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TRACCIABILITA’: NON SI APRE ANCORA LA PORTA PER L’IT

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TRACCIABILITA’: NON SI APRE ANCORA LA PORTA PER L’IT

02 Dic 2004

di Elisabetta Bevilacqua

Da gennaio 2005 l’Ue imporrà la rintracciabilità degli alimentari, e le aziende del settore si dovranno dotare di soluzioni adeguate. Potrebbe essere l’occasione per adottare o rinnovare le tecnologie; ma poche imprese sembrano porsi seriamente il problema. L’opinione di alcuni consulenti e fornitori di soluzioni per il ‘food’ 
 

I fornitori di soluzioni It si aspettavano che il 2004 sarebbe stato l’anno in cui le aziende alimentari avrebbero intrapreso i progetti per l’adeguamento alla normativa europea sulla rintracciabilità, ma così non è stato. Fra le cause, alcuni ritardi nella definizione dei regolamenti specifici da parte del ministero competente, l’attesa di un auspicato rinvio dell’applicazione effettiva, la difficoltà di percepirne vantaggi competitivi e la necessità, in un momento difficile, di concentrarsi sul contenimento dei costi. Infine, il fatto che le aziende si sentano sotto assedio da parte di un’offerta ampia, spesso indifferenziata e talvolta troppo aggressiva, non migliora certo la situazione.
Cerchiamo dunque, con l’aiuto di alcuni consulenti e fornitori, di fare chiarezza, definendo meglio la problematica e il posizionamento dei diversi attori.
Molti sono i punti che le persone da noi intervistate condividono. Il primo è che le ragioni della scelta di soluzioni avanzate di tipo informatico da parte delle imprese non deriva direttamente dalle necessità imposte dalla normativa, ma soprattutto dalle richieste del mercato e dei partner commerciali.
Maggiormente sensibili ai regolamenti sembrano essere consorzi (spesso legati alle norme relative alla denominazione d’origine), pronti a cogliere l’opportunità per migliorare la percezione del marchio sul mercato. Meno sollecite sembrano invece le singole imprese, specie quelle che avendo già adottato sistemi di tracciabilità, spesso su sollecitazione della grande distribuzione, preferiscono limitarsi a semplici adeguamenti. Diverso l’atteggiamento di quelle medie imprese che, dovendo spesso partire da zero sul tema della tracciabilità, potrebbero scegliere, anziché sistemi di documentazione cartacea, d’investire in sistemi informatizzati che possano offrire un vantaggio competitivo futuro.
Una storia a parte è infine quella delle piccole imprese, molte delle quali, facendo parte dell’indotto, saranno certamente investite dal problema, ma sono ancora scarsamente consapevoli degli obblighi di legge. Si adegua prima chi ha già progetti per qualità e certificazione in atto.
“La mia percezione deriva da una sorta di indagine svolta presso una trentina di nostri clienti storici, che appartengono ai diversi segmenti del settore alimentare”, premette Maurizio Cardillo, manager Industry Consumer Goods di Formula. “Le aziende di alcuni segmenti, in particolare quelle del mondo della lavorazione delle carni, del latte, dei vegetali, hanno manifestato maggior interesse, muovendosi prima e meglio. Hanno infatti considerato la normativa europea un’occasione da non perdere per completare i progetti di certificazione e qualificazione in atto da tempo in azienda”. Alla base di questo atteggiamento Cardillo pone come motivazioni l’esigenza di differenziarsi dalla concorrenza a livello marketing e commerciale o la necessità di accreditarsi in alcuni mercati. “Dalla nostra indagine risulta che metà delle aziende ha già intrapreso azioni di adeguamento con l’adozione di specifici software, mentre le altre prevedono o l’adattamento delle soluzioni presenti in azienda o l’adozione di soluzioni manuali”, aggiunge Cardillo.
Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto? Sembra propendere per la seconda ipotesi Beppe Sforza, responsabile nel settore Distribution di Ibm del Consumer Product & Retail, che rileva come il mercato stia percependo la normativa come l’ennesima imposizione.
Una certa attenzione si riscontrerebbe però da parte delle imprese medio piccole, che non hanno ancora soluzioni del genere né possono contare sul potere contrattuale che hanno le imprese maggiori verso la grande distribuzione. Fra queste ultime prevale invece un atteggiamento di attesa, sia per vedere cosa faranno i concorrenti sia con la speranza che possa esserci uno spostamento dell’applicazione della normativa.
Massimo Bonacci, partner consumer business di Deloitte, concorda con questa visione, ma precisa: “Secondo la mia percezione la spinta maggiore per l’adeguamento viene dalla medie imprese di trasformazione e di produzione che sviluppano internamente i processi (a loro volta sotto pressione da parte della distribuzione), o dai consorzi di produzione che vedono la normativa come un’occasione per valorizzare le tipicità. Ma non c’è un reale interesse a investire solo per adeguarsi alla normativa”.
“A fronte di un crescente interesse da parte delle aziende dell’agro-alimentare verso i problemi della tracciabilità, le richieste che ci arrivano da parte delle imprese rivelano una volontà di adeguamento limitata al soddisfacimento dei requisiti minimi di legge”, conferma Luca Ziveri, Distribution & Logistics Area Manager di Sinfo Pragma. “La tendenza che osserviamo, almeno in questa fase iniziale, è quindi quella di adottare soluzioni non del tutto strutturate (e a volte non basate sul supporto di sistemi informativi) nell’ambito della tracciabilità ‘interna’, riservando buona parte degli investimenti per i processi che riguardano la tracciabilità a valle, cioè picking e allestimento dei carichi, spesso sulla spinta di clienti importanti come la grande distribuzione”.
In che tempi, in che misura e su quali standard si adegueranno produttori e distributori è tutt’ora un’incognita, secondo Giulio Folgarait, Business Consultant di Sap Italia, che ne individua la causa nella frammentazione della realtà nazionale, che lascia presumere che non tutti gli attori siano ancora in grado di gestire ogni informazione necessaria a coprire il processo di tracciabilità all’interno della filiera.

