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Come finanziare l’innovazione

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Come finanziare l’innovazione

06 Feb 2006

di Elisabetta Bevilacqua e Antonio Santangelo

Sistema bancario, capitale di rischio e finanziamenti europei rappresentano tre strumenti per finanziare l’innovazione. Quali i problemi e le prospettive?

Come finanziare l’innovazione e i progetti Ict che, associati alle necessarie trasformazioni organizzative, aiutino le imprese a crescere e a diventare più competitive?
Illustriamo di seguito tre possibili fonti: il sistema bancario, il capitale di rischio e i finanziamenti europei per i progetti innovativi e di ricerca. Desta tuttavia preoccupazione che i 132 miliardi di tagli previsti nelle linee guida di bilancio dell’Unione per il periodo 2007-2013, siano concentrati, in valore assoluto e relativo, sulle spese destinate alla competitività e alla crescita (il cui peso sul bilancio è passato dal 13 all’8,7%) con una riduzione di oltre il 40%. Nonostante questo segnale negativo aumentano tuttavia le cifre destinate a ricerca e sviluppo tecnologico (VII Programma Quadro) che ammontano a 73 miliardi euro. Per tornare alle altre fonti di finanziamento, sembra che il sistema bancario cominci  a muoversi. Alcuni importanti istituti hanno ad esempio messo a disposizione plafond importanti per finanziare progetti di innovazione valutati in termini di merito. È il caso di S.Paolo Imi, Banca Intesa (vedi i dettagli del progetto IntesaNova in Percorsi di Innovazione) e Unicredito. “È indispensabile per il successo, la rapidità di istruttoria e la semplificazione delle procedure, in modo da mettere a disposizione delle aziende in poco tempo risorse utili per progetti di ricerca e innovazione che potrebbero consentire loro la crescita”, commenta Andrea Bonaccorsi, ordinario di economia e gestione delle imprese, presso la Facoltà di Ingegneria dell’Università di Pisa. “Formule di questo tipo, proposte in forma associata anche da banche con maggior radicamento nel territorio, potrebbero essere utili per sollecitare aziende medie e medio piccole”.
La finanza innovativa sotto forma di capitale di rischio presenta invece un quadro problematico visto che il capitale privato si è orientato verso operazioni di expansion e buy-out, lasciando sguarnito l’ambito early stage (vedi figura 1). Si tratta a questo punto i colmare il gap finanziario fra la soglia a cui intervengono gli operatori privati (1-2 milioni di euro) e la soglia per il “seed”, ossia il finanziamento delle fasi iniziali, di qualche centianio di migliaia di euro. Vi sono in Italia alcune esperienze pilota, citate da Bonaccorsi come quella di Piemontech, che ha creato il fondo Innogest, e il fondo rotativo per le imprese innovative creato a Pisa. Va anche citata la recente iniziativa del Fondo Rotativo promosso dal Ministero dell’Innovazione e da quello dell’Economia per promuovere la partecipazione del capitale di rischio nelle Pmi che utilizzano tecnologie digitali per l’innovazione di prodotto e di processo. Questi tipi di iniziative vedono un ruolo prevalente degli operatori pubblici nella prima fase, fino a quando (entro 2-3 anni) possa subentrare un investitore privato nel secondo round di finanziamento, nel momento in cui le nuove aziende sono cresciute e dato prova di saper stare sul mercato. Per estenderle sarebbe utile, secondo Bonaccorsi, definire dei pacchetti: ossia politiche pubbliche che aiutino a integrare strumenti di capitale di rischio, di supporto di servizi, di formazione in modo da creare l’ambiente innovativo più stimolante per le nuove imprese.
“Il problema vero è però la quantità e qualità delle idee imprenditoriali: ci vorranno ancora molti anni per aumentare il numero di le idee che abbiano davvero sostanza dal punto di vista del business”, sottolinea ancora Bonaccorsi. (E.B.)

