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Lavoro, rivoluzione digitale e competitività di impresa Italia: serve un punto di equilibrio

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Lavoro, rivoluzione digitale e competitività di impresa Italia: serve un punto di equilibrio

L’impatto dell’automazione sull’occupazione non è un problema nuovo, ma nella rivoluzione di Industria 4.0 saranno moltissime le professioni interessate, spiega Umberto Bertelè, Chairman Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano. «Il nostro Paese è in una situazione delicata, il grado di velocità della trasformazione sarà determinante, ma ci sono anche segnali positivi»

29 Nov 2017

di Daniele Lazzarin

Come influirà l’ondata di nuove tecnologie sull’occupazione in Italia? La questione è tornata di estrema attualità per le recenti forti evoluzioni della robotica e dell’intelligenza artificiale, e per la digitalizzazione in corso in tutti i settori, incentivata da politiche governative come il Piano Industria 4.0.

In un’economia dominata dai meccanismi della globalizzazione, per temi come questo le specificità del territorio hanno ancora un peso importante. E l’Italia è in una situazione particolarmente complessa, a causa di caratteristiche come la lentezza della ripresa economica, lo scarso numero di nuove imprese digitali (che sono la prima fonte di nuova occupazione) e la bassa integrazione tra il mondo della formazione e quello delle imprese.

Rappresentazione del potenziale livello di automazione delle attuali occupazioni
Rappresentazione del potenziale livello di automazione delle attuali occupazioni – fonte: McKinsey Global Institute

Di questi temi si è parlato al primo evento del ciclo “Digital Innovation Talks” degli Osservatori Digital Innovation del Politecnico di Milano, che è stato incentrato soprattutto sull’analisi di Umberto Bertelè, Chairman degli Osservatori e professore emerito di Strategia dello stesso Politecnico.

L’impatto dell’automazione sui posti di lavoro non è un problema nuovo, ha detto Bertelè: storicamente si è presentato diverse volte soprattutto in corrispondenza delle precedenti rivoluzioni industriali. Ma in quella in corso, la quarta, la novità è che sono moltissimi i tipi di lavoro potenzialmente interessati, e gli impatti si verificheranno molto velocemente, nel giro di pochi anni. Bertelè ha citato al proposito “The Future of Employment: How Susceptible are Jobs to Computerisation?”, analisi di Frey e Osborne (Oxford University) secondo cui il 47% dei lavori rientra nella categoria “ad alto rischio”, cioè destinati a essere automatizzati nei prossimi 10-20 anni. E anche un’indagine di McKinsey, che studiando 800 professioni in 19 settori (quelle svolte dall’80% della forza lavoro mondiale), ha scoperto che quelle completamente automatizzabili sono solo il 5%, ma che un altro 60% di queste professioni è automatizzabile almeno per il 30% delle loro attività principali.

Nel lungo termine l’impatto sarà probabilmente positivo sul saldo di posti di lavoro: ne nasceranno di più di quanti ne spariranno. E non solo sul numero di posti: «La digitalizzazione per esempio può spingere a riportare in Italia attività delocalizzate», osserva Bertelè. Nel breve-medio termine però lo scenario più verosimile è una contrazione dei posti – soprattutto quelli tipici della classe media – e un ulteriore aumento delle disuguaglianze e delle differenze retributive che mettono in crisi gli equilibri sociali e politici, e creano come vediamo ormai quotidianamente una forte percezione di pericolo e precarietà nella società.

Per l’Italia, come detto, la situazione è più delicata rispetto ad altri Paesi. Anche perché il fattore tempo è determinante. «Se il processo di digitalizzazione è lento, è più facile per un territorio assorbire gli impatti negativi sull’occupazione, ma per le sue imprese sale il rischio di perdere competitività». Il paradosso quindi è che per evitare la disoccupazione “causata” dalla tecnologia si rischia la disoccupazione da “non-competitività”».

A fronte di questo scenario difficile emergono però anche segnali positivi: nelle imprese italiane sta fortemente aumentando la consapevolezza della rilevanza del digitale, e il mondo politico ha capito la necessità di interventi per rafforzare le infrastrutture digitali, e incentivare gli investimenti in innovazione e la crescita di startup innovative, come dimostra appunto il corpus di misure del Piano Industria 4.0.

Per imprese e Stato quindi si delineano ovviamente ruoli diversi. «L’impresa non è un’istituzione benefica, ma il suo ruolo sociale è fondamentale – ha sottolineato Bertelè -. Deve creare valore, ma in modo sostenibile nel tempo, rispettando regole e sensibilità sociali, e investendo nell’upskilling e reskilling delle risorse umane. Se, come abbiamo visto, l’innovazione digitale crea forti squilibri nelle risorse umane valorizzando alcuni skill e deprezzandone altri, occorre intervenire sullo squilibrio riconvertendo il numero maggiore possibile di persone».

Quanto allo Stato, oltre a promuovere l’innovazione, ha un ruolo cruciale in questa riqualificazione e ricollocazione delle competenze, prevedendo anche ammortizzatori sociali se gli squilibri sono troppo forti. «Oltre agli immediati risvolti umani e sociali, la riconversione dei lavoratori ha una decisiva valenza economica – conclude Bertelè -. Il capitalismo è sopravvissuto finora perché è sempre stato capace di redistribuire, almeno in parte, il valore che genera: non solo a queste persone va data la possibilità di sopravvivere, ma anche quella di spendere per far girare l’economia».

Daniele Lazzarin

Giornalista

Ingegnere gestionale (Politecnico di Milano) e giornalista professionista dal 1999. Scrivo di progetti di digitalizzazione nelle aziende e business application su Digital4, sia per la rivista di carta sia per il sito web, prevalentemente sui canali Digital4Executive, Digital4SupplyChain, Digital4PMI, Digital4Finance, Digital4Manufacturing.

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