MAURIZIO CARDILLO
Manager Industry Consumer Goods di Formula

BEPPE SFORZA
Responsabile nel settore Distribution di IBM del consumer product & Retail

MASSIMO BONACCI
Partner consumer business di Deloitte

LUCA ZIVERI
Distribution & Logistics Area Manager di Sinfopragma

APPROCCIO MINIMALE: PERCHÉ?
Per Ziveri i fattori che inducono le aziende italiane ad un approccio “minimale” sono essenzialmente due: il momento di difficoltà economica generale del mercato, che limita gli investimenti, ed una difficoltà, che talvolta maschera però riluttanza, a rivedere in modo sistematico i propri processi interni alla luce dei nuovi vincoli imposti dalla legge.
“I principali ostacoli per un avvio di massa degli adeguamenti sono il permanere di una certa ambiguità della normativa attuativa, gli standard di comunicazione non condivisi, un modello di riferimento di filiera non comune in Italia”; questa è l’interpretazione di Francesco Cantatore, Solution Consultant di PeopleSoft, che porta l’esempio di due zone confinanti con approcci opposti. Mentre nelle Marche gli standard di filiera a cui le imprese devono adeguarsi sono definiti dalla Regione, l’Emilia-Romagna, pur predisponendo i finanziamenti dei progetti, lascia la scelta alle singole aziende.
“Ma nonostante la Regione Emilia-Romagna abbia già accordato il finanziamento a 130 progetti, ancora pochi sono quelli già avviati, in particolare a livello di filiera. E quei pochi partono soprattutto per iniziativa di consorzi, che associano aziende e cooperative, e che in quanto tali controllano la filiera, – ricorda Loris Cristofori responsabile marketing di Altavia – mentre non abbiamo avuto la percezione che facciano altrettanto le grandi aziende capofiliera e quelle della distribuzione”.
Insomma: le società, anche se incluse nella graduatoria dei finanziamenti, preferiscono vedere prima cosa fanno i concorrenti e sperano in un rinvio dell’applicazione della legge, cosa che sembra oggi assai difficile: “Eventualmente ci sarà uno slittamento di qualche mese dei controlli. Le aziende maggiori, che già hanno qualche tipo di tracciabilità (per lo più cartacea) ritengono sia sufficiente qualche adattamento; ma è difficile che se verranno adottati i parametri per cui spingono alcuni paesi del Nord Europa, le aziende medio-grandi potranno rispettarli senza il ricorso a procedure informatizzate”, commenta Cristofori, che indica come ulteriore causa dei ritardi la difficoltà di identificare un’unica figura che nelle aziende si faccia carico del problema dal punto di vista della competenza della qualità, della logistica e dell’informatica. I soggetti responsabili dell’applicazione non sono probabilmente ancora sensibilizzati e non si sono ancora posti il problema di individuare un interlocutore unico.
Ci sono ritardi e scarsa informazione anche per Stefano Benzi, direttore divisione consulenze aziendali e sviluppo progetti di Passepartout, secondo il quale, mentre le medie imprese subiscono le pressioni della distribuzione, le imprese dell’indotto, generalmente piccole, non si sentono ancora coinvolte, ma sono quelle che avranno probabilmente i problemi maggiori. “Molte non hanno compreso che la legge dovrà essere applicata effettivamente dal gennaio 2005 e c’è tempo al massimo fino a giugno per mettere in regola le merci già in magazzino”, sottolinea Benzi, che tuttavia offre una nota positiva, informandoci che alcune imprese cominciano a percepire l’adeguamento alla normativa anche come vantaggio per valorizzare i propri prodotti.

