La scommessa della dual strategy | ZeroUno

La scommessa della dual strategy

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La scommessa della dual strategy

Le aziende sono più disposte che in passato a introdurre una seconda piattaforma di virtualization. La nuova release della soluzione Red Hat fa leva sulle performance, la scalabilità e i costi competitivi dell’open source per cercare un posto a fianco di Vmware nei sistemi mission-critical.

27 Mar 2012

di Riccardo Cervelli

Si pronuncia “dual strategy” e si traduce in fine di un monopolio. Il mercato a cui ci riferiamo è quello delle tecnologie per la virtualizzazione server e desktop, dove in questo momento a farla da padrone quasi assoluto è Vmware. “Secondo una ricerca Idc condotta a livello mondiale presso 78 Cio di realtà enterprise – esordisce Gianni Anguilletti, country manager di Red Hat Italy – il 45% ha già adottato una strategia di dual strategy, cioè utilizza tecnologie di due fornitori, mentre il 27% l’ha pianificata. Red Hat si posiziona come il secondo vendor preferenziale”.

È in questo contesto che la società del cappello rosso ha annunciato la disponibilità su scala globale della versione 3.0 della sua piattaforma Red Hat Enterprise Virtualization (Rhev). Si tratta di una nuova major release che dovrebbe dare un ulteriore impulso alla penetrazione nei sistemi It mission-critical dell’hypervisor Kvm, la soluzione di virtualizzazione open source basata su Linux per sistemi x86 su cui è costruito Red Hat Enterprise Virtualization 3.0. E, nel caso di Rhev 3.0, quando parliamo di sistema operativo del pinguino, ci riferiamo alla distribuzione Red Hat Enterprise Linux, giunta alla versione 6.2.
Più che puntare – almeno ufficialmente – a sostituire Vmware come piattaforma di virtualization nei data center di dimensioni enterprise, Red Hat scommette in una nuova disposizione dei Cio a non affidarsi unicamente a un unico fornitore. “Un sondaggio interno condotto sui nostri clienti in Nord America – aggiunge Anguilletti – ci ha consentito di appurare che solo il 16% utilizza esclusivamente Rhev come ambiente di virtualizzazione, mentre l’84% lo ha implementato in abbinata a Vmware”. A spingere i responsabili It a sposare Red Hat Enterprise Virtualization 3.0, l’hypervisor Kvm e Red Hat Enterprise Linux 6.2 sono, secondo il country manager, diversi fattori. In primis i costi, l’innovazione continua e le prestazioni. “Le tecnologie open source – sottolinea Anguilletti – beneficiano del contributo di centinaia di migliaia di sviluppatori che non sono condizionati da interessi commerciali e hanno scelto, per codice deontologico, che il frutto del loro lavoro possa essere condiviso e modificato da altri”. Scopo di un’azienda come Red Hat è quello di selezionare il meglio che l’open source esprime in un determinato momento, testarlo, certificarlo e “pacchettizzarlo” in un prodotto che sarà supportato per un certo numero di anni, garantendo così ai clienti stabilità e salvaguardia dell’investimento. I costi di una piattaforma open sono notoriamente inferiori a quelli dei prodotti commerciali. “Il nostro hypervisor – precisa Anguilletti – avrà l’80% delle funzionalità di vSphere di Vmware, ma quel 20% che a noi manca giustifica magari l’80% in più dei costi?”. Infine, le prestazioni. Per esempio, secondo Red Hat, “Rhev 3.0 ha ottenuto i migliori risultati di performance e scalabilità (in termini di densità di Vm e host per cluster) su schede Cpu 2-socket, 4-socket e 8-socket, a costi da un terzo a un quinto di quelli di altre piattaforme proprietarie leader di mercato”.

Riccardo Cervelli

Giornalista

Nato nel 1960, giornalista freelance divulgatore tecnico-scientifico, nell’ambito dell’Ict tratta soprattutto di temi legati alle infrastrutture (server, storage, networking), ai sistemi operativi commerciali e open source, alla cybersecurity e alla Unified Communications and Collaboration e all’Internet of Things.

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