La ricerca

Adozione dell’AI: cosa pensano i CIO (e l’Italia è in prima fila)



Indirizzo copiato

L’AI entra nel cuore delle decisioni strategiche aziendali: quasi il 60% delle organizzazioni EMEA sopra i 1.000 dipendenti è in fase avanzata di adozione. E l’Italia è fra i paesi più virtuosi. Resta il nodo della governance e del rischio della shadow AI. Cosa emerge dal CIO Playbook 2026 di Lenovo 

Pubblicato il 2 feb 2026



adozione AI

L’AI entra nel cuore delle decisioni strategiche e si afferma come motore di performance aziendale. Non più tecnologia “a margine” dell’IT, ma leva strutturale di crescita.

È quanto emerge dal CIO Playbook 2026 realizzato da Lenovo insieme a IDC e presentato nel corso di un media briefing.

Il report, basato su un’indagine condotta su 800 decision maker IT e business di aziende sopra i 1.000 dipendenti in Europa e Medio Oriente, coinvolge i principali settori con un focus su infrastrutture ibride, aI devices e agentic AI. Di fatto, fotografa un cambiamento nelle priorità dei CIO misurando non solo il livello di adozione dell’AI, ma soprattutto evidenziando tensioni organizzative e strategiche di questa epocale trasformazione.

Dalla sperimentazione alla produzione

«L’AI non è più sperimentazione: è parte integrante del business», ha subito sottolineato Alberto Spinelli, CMO EMEA di Lenovo. Un cambio di prospettiva che Ewa Zborowska, Research Director AI per l’Europa di IDC, ha descritto con chiarezza.

In passato molte aziende hanno affrontato l’AI come un terreno di prova. Oggi, l’adozione è guidata da obiettivi concreti: comprendere come possa generare crescita reale, trasformare processi, modelli operativi e capacità competitive.

Questo cambiamento non è solo culturale, ma anche misurabile. Se fino a pochi anni fa solo una minima parte dei progetti arrivava in produzione, oggi, quasi la metà dei proof-of-concept viene trasformata in soluzioni operative, capaci di generare valore tangibile per le imprese. Un’evoluzione che porta con sé nuove aspettative, ma anche nuove responsabilità.

Il modello hybrid è la scelta preferita

Uno dei temi centrali emersi dall’indagine è il ripensamento dell’architettura. La gestione di rischio, prestazioni e costi, unita a requisiti sempre più stringenti di compliance e sovranità del dato, rende evidente il limite di approcci rigidi e monolitici.

Secondo il report, il modello hybrid che combina cloud pubblico, cloud privato, on-premises ed edge, è ormai la scelta preferita per la maggior parte dei carichi di lavoro AI.

Non si tratta di un compromesso, ma di una decisione strategica. Come ha sintetizzato Mauro Arruda, Director AI Solutions & Services EMEA di Lenovo, l’AI crea valore solo quando può essere eseguita «nel posto giusto, con il giusto livello di controllo».

Oltre il 60% delle imprese oggetto di indagine utilizza già deployment ibridi, perché consentono di portare l’intelligenza dove risiedono dati e processi, migliorando performance, affidabilità e sostenibilità economica. Un approccio che richiede infrastrutture unificate e scalabili, capaci di adattarsi nel tempo e di supportare un miglioramento continuo.

L’AI esce dall’IT (ma non può farlo senza regole)

Con l’aumento della maturità, l’AI smette di essere un’esclusiva dell’IT. Sempre più spesso i casi d’uso nascono direttamente nelle unità di business con budget condivisi e responsabilità distribuite. Una democratizzazione che accelera l’innovazione, ma che introduce nuove complessità.

«Quando l’AI si diffonde nell’organizzazione senza un disegno comune, il rischio non è l’innovazione, ma la perdita di controllo», ha sottolineato Ewa Zborowska.

La ricerca evidenzia infatti un gap critico: se da un lato oltre la metà delle organizzazioni (57%) in Europa e Medio Oriente è in fase avanzata di adozione, dall’altro solo il 27% dispone di un framework completo di governance.

I principali ostacoli restano noti: qualità dei dati, carenza di competenze, integrazione nei processi esistenti, sicurezza e compliance.

Gestione del rischio e shadow AI

Su un punto c’è unanimità: fiducia e governance non sono negoziabili. Sicurezza, protezione della proprietà intellettuale, gestione del rischio e contrasto allo shadow AI sono diventati temi centrali nell’agenda di CIO e CISO. La governance, è stato più volte sottolineato, non serve a rallentare l’innovazione, ma a renderla sostenibile nel tempo.

Questo è particolarmente vero per l’agentic AI, uno dei trend tecnologici più promettenti e al tempo stesso, più delicati. Gli agenti intelligenti promettono di automatizzare interi processi ma richiedono confini chiari, supervisione umana e governance by design.

Solo il 16% delle aziende utilizza l’agentic AI in modo significativo, ma il 65% prevede di ampliarne l’utilizzo entro i prossimi 12 mesi.

L’Italia tra i mercati più maturi in Europa

Secondo il CIO Playbook 2026, il 74% delle aziende italiane si trova in una fase matura del percorso di adozione dell’AI. Un dato superiore alla media EMEA che vede tra i mercati più avanzati oltre l’Italia, i Paesi Nordici e il Regno Unito mentre parti dell’Europa meridionale e orientale si trovano ancora nelle fasi iniziali di sviluppo.

In cima all’agenda dei CIO italiani c’è l’obiettivo di innovare e reinventare il business attraverso l’AI, seguito dal miglioramento dell’esperienza cliente, dall’aumento di ricavi e marginalità e dalla spinta alla digital innovation.

La fiducia nel valore dell’AI è alta: il 94% delle aziende italiane si aspetta un ritorno positivo dagli investimenti mentre il 90% prevede di aumentare il budget AI nel 2026.

Sul piano infrastrutturale, controllo e compliance spingono verso hybrid e on-premises, mentre il public cloud viene adottato in modo selettivo per i carichi che richiedono maggiore elasticità. In questo contesto, oltre una azienda su quattro punta su dispositivi AI-ready per portare l’elaborazione vicino ai dati.

Solo una parte delle organizzazioni dispone di framework completi di AI governance, mentre molte sono ancora in fase di sviluppo o adottano approcci parziali e non formalizzati.

Inoltre, solo il 23% delle aziende prevede di focalizzarsi sugli agenti AI nel corso dell’anno, concentrandosi su ambiti come cybersecurity, marketing e quality control.

Il CIO come orchestratore AI

Tirando le somme, dall’analisi condotta da Lenovo insieme a IDC, appare evidente che il CIO non è più soltanto il garante dell’infrastruttura tecnologica, ma una figura chiamata a orchestrare l’AI lungo tutta l’organizzazione, tradurre le priorità di business in casi d’uso concreti, assicurare sicurezza e governance e dimostrare il valore generato. È questa, nei fatti, la nuova “job description” del ruolo del CIO.

guest
0 Commenti
Più recenti Più votati
Inline Feedback
Vedi tutti i commenti

Articoli correlati