CONOSCERE PER POTER DECIDERE
Abbiamo visto che i principali attori, per l’avvio di progetti di filiera sono i consorzi e che, in alcuni casi, l’impulso viene dalle aziende di trasformazione (tipicamente medio-grandi), ultimo anello della catena di trasformazione, come sottolinea Cardillo evidenziando che nonostante i tempi ormai ristretti c’è ancora molto spazio per svolgere attività e iniziative di comunicazione. E in questa direzione un ruolo importante può essere svolto proprio dai fornitori, sia con attività di informazione sia trovando il giusto approccio al problema. Ad esempio, Passepartout realizza tour, organizzati insieme ai partner locali, in molte città italiane per presentare la tematica della tracciabilità e la soluzione dell’azienda.
Ma i fornitori dovrebbero innanzitutto, secondo Sforza, focalizzare molto bene la tematica, evitando di dare troppa importanza all’aspetto informatico, che va tenuto in secondo piano rispetto a quello logistico, ed evidenziare come pratiche automatizzate, già in atto da anni in altri settori, possano portare beneficio alla movimentazione e semplificare il recall di un lotto difettoso.
“Nell’affrontare il tema della tracciabilità – dice Ziveri – cerchiamo di evidenziare con i clienti il fatto che gli inevitabili costi aggiuntivi dovuti ad una maggiore precisione e sistematicità nella raccolta di dati comunque già gestiti, portano con sé il valore aggiunto di un grande incremento nel controllo dei processi interni produttivi e logistici”. L’aumento del costo operativo può quindi essere letto come un’opportunità nel miglioramento dei propri processi, che si tradurrà successivamente in un incremento di competitività dovuta al miglioramento della qualità dei prodotti e dei tempi di risposta al mercato, e in generale a un rafforzamento della propria immagine verso il consumatore.
“A differenza di qualche mese fa, quando non c’era ancora chiarezza sulla normativa, c’è molto interesse da parte delle imprese sul tema della tracciabilità”, nota Cantatore. “Sarebbe però necessario chiarire ulteriormente a cosa va incontro l’azienda che non si adegua alla normativa, in una fase come l’attuale in cui gli investimenti vengono fatti solo a fronte di benefici tangibili”.
“Per quello che oggi vediamo – sottolinea Bonacci – le aziende non stanno investendo nella tracciabilità perché questa non porta valore aggiunto in termini di riduzione costi. Dunque, la spinta all’adeguamento ci sarà quando sarà ben chiaro che la normativa lo impone, tranne che per le aziende che per propria scelta vogliono essere all’avanguardia e sono capaci di usare l’investimento It come leva di marketing”.
Tutti infine lamentano, sul versante fornitori, ma anche su quello imprese clienti, la mancanza di standard condivisi fra i diversi attori (produttori, operatori logistici, retailer). Resta però aperta la domanda su chi potrebbe promuovere l’adozione di standard condivisi e non imposti, come ora, dalla distribuzione. Oggi invece, come sottolinea Cantatore, molte aziende hanno già adottato sistemi di tracciabilità e certificazione “volontaria”, che volontaria non è, bensì imposta dalla grande distribuzione, soprattutto a livello internazionale. “Wall Mart chiede per esempio lo standard Brc e ha imposto ai suoi 100 fornitori più importanti di applicare tag Rfid ai pallet. Altro esempio è lo standard Ifs (International Food Standard), richiesto da Auchan, Carrefour, Lidl, Metro ed altre, a cui obbligatoriamente devono aderire le aziende fornitrici”.

