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L’AI come leva di crescita (non solo di efficienza)



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L’intelligenza artificiale è destinata a incidere direttamente sui ricavi, con una spinta verso modelli personalizzati, cambiamenti nelle competenze e ruoli di leadership ridefiniti. I risultati di uno studio dell’Institute for Business Value di IBM

Pubblicato il 30 gen 2026



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«L’AI non solo sosterrà le aziende, le definirà». Così dichiara Mohamad Ali, Senior Vice President di IBM Consulting, nel commentare i risultati di una nuova ricerca dell’Institute for Business Value di IBM. Lo studio, basato sulle risposte di oltre 2.000 dirigenti a livello globale, di cui 72 in Italia, fotografa un passaggio importante: l’intelligenza artificiale è destinata a incidere direttamente sulla crescita dei ricavi (anche se molte organizzazioni non hanno ancora chiaro in che modo questo avverrà).

Entro il 2030, il 79% dei dirigenti intervistati a livello globale – otto su dieci in Italia – prevede che l’AI contribuirà in modo significativo ai ricavi aziendali. Oggi la percentuale si ferma al 47% (40% a livello globale). Il dato più rilevante, però, riguarda il disallineamento tra ambizioni e capacità di execution: solo un quarto del campione dichiara di avere una visione chiara delle fonti di ricavo abilitate dall’AI nei prossimi anni.

Oltre l’efficienza: l’AI come leva di innovazione

L’analisi dell’IBM Institute for Business Value evidenzia come la fase iniziale, centrata prevalentemente sull’efficienza operativa, sia destinata a esaurirsi. Attualmente il 47% della spesa in AI è orientato all’ottimizzazione dei processi; entro il 2030, secondo le previsioni, il 62% degli investimenti sarà invece dedicato all’innovazione di prodotti, servizi e modelli di business.

In Italia questa visione appare ancora più marcata: il 76% dei leader intervistati ritiene che il vantaggio competitivo deriverà soprattutto dalla capacità di innovare, non dall’ottimizzazione delle risorse. In parallelo, il 70% dei dirigenti prevede di reinvestire i guadagni di produttività generati dall’AI in iniziative di crescita, alimentando un circolo che lega automazione, innovazione e sviluppo del business.

AI su misura: il valore della differenziazione

L’adozione dell’AI, da sola, non garantisce un vantaggio competitivo duraturo. Secondo l’analisi dell’IBM Institute for Business Value, il fattore distintivo sarà la capacità di costruire soluzioni personalizzate, combinando modelli diversi e integrandoli con dati proprietari e processi specifici dell’organizzazione.

Non a caso, l’82% dei dirigenti intervistati prevede che le architetture di AI saranno multi-modello entro il 2030. I piccoli modelli linguistici (SLM), più leggeri e specializzati, sono destinati ad affiancare (e in alcuni casi superare) i grandi modelli generalisti. Il 65% dei leader italiani ritiene che gli SLM avranno un ruolo predominante, anche per ragioni di efficienza, controllo e adattabilità ai contesti operativi.

Le organizzazioni che già oggi pianificano un uso esteso di modelli personalizzati stimano benefici concreti: incrementi di produttività superiori del 24% e margini operativi più elevati del 55% rispetto a chi si affida prevalentemente a modelli pre-addestrati standard.

L’AI come supporto al pensiero, non come sostituto

La ricerca mette in evidenza un altro aspetto chiave: l’AI non è destinata a sostituire il pensiero umano, ma a ridefinire il modo in cui persone e sistemi collaborano. Entro il 2030, il 67% dei dirigenti si aspetta che i ruoli lavorativi abbiano cicli di vita più brevi. E il 57% (51% in Italia) si aspetta che la maggior parte delle competenze attuali diventeranno obsolete. Contano sempre meno le abilità tecniche puntuali e sempre di più le capacità trasversali.

«Le attitudini che trascendono qualsiasi lavoro rimarranno molto importanti, come la capacità di prendere decisioni, di giudizio, una mente strategica, la capacità di collaborare, l’intuizione, la chiarezza di pensiero. Queste abilità diventeranno ancora più necessarie in un mondo dove si può delegare gran parte del lavoro a basso valore aggiunto a un agente», osserva Aaron Levie, CEO di Box.

Il 67% degli intervistati ritiene inoltre che l’AI contribuirà a rimuovere i vincoli legati a risorse e competenze che oggi limitano le organizzazioni, liberando tempo ed energie per attività a maggiore valore.

Le scommesse tecnologiche che fanno la differenza

Guardando al futuro, il vantaggio competitivo dipenderà dalla capacità di fare scelte tecnologiche consapevoli. Il 57% dei dirigenti afferma che la sofisticazione dei modelli di AI sarà determinante per distinguersi sul mercato, ma solo il 28% dichiara di sapere con precisione quali modelli saranno necessari entro il 2030. Questo scarto evidenzia l’incertezza che accompagna le decisioni strategiche sull’AI.

Accanto all’AI, emerge anche il tema del quantum computing. Il 59% degli intervistati ritiene che l’AI abilitata dal calcolo quantistico trasformerà il proprio settore entro il 2030, ma solo il 27% prevede un utilizzo concreto di queste tecnologie nello stesso orizzonte temporale. Una distanza che, secondo gli analisti, apre spazi significativi per chi inizierà a investire per tempo.

Leadership e competenze nell’era AI-first

L’adozione diffusa dell’AI avrà effetti diretti anche sulla governance. Entro il 2030, i dirigenti prevedono che un quarto dei consigli di amministrazione potrà contare su un consulente o co-decisore per l’AI. Il 74% afferma che l’intelligenza artificiale ridefinirà i ruoli di leadership e due terzi si aspettano la nascita di nuove posizioni manageriali dedicate.

E la “mentalità” diventa un elemento discriminante. Il 67% dei leader concorda sul fatto che, nel prossimo decennio, l’approccio al cambiamento conterà più delle competenze tecniche specifiche. Man mano che le competenze tecniche diventano meno importanti, il pensiero critico diventerà determinante per individuare nuove aree di ottimizzazione o di crescita.

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