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Robotica industriale e fattore umano, ecco come cambia il lavoro

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Robotica industriale e fattore umano, ecco come cambia il lavoro

19 Set 2016

di Elisabetta Bevilacqua

L’introduzione di robot, associati con tecnologie IoT, macchine intelligenti e realtà aumentata, non si limita ad automatizzare il lavoro umano ma cambia in modo profondo la stessa idea di lavoro, modificando le relazioni fra uomo e macchina. Le conseguenze della robotica industriale su competenze, posti di lavoro e competitività delle diverse aree geografiche possono essere dirompenti. Secondo le analisi che abbiamo preso in considerazione, l‘avanzamento dell’automazione fisica e cognitiva del lavoro comporterà la modifica della maggior parte delle professionalità ma, più che distruggere posti di lavoro, potrebbe riportare a casa alcune attività negli scorsi anni delocalizzate, oltre a migliorare i luoghi
di lavoro e l’impatto ambientale

In tutti i campi, dai veicoli a guida autonoma agli algoritmi intelligenti fino agli analytics predittivi, le macchine sono in grado di realizzare un vasta gamma di attività fino ad oggi tipicamente umane.
In alcuni casi la tecnologia ha già raggiunto o superato le performance umane medie. Per esempio, il sistema di intelligenza artificiale Quill di Narrative Science analizza dati grezzi e genera in pochi secondi report in linguaggio naturale che i lettori non sono in grado di distinguere da quelli scritti da un autore in carne e ossa.

Figura 1 – Aspettative dell’impatto sul lavoro di robot e computer negli Usa – fonte: Pew Research Center

Il sistema che gestisce il magazzino di Amazon è diventato circa 4 volte più rapido grazie al sistema di automazione basato su tecnologie Kiva Robot che pianificano le attività e coordinano i singoli robot per soddisfare gli ordini; mentre Watson di Ibm può suggerire le cure disponibili per specifiche malattie analizzando l’intero corpo della ricerca medica su quello specifico problema. Stiamo andando verso la fine del lavoro con la sostituzione di quello umano con le macchine, secondo un copione spesso proposto dalla fantascienza?

Secondo un’indagine del Pew Research Center (1), due terzi degli americani ritiene che nei prossimi 50 anni il 50% degli attuali lavori sarà svolto dai computer e dai robot, anche se poi l’80% pensa che il suo lavoro ci sarà ancora. Non solo negli Usa è diffuso il timore che la robotica industriale avanzata e le applicazioni di nuova generazione sostituiranno, nei prossimi anni, una gran quantità di posti di lavoro con significative ripercussioni sui lavoratori coinvolti e sulla società nel suo complesso. C’è il rischio che vengano eliminate professionalità intermedie lasciando il mondo del lavoro diviso fra pochi lavoratori smart, capaci di interagire con la tecnologia, e la gran massa di lavoratori relegata ad attività di basso profilo e bassi salari?

Nessuna di queste ipotesi trova però conferma nell’analisi McKinsey (2) che ha, per esempio, scoperto che anche il lavoro svolto dai manager di area finance, dai medici, dai senior executive e, addirittura, dai Ceo, contiene una quantità significativa di attività automatizzabili.

Figura 2 – Andamento del fenomeno della ri-localizzazione negli Usa – fonte: BCG Manufaturing Survey

Le opportunità che le imprese potrebbero sfruttare vanno ben oltre il risparmio di manodopera. La stessa analisi indica che la capacità dell’automazione di trasformare i processi di business in diversi settori porta benefici, come l’incremento dei risultati e della qualità, il miglioramento dell’affidabilità e la possibilità di realizzare compiti a livelli irraggiungibili da lavoratori umani, due o tre volte superiori ai costi.
Tuttavia, secondo la stessa analisi, solo il 5% delle occupazioni può essere completamente automatizzata utilizzando la tecnologia attuale, anche se si può ipotizzare di automatizzare almeno il 30% delle attività per il 60% delle occupazioni. In poche parole l’automazione inciderà sulla maggior parte delle attività lavorative e richiederà una significativa ridefinizione del lavoro e la trasformazione dei processi di business.

Verso la fabbrica sostenibile

Nel settore manifatturiero che siamo abituati a immaginare come l’avanguardia dell’automazione, anche nelle moderne fabbriche altamente automatizzate, le persone sono presenti e continueranno ancora per molto tempo ad esserci.
Il digital manifacturing crea ottime opportunità per generare nuovi modelli di business e aumentare il profitto, garantendo al tempo stesso sostenibilità sociale, posti di lavoro ed esperienze migliori in termini lavorativi e ambientali. Lo sostiene Marcello Pellicciari, del Dipartimento di ingegneria “Enzo Ferrari”, Università di Modena Reggio Emilia (UniMORE) dove si studiano i temi della robotica industriale, di industria 4.0 e gli aspetti digitali connessi, in stretto collegamento con le esigenze dell’industria.

