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Dallo spazio alle imprese: la sfida della sovranità digitale secondo OVHcloud


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Il contratto siglato con l’Agenzia Spaziale Europea porta al centro il controllo delle infrastrutture di elaborazione. Giletta (OVHcloud): « Oggi la vera maturità della strategia multicloud sta nel selezionare in modo consapevole i provider»

Pubblicato il 21 ott 2026

Vincenzo Zaglio

Direttore ZeroUno



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Marco Giletta
VP e Managing Director Corporate di OVHcloud Italia




Dallo spazio, i satelliti osservano un pianeta che cambia. Le informazioni che raccolgono aiutano a studiare il clima, monitorare il territorio, cercare di prevenire rischi naturali. Ma il viaggio di quei dati continua sulla Terra, nei sistemi che li conservano, li elaborano e li rendono utilizzabili. Anche da chi controlla queste infrastrutture dipende l’autonomia tecnologica dell’Europa.

Non a caso l’Agenzia Spaziale Europea (ESA) ha affidato a OVHcloud e CGI un contratto multimilionario per contribuire alla realizzazione di Digital Earth Observation, il nuovo sistema informativo dell’ESA per l’osservazione della Terra. L’infrastruttura partirà da Italia, Francia e Germania e prevederà anche il supporto della Polonia, riunendo risorse di calcolo, storage e intelligenza artificiale per mettere queste informazioni al servizio di istituti di ricerca, amministrazioni e imprese.

Per Marco Giletta, VP e Managing Director Corporate OVHcloud Italia, il caso ESA può aiutare a superare una diffidenza ancora presente nelle imprese: «Spesso nel dibattito sulla sovranità digitale sorge il dubbio se esistano sul mercato europeo competenze, livelli di servizio e SLA adeguati, temendo che la scelta di un provider europeo possa comportare un impoverimento della qualità tecnologica. Il caso ESA dimostra che non è così».

Il progetto ESA e il cloud sovrano europeo

Il contratto annunciato da OVHcloud e CGI a fine settembre ha una durata di 30 mesi. Digital EO, denominazione del nuovo ESA Earth Observation Information System, dovrà federare dati, servizi e capacità di elaborazione. L’orizzonte è un patrimonio di oltre 500 petabyte di dati satellitari attesi entro il 2035.

«OVHcloud opera per la prima volta come prime contractor diretto nei confronti della European Space Agency», spiega Giletta. Il vendor assume il ruolo di referente principale andando a coinvolgere CGI per le attività di architettura e integrazione. «Questa struttura risponde a un’indicazione precisa dell’ESA, che ha voluto assegnare a OVHcloud la responsabilità end-to-end: dalla realizzazione della piattaforma, ai servizi di raccolta e storage dei dati, all’integrazione di strumenti di intelligenza artificiale per l’elaborazione avanzata. Sono state definite specifiche funzionali e di servizio estremamente avanzate, con una complessità equiparabile a quella dei progetti affrontati dai grandi hyperscaler americani».

Sovranità dei dati: perché conta la giurisdizione del provider

La capacità di offrire servizi di questa portata è la premessa per portare la discussione nelle direzioni IT. Qui la sovranità assume un significato operativo: capire chi controlla i dati, quali norme si applicano al fornitore e quanto sia possibile cambiare piattaforma.

«In queste valutazioni – prosegue Giletta – ciò che conta è la giurisdizione a cui è sottoposto il soggetto giuridico, non la pura geolocalizzazione dei server».

Il riferimento è ovviamente al Cloud Act statunitense del 2018. Come chiariscono le FAQ del Dipartimento di giustizia americano, i provider soggetti alla giurisdizione statunitense possono essere tenuti a condividere dati in risposta a un valido provvedimento, anche quando sono conservati all’estero. In altre parole, la sede del data center, da sola, non è sufficiente per garantire la sovranità digitale europea. «Il vantaggio di OVHcloud – continua Giletta – è che siamo un soggetto giuridico 100% europeo e come tale sottoposto unicamente alla legislazione e alle normative UE».

Open source e dipendenze tecnologiche

Il secondo aspetto riguarda la possibilità di ridurre le dipendenze tecnologiche: «In OVHcloud – continua Giletta – adottiamo tecnologie e standard per lo più open source in modo da ridurre al minimo la dipendenza da singoli fornitori esteri».

Ma l’adozione dell’open source e la tutela della giurisdizione europea non implicano un rifiuto ideologico dei colossi tecnologici statunitensi. Al contrario, la visione delineata da Giletta poggia su un chiaro pragmatismo. Attualmente, infatti, l’80% del mercato dei servizi di cloud infrastrutturale è presidiato dagli hyperscaler americani.