FRANCESCO CANTATORE
Solution Consultant di PeopleSoft

LORIS CRISTOFORI
Responsabile marketing di Altavia

STEFANO BENZI
Direttore divisione consulenze aziendali e sviluppo progetti di Passepartout

GIULIO FOLGARAIT
Business Consultant di Sap italia

L’APPROCCIO DEI FORNITORI
Il modo con cui i fornitori affrontano il problema si differenzia ovviamente sulla base del posizionamento della loro offerta. Per Ibm, la cui offerta comprende tutti gli aspetti (dalla consulenza all’implementazione) e le diverse tipologie di tracciabilità (interna e di filiera), il primo passo è comprendere come sia strutturato il processo di produzione e, dunque, dove la tracciabilità debba essere attuata, per poter tenere traccia di tutte le componenti che entrano in gioco nelle diverse fasi, dalle materie prime, alla produzione, al confezionamento.
“La catena agroalimentare comprende, per quanto riguarda la tracciabilità esterna, una molteplicità di attori, per ciascuno dei quali il processo può essere scomposto nella fase di ingresso delle materie prime, di trasformazione, di magazzino e distribuzione”, ricorda Sforza. “ Per questa complessa situazione, che vede coinvolte imprese di diverse dimensioni, e di segmenti diversi della catena, Ibm offre una soluzione on demand che si fa carico non solo di gestire tutti i passaggi delle informazioni fra i diversi attori, ma anche di mantenere e gestire l’archivio dei dati fino alla scadenza del prodotto, secondo quanto prescrive la normativa”.
Anche l’approccio di Deloitte è globale e prevede soluzioni sia di filiera interna sia di filiera estesa. Nel primo caso il sistema proposto prevede di interfacciarsi con gli Erp aziendali dei principali vendor. “Più che la proposizione di un’unica soluzione pervasiva, il nostro approccio prevede l’integrazione fra i sistemi di rilevazione e i sistemi gestionali”, spiega Bonacci. Sul versante della filiera estesa Deloitte si affida invece a una soluzione web based che consente l’integrazione anche delle realtà più piccole, per le quali questa potrebbe essere l’occasione per coprire aree non ancora informatizzate.
Deloitte ha sviluppato una soluzione globale con partner specializzati per la tracciabilità interna e di filiera. Uno di questi, Altavia, ha costruito una soluzione fruibile via Internet e non impone all’azienda alcun altro investimento infrastrutturale, oltre al collegamento Internet, potendo gestire la tracciabilità di filiera indipendentemente dagli strumenti interni dei diversi attori (dall’allevatore, all’impresa di trasformazione alla grande distribuzione). La soluzione è fruibile in modalità Asp, con un costo di attivazione di qualche migliaio di euro e un canone calcolato sulla base dei lotti tracciati (decrescente con volume), comprensivo di aggiornamento e manutenzione del software.
Per venire a fornitori di Erp, l’approccio PeopleSoft, rivolto alle medie imprese, è già oggi in grado, secondo Cantatore, di soddisfare le esigenze di tracciabilità, con una soluzione creata nel rispetto dei diversi standard internazionali; garantisce flessibilità nelle comunicazioni e offre un sistema semplificato di ingresso di nuovi clienti o fornitori nella Supply Chain. In quanto sistema integrato, la soluzione consente di reperire facilmente tutte le informazioni sulla rintracciabilità a partire dalle informazioni incrociate su lotti, camion, pallet per risalire, come richiede la normativa, dal prodotto finito alla materia prima ed al suo fornitore.
