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Un It aziendale “contagiato” dall’open source

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Un It aziendale “contagiato” dall’open source

25 Mag 2015

di Riccardo Cervelli

I nuovi paradigmi come mobility, cloud e big data richiedono applicazioni e architetture concepite in modo più flessibile, aperto ed eterogeneo. Per realizzarle servono modelli organizzativi più inclusivi, agili e collaborativi con il mondo esterno, simili a quelli delle community open source

Le applicazioni orientate a cogliere le opportunità del digital business (dalle app per il mobile a quelle per la social collaboration ecc.) prevedono a monte organizzazioni Add (Application development and delivery) che adottino approcci collaborativi e tecnologici simili a quelli che si ritrovano nelle community open source. E questo indipendentemente dal fatto che le tecnologie utilizzate siano di tipo commerciale o a sorgente libero. Un sostegno a questa tesi arriva dalla società di analisi Forrester che, nel report Adopt Open Source Software To Improve Development Effectiveness, evidenzia anche come l’Oss (Open source software) stia acquisendo una quota sempre maggiore nel parco dei tool e delle tecnologie utilizzate dalle aziende, il che rende inevitabile che chi si occupa di sviluppo e di delivery finisca prima o poi per confrontarsi con queste tecnologie e il modus operandi che vi sta intorno.

Né Forrester né altri osservatori ritengono, comunque, che i software commerciali, a sorgente chiuso e venduti su licenza, siano destinati a tramontare: per tutti i vendor (anche quelli che tradizionalmente non gravitano intoorno al mondo open source) e per gli utenti si aprono invece nuove opportunità di scelta e di innovazione grazie all’integrazione dei due mondi. Ne è una dimostrazione la presenza crescente di fornitori e investitori storici di software proprietari a progetti di tipo Oss. Progetti ai quali, e qui sta secondo noi una parte del bello, continuano a collaborare anche singoli sviluppatori autonomi o impiegati in aziende vendor o utenti. Si delinea così uno scenario caratterizzato dall’abbattimento di silos tra differenti professionalità e dall’utilizzo dei social media per la richiesta e lo scambio di informazioni e suggerimenti. È grazie a questo modello collaborativo che gli Oss di qualsiasi natura, dalle applicazioni per i Soe (system of engagement), i Sor (system of record) e i Soo (System of operation) a quelle per la gestione delle infrastrutture, vengono più rapidamente testati, “debuggati” e innovati.

FIGURA 1 – Principali ambiti di adozione di soluzioni open source – Fonte: Forrester’s Business Technographics Global Developer Survey, 2014

Dal modello collaborativo alle caratteristiche tecnologiche

Le logiche del mondo open source si dimostrano efficaci per l’Add richiesto dal nuovo contesto Ict sempre più dinamico, mobile e cloud-based, sia perché abbattono i silos tra gli stakeholder dei progetti (sviluppatori, business owner e responsabili del quality assurance e delle infrastrutture e operazioni) sia perché promuovono architetture in cui le applicazioni sono integrate in modo lasco (loosely coupled) e in cui la dipendenza fra le componenti è ridotta al minimo o inesistente, con il risultato di aumentare la libertà di scelta da parte degli sviluppatori, integratori e utenti finali. Per la società di analisi, si sta imponendo un marketplace globale sempre più ampio di software dotato di Api (Application programmi interface), che permette di interfacciare liberamente applicazioni e servizi, sia commerciali, sia open source, vuoi on-premise, vuoi in-the-cloud. Il risultato è un sempre minore vendor lock-in. In questo scenario, secondo Forrester, il dilemma build-or-buy si trasforma in una molteplicità di opportunità di build-and-buy. Per esempio, un’azienda potrebbe decidere di sviluppare internamente solo quei componenti che permettono di realizzare un processo di business differenziante rispetto alla concorrenza, e acquisire sul mercato le altre tecnologie, commerciali o open source, che rappresentano delle commodity. La società di analisi cita l’esempio dei “carrelli della spesa” per i siti di eCommerce: fino a qualche anno fa ogni azienda sviluppava l’applicazione internamente, oggi può tranquillamente trovarne a disposizione sul web per ogni esigenza e budget.

Da una lettura degli studi Forrester emerge come sia errato oggi adottare un atteggiamento manicheo pro o contro l’open source o le soluzioni commerciali. Quello che conta è elaborare strategie e pianificazioni che permettano di evidenziare quando è meglio un’alternativa o l’altra. D’altro canto, l’annoso problema dello skill shortage nell’uso delle tecnologie open source diventa sempre più trascurabile a mano a mano che avviene un cambiamento generazionale all’interno dei development shop e delle direzioni di infrastructure and operation. L’emergere dei paradigmi cloud, mobile e dei big data obbligano gli addetti It delle aziende ad attrezzarsi a utilizzare linguaggi, framework e tool eterogenei e in continua evoluzione. Grazie alle community e ai social media, al cui uso i digital native sono già abituati fin dai banchi delle scuole elementari, se un professional It (o addirittura un end user) non riesce a risolvere subito un problema, potrà sempre trovare qualcuno in grado di fornirgli la risposta o indirizzarlo in modo corretto. Questa ampia disponibilità di competenze all’interno delle community, avverte però Forrester, non deve rappresentare un alibi per non assumere un buon numero di risorse formate sulle nuove tecnologie, per poter essere pronti ad affrontare con rapidità le esigenze impreviste e garantire un migliore time-to-market. Un altro consiglio degli analisti americani è spingere tutti i propri sviluppatori a partecipare alla vita delle community open source affinché individuino o apprendano le innovazioni che possono rendere più agili e competitive le applicazioni aziendali.

Questioni di opportunità

La motivazione che porta le aziende utenti e i fornitori It ad abbracciare le tecnologie a sorgente aperto è il potenziale di innovazione e non solo la convenienza, che è e resterà uno dei plus degli Oss. La somma di convenienza e innovazione è probabilmente ciò che ha condotto molte aziende ad adottare già da tempo i software a sorgente aperto: il 41% delle imprese nell’ambito dei data base relazionali, come sistemi operativi il 38%, come web server il 37%, come Ide (Integrated development environment) il 34% e application server il 25% (figura 1). Del resto, la commistione tra software commerciali e a sorgente libero, ormai, è più o meno indirettamente spinta dagli stessi vendor di applicazioni e tecnologie proprietarie come Oracle, Ibm e la stessa Microsoft. Come fa notare Forrester, molto spesso dentro soluzioni commerciali ci sono molte componenti open source.

È questa considerazione un altro tema sul quale Forrester pone l’attenzione. Così come le esperienze di questi vendor hanno dimostrato in passato, con numerose cause legate alle violazione di brevetti avvenute in seguito all’incorporazione di software ritenuti erroneamente utilizzabili liberamente all’interno delle proprie soluzioni, esistono rischi derivanti dall’uso di componenti open source da parte degli sviluppatori aziendali. Forrester consiglia quindi di prestare molta attenzione nella classificazione dei software e del loro utilizzo. Particolari precauzioni vanno adottate, per esempio, nell’utilizzo di Oss con “licenze virali”, le quali impongono che un’applicazione che include una componente rilasciata con una licenza di questo tipo debba esporre il codice sorgente della parte non originariamente open source del programma nel momento in cui il programma venga distribuito. Per questi motivi, nel modello organizzativo, quindi, è consigliabile la presenza anche di esperti legali.

Riccardo Cervelli
Giornalista

57 anni, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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