Capital venture: il rischio nelle diverse fasi del finanziamento

Fonte: Bonaccorsi, 2005

UN MOTORE PER LA COMPETITIVITÀ EUROPEA
Entro novembre 2006 la Commissione europea predisporrà regole e modalità di finanziamento del VII Programma Quadro di ricerca e sviluppo tecnologico (VII PQ – 2007-2013). L’entità delle cifre in gioco è notevole: 73 miliardi di euro (il bilancio del VI PQRST ammontava a 16,270 miliardi di euro), destinati a sostenere la ricerca, l’innovazione e la competitività dell’Ue. Al programma potranno partecipare le università, le organizzazioni internazionali, gli istituti di ricerca, gli enti pubblici, le Pmi e le grandi società.
Rispetto al precedente, il VII PQ ha due caratteristiche: semplifica notevolmente il funzionamento rispetto al passato, soprattutto la presentazione e gestione dei progetti; sviluppa molto la cooperazione internazionale, al di fuori degli Stati membri, mentre restano le iniziative regionali. Il Programma si articolerà in quattro programmi specifici: Cooperazione, Idee, Persone, Capacità.
La Cooperazione costituirà la parte più rilevante dei finanziamenti (45 miliardi di euro) e vuole promuovere una più stretta collaborazione tra industria e centri di ricerca incrementando i finanziamenti pubblici e favorendo l’ingresso di quelli privati, creando centri di eccellenza europei, incoraggiando la multidisciplinarietà e la massa critica. Sarà articolato su nove tematiche una delle quali riguarda le tecnologie dell’informazione e della comunicazione: l’obiettivo è permettere all’Europa di orientarne l’evoluzione per rispondere ai bisogni della società e dell’economia europea.  Il focus sarà su pilastri tecnologici dell’Ict: integrazione di tecnologie, ricerca su applicazioni, tecnologie future ed emergenti.
Le attività a sostegno della cooperazione vedranno il finanziamento di progetti in collaborazione, reti di eccellenza, azioni di coordinamento e sostegno, iniziative tecnologiche congiunte.
Per quanto riguarda le Idee, il Programma intende sviluppare l’eccellenza delle competenze scientifiche; verrà costituito un Consiglio della ricerca europea (CER) autonomo con l’ambizione di sviluppare la ricerca in tutti i campi scientifici e tecnologici.
L’area dedicata alle Persone punta ad attrarre ricercatori stranieri e a trattenere quelli europei per supportare la competitività della ricerca europea. Lo specifico programma si articola su più azioni: formazione iniziale dei ricercatori per allargare le loro competenze scientifiche e per attirare giovani ricercatori verso la carriera scientifica; formazione permanente e organizzazione della carriera, attraverso borse individuali si intende sostenere l’evoluzione di carriera di ricercatori  sperimentati e verranno previsti  interventi a favore di ricercatori per completare le loro competenze e le loro conoscenze o di acquisirne nuove; partenariati tra imprese e università per appoggiare la cooperazione a lungo termine tra università e imprese, soprattutto Pmi e aumentare la condivisione delle conoscenze dei partenariati di ricerca, reclutando ricercatori sperimentati e distaccando personale tra i due settori; componente internazionale, ossia cercare di attrarre “cervelli” provenienti da paesi non europei e favorire lo scambio di know how con ricercatori non europei.  
L’area relativa alle Capacità intende sviluppare strumenti per migliorare la ricerca sulle infrastrutture, aumentare l’innovazione delle Pmi, sostenere lo sviluppo di cluster regionali orientati alla ricerca, valorizzare il potenziale di ricerca nelle “regioni della convergenza e ultraperiferiche dell’UE”.
Un programma ambizioso, quello dell’Unione, volto a fare della Comunità la società della conoscenza capace di competere alla pari con Usa e paesi orientali, India e Cina fra tutte. Ora sta alle istituzioni e alle imprese dei diversi paesi saper cogliere le opportunità offerte; la differenza tra il successo, e quindi l’accoglimento delle domande di finanziamento, e il rifiuto sta nella capacità di interagire con la Commissione e creare partnership significative a livello internazionale.
La qualità dei progetti deve infatti essere supportata da un network multinazionale credibile e dalla aderenza alle priorità che le istituzioni europee si daranno nei prossimi mesi. (A.S.)



Il diverso tasso di rendimento delle attività di investimento negli Stati Uniti e in Europa spiega il diverso atteggiamento degli investitori privati nelle due diverse aree geografiche.

Elisabetta Bevilacqua e Antonio Santangelo

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