Formula, a partire dall’esperienza maturata nel settore alimentare, per il quale prevede verticali specializzati, si rivolge sia ai propri clienti storici, con l’offerta di un aggiornamento che integra la tematica della tracciabilità, sia alle imprese che non hanno il suo gestionale, alle quali offre soluzioni integrabili con quanto hanno in casa o utilizzabili anche in assenza di un Erp, per la gestione della qualità e tracciabilità interna. La soluzione, che prevede anche la raccolta e la gestione dati della filiera, può consentire ad un’azienda capo filiera di gestire la tracciabilità per tutta la sua filiera.
“Ad oggi in azienda una tracciabilità interna puntuale è assicurata da una gestione del lotto in ingresso, produzione e uscita che classifichi le unità logistiche di trasferimento in base agli standard comuni di etichettatura, che consentono la tracciabilità logistica del materiale a partire dall’etichetta, come garantisce il nostro Erp”, ricorda Folgarait di Sap. Nell’ambito della tracciabilità esterna (distribuzione/ logistica /filiera complessiva) invece, Sap propone soluzioni integrate con il modulo Scm, che implementando un database che raccoglie le informazioni provenienti dai diversi attori della filiera permettono di ricostruire percorso e caratteristiche del prodotto. Un sistema informativo adeguato consente, secondo Folgarait, la comunicazione tra i diversi attori della filiera attraverso standard tecnologici che esistono già oggi, come Edi, Xml o Rfid, il cui costo tecnologico sta rapidamente scendendo e sul quale Sap investe con altri partner.
“Il nostro approccio è guidato dalla convinzione che i vincoli imposti dalla tracciabilità porteranno a una sempre maggiore e profonda integrazione tra il sistema di gestione logistico/produttiva e il sistema informativo”, sostiene Ziveri, affermando la convinzione che soluzioni dipartimentali svincolate dal sistema informativo gestionale già presente in azienda, non permetterebbero di cogliere tutte le opportunità di riorganizzazione che andrebbero invece colte, rimandando questa naturale evoluzione e creando la duplicazione dei costi a medio e lungo termine.
La proposta Sinfo Pragma prevede dunque soluzioni di tracciabilità differenziate se l’azienda sia già dotata di un sistema Erp evoluto (cosa che generalmente accade nelle imprese medio grandi) o la presenza di gestionali di fascia bassa nelle Pmi che prevede personalizzazioni differenziate a seconda del cliente e della filiera Passepartout, infine, ha seguito un approccio dove la centralità del cliente è presente fin dalla creazione della soluzione. “Per definire la soluzione siamo andati presso i nostri partner e abbiamo visitato i clienti. Abbiamo verificato che soprattutto le piccole imprese hanno problemi collaterali come ad esempio la carenza di spazi dove conservare la propria documentazione e che una soluzione informatizzata può aiutare a risolvere”, ricorda Benzi, sottolineando che l’offerta si rivolge alla piccola impresa con soluzioni che si limitano alla rintracciabilità per acquisito e vendita di prodotti, alle medie con soluzioni che affrontano le diverse fasi previste nell’industria di trasformazione. “I nostri clienti che già hanno l’ultima versione del nostro gestionale devono semplicemente aggiornarlo a costo zero per avere il modulo che gestisce la tracciabilità”, conclude Benzi.

Elisabetta Bevilacqua
Giornalista

Sono attiva dal 1989 nel giornalismo hi-tech, dopo esperienze in uffici studi di grandi gruppi e di formazione nel settore dell’informatica e, più recentemente, di supporto alle startup. Collaboro dal 1995 con ZeroUno e attualmente mi occupo soprattutto di trasformazione digitale e Industry 4.0, open innovation e collaborazione fra imprese e startup, smart city, sicurezza informatica, nuove competenze.

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