«I grandi player statunitensi dispongono di una storia, di capacità d’investimento e di un’offerta tecnologica estremamente solide – ammette Giletta. Pensare a un passaggio radicale o a un abbandono completo dall’oggi al domani non sarebbe una strategia né realistica né pragmatica».

Il ruolo degli operatori europei nelle strategie multicloud

La risposta risiede dunque nell’evoluzione del concetto stesso di architettura aziendale: la strategia multicloud. Se nel 2015 il dibattito si concentrava sulla contrapposizione tra cloud e on-premise, e nel biennio 2021-2022 il multicloud significava semplicemente fare cherry-picking tra due o più provider americani, la prospettiva odierna è profondamente cambiata.

«Oggi la vera maturità della strategia multicloud sta nel selezionare in modo consapevole i provider, scegliendo di allocare una quota dei workload e dei dati sensibili a un operatore europeo e sovrano».

Un approccio che non richiede necessariamente complesse e onerose operazioni di cloud repatriation per le infrastrutture già esistenti. Dati di Gartner indicano ad esempio che il ritorno “in casa” di carichi già attribuiti agli hyperscaler riguarda circa il 20% degli investimenti in cloud sovrano, mentre il restante 80% si concentra su nuovi sviluppi applicativi o sulla migrazione di sistemi ancora residenti on-premise.

Cloud sovrano, come cambia la domanda nei diversi settori

Gartner stima che in Europa la spesa per le infrastrutture di cloud sovrano erogate come servizio (IaaS) passerà dai 6,9 miliardi di dollari del 2025 a 12,6 miliardi nel 2026, per raggiungere i 23,1 miliardi nel 2027. Una crescita che segnala la crescente attenzione delle organizzazioni verso il controllo delle infrastrutture.

Nell’esperienza di Giletta, le ragioni che spingono a rivedere le scelte cloud variano da settore a settore. Le istituzioni europee hanno aperto la strada. A queste si sono affiancati banche, pubblica amministrazione e sanità, ambiti nei quali la protezione delle informazioni e i vincoli regolamentari rendono più urgente il tema della sovranità.

Nel manifatturiero, invece, le imprese interessate al cloud sovrano cercano soprattutto prevedibilità economica e prossimità del fornitore: «si rivolgono a noi principalmente per ragioni di costo e per la prossimità della relazione». Secondo Giletta, queste aziende apprezzano la possibilità di instaurare un rapporto più diretto con un operatore capace di seguirne da vicino le esigenze.

OVHcloud rafforza il presidio italiano

E proprio per intercettare queste esigenze, OVHcloud punta a rafforzare il presidio italiano. «OVHcloud è presente nel mercato italiano dal 2008», ricorda Giletta. Nel percorso di diversificazione geografica del gruppo, «l’Italia è stata individuata come mercato prioritario di investimento e focalizzazione per i prossimi anni».

Il rafforzamento riguarda sia l’organizzazione commerciale sia l’infrastruttura. Alla presenza locale si aggiunge la regione cloud di Milano, attiva dal 2025 e articolata in tre zone di disponibilità indipendenti. La prossimità dei servizi risponde in particolare alle esigenze di localizzazione dei dati espresse da amministrazioni pubbliche, sanità e settore finanziario.

«OVHcloud è il più piccolo tra i grandi hyperscaler mondiali, ma è il più grande provider cloud a livello europeo, forte di 46 data center dislocati in vari Paesi», riassume in una frase Giletta.

Infrastrutture e competenze per una politica industriale europea

Ma al di là dei singoli contratti e delle garanzie di sovranità, per Giletta la vera scommessa risiede nella necessità di una politica industriale europea di lungo periodo. «La tecnologia rappresenta oggi l’ossatura economica dei prossimi decenni – sottolinea il manager –, un po’ come lo è stata l’industria automobilistica all’inizio del Novecento, capace di trainare la manifattura, la tecnologia, la componentistica e l’intero indotto».

Sostenere e sviluppare campioni tecnologici europei significa innescare un volano di crescita fondamentale per i prossimi dieci anni. Senza un’autonomia infrastrutturale e senza competenze locali adeguate, il continente rischia infatti di rimanere escluso dalle filiere industriali del futuro.

«Un percorso – conclude Giletta – che richiede però una visione meno frammentata tra i diversi Stati membri. Se in Francia una spiccata sensibilità politico-industriale ha favorito la nascita e il consolidamento di attori di primo piano – da OVHcloud nel cloud fino a Mistral AI nell’intelligenza artificiale –, in Paesi come l’Italia esistono ancora ampi margini di manovra e di ottimizzazione per sviluppare una strategia analoga, capace di generare occupazione, competenze e produttività sul territorio».

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