprio ruolo nei prossimi tre anni: per il 42% dei responsabili HR, infatti, il proprio contributo sarà “Fondamentale” e per il 49% “Molto importante”; l’anno scorso il contributo è stato valutato “Fondamentale” e “Molto importante” rispettivamente dall’11 e dal 51%.
     
  3. Nella ricerca di profili senior (3-5 anni di esperienza lavorativa), le competenze digitali sono valutate “Fondamentali” o “Molto importanti” complessivamente dall’81% degli HR Manager, una percentuale alta soprattutto se confrontata a quella legata alle competenze imprenditoriali, valutate meno strategiche, con quasi la metà degli intervistati che le ritiene “Per niente o poco importanti”. Nonostante questo, solo il 20% degli intervistati afferma di avere una mappa delle competenze digitali/imprenditoriali per i ruoli manageriali (top e middle management), percentuale che sale solo leggermente nel caso di neolaureati (23%) e per i ruoli specialistici digitali (34%). Poco significative anche le iniziative in ambito formativo: escludendo i ruoli specialistici digitali, poco più del 30% dei Manager HR ha pianificato azioni per sviluppare competenze digitali (le più diffuse risultano essere: inizative di sensibilizzazione, corsi di formazione spot e workshop di innovazione – figura 6).

Valentina Bucci
Giornalista

Giornalista pubblicista, per ZeroUno scrive dei cambiamenti che la digitalizzazione sta imponendo alle imprese sul piano tecnologico, organizzativo, culturale e segue in particolare i temi: Sicurezza Informatica, Smart Working, Collaboration, Big data, Iot. Master in Giornalismo e comunicazione istituzionale della scienza (Università di Ferrara), laurea specialistica in Culture Moderne Comparate (Università di Bergamo).

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