Figura 3 – Variazione dell’indice di costo-competitività nel settore manifatturiero come conseguenza dell’adozione della robotica, rispetto agli Usa – fonte: rielaborazione Bcg di dati Oecd e US Bureau of Labor Statistics

Il Dipartimento supporta le aziende nella valutazione del ritorno degli investimenti nel digital manufacturing e favorisce la sostenibilità dal punto di vista energetico, umano e sociale. “L’Industria 4.0 è sicuramente energivora – spiega Pellicciari – Stiamo collaborando a un progetto europeo per ridurre l’assorbimento energetico degli impianti robotizzati, grazie a una nuova architettura elettrica e alla simulazione dei consumi, resa possibile da linee robotizzate intelligenti, mentre una nuova generazione di robot più semplici prevede di utilizzare nativamente energia da fonti rinnovabili”.

Una componente fondamentale della sostenibilità è la componente umana. “Spesso si progettano macchine estremamente efficienti, ma non si raggiunge la performance attesa perché non si tiene conto della componete umana – sostiene Margherita Peruzzini, responsabile del VipLab (Virtual Prototyping Lab), dello stesso Dipartimento – L’analisi degli aspetti umani è invece fondamentale per garantire il benessere dei lavoratori, per limitare errori e rischi in fase di esecuzione, aumentare la produzione e ridurre i costi”. L’evoluzione verso la fabbrica 4.0 non aumenta la presenza di robot in sostituzione del lavoro umano, ma modifica piuttosto il rapporto umano-macchina, umano-robot che spesso diventa simbiotico. In questi casi diventa particolarmente importante la simulazione delle sequenze di operazioni per progettare in modo ottimale la postazione di lavoro seguendo i dettami dell’ergonomia: non solo gli aspetti posturali, ma anche quelli cognitivi, spesso trascurati nei modelli tradizionali. Grazie alla realtà virtuale, viene creato un ambiente immersivo dove sia manichini sia lavoratori in carne e ossa possono navigare e interagire liberamente con prodotti e sistemi. Se si evidenziano errori nella progettazione si possono correggere in fase iniziale con costi e tempi molto contenuti.

L’automazione favorisce il re-shoring

La fabbrica 4.0 può creare non solo condizioni migliori di lavoro e più rispettose dell’ambiente, ma anche invertire la tendenza all’outsourcing verso mercati con costo del lavoro più basso. L’aumento del costo del lavoro in paesi come la Cina ha messo in discussione i vantaggi di produrre all’estero, se si tiene conto anche della maggior complessità della logistica e dei tempi di spedizione, spingendo le aziende manifatturiere a cercare nuovi modi per ridurre i costi e aumentare la produttività.
L’automazione basata su tecnologie di robotica avanzata, ormai a prezzi contenuti, sta aiutando questo cambiamento consentendo ad aziende di tutte le dimensioni di restare competitive in termini di costi e a mantenere al tempo stesso a casa le attività produttive.

Secondo una survey Boston Consulting Group (3), il 56% dei rispondenti ritiene che la riduzione dei costi di automazione abbia incrementato la competitività dei loro prodotti e il 71% che tecnologie per la manifattura intelligente miglioreranno la convenienza di produzioni localizzate. Circa un quarto dichiara che nei prossimi cinque investirà in queste aree.

Il fenomeno del re-shoring, da tempo avviato negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, comincia ad arrivare anche in Italia, soprattutto nei settori dove il manifatturiero è più competitivo e diffuso come la meccanica, l’abbigliamento, l’arredamento, l’agroindustria e il farmaceutico. Lo documenta un recente studio del Cer (Centro Europa Ricerche), che ha censito 101 casi di ri-localizzazione produttiva, prevalentemente al Nord, in territori di antica e solida industrializzazione, dove il capitale umano, il capitale sociale, le esperienze e l’attitudine alla flessibilità si incontrano con l’innovazione di processo basata sul digital manufacturing e industria 4.0. La robotizzazione è in ogni caso una strada da percorrere visto che ridefinirà il costo del lavoro e la competizione mondiale, secondo quanto indicato dall’analisi Boston Consulting Group (4) (figura 3).

(1) L’indagine è stata condotta a metà 2015 negli Usa su un campione di 2000 adulti (Torna su)
(2) Four Fundamentals of Workplace Automation, McKinsey&Company, novembre 2015 (Torna su)
(3) Survey realizzata negli Usa su 252 executive del settore manifatturiero (Torna su)
(4) The robotics revolution, Bcg, settembre 2015

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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