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La cloud strategy secondo Vmware

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La cloud strategy secondo Vmware

10 Nov 2010

di Rinaldo Marcandalli

Virtualizzazione e percorso verso il cloud portano ad abilitare un nuovo “rapporto” fra It e business: It as a service, in cui viene bilanciata una capacità di produzione It di qualità ed economica con una capacità di consumo agile da parte del business. Nella visione Vmware, It as a service si legge sul nuovo “stack” per il cloud computing. E su un approccio di “cloud ibrido” necessario alla libera circolazione applicativa “verso” le varie offerte di cloud e “tra di loro” (nella foto Paul Maritz, Presidente e Ceo di Vmware)

Apre i lavori di VmWorld 2010, che si è svolto lo scorso ottobre nella capitale danese, Maurizio Carli, Senior Vice president e general manager Emea di Vmware che, dopo i rituali saluti agli oltre 6.000 partecipanti della convention per partner e clienti, entra subito nel cuore del tema in discussione: la virtualizzazione e il suo futuro nel cloud. Dopo un breve accenno alla strategia dell’azienda (acquisita nel 2004 da Emc), che verrà approfondita da Rick Jackson, Chief Marketing Officer di Vmware e dal Presidente e Ceo Paul Maritz, il manager italiano illustra il cloud “ibrido” realizzato con i partner Verizon, Teramark e Colt e che da San Francisco fornisce 145.000 virtual machine per il self service di soluzioni It, precisando che “per Vmware il cloud ibrido è la combinazione di proprie soluzioni specificatamente studiate per il cloud e risorse messe a disposizione dai provider con cui collabora”.
Jackson pone subito dopo la domanda cruciale: dove la virtualizzazione interseca il cloud? “Nel cloud ibrido [nell’accezione Vmware – ndr] sono tre le tappe da percorrere che consentono di realizzare questa intersezione – precisa Jackson – ognuna con un obiettivo preciso: efficienza derivante dalla virtualizzazione degli asset, che consente risparmi Capex, e di servizi non critici (tipo file storage, print); produttività, virtualizzando gli applicativi (tipo Sharepoint, Sap, Data base); risparmi Opex e l’agilità nel servire il business, grazie al provisioning e alla gestione dinamica delle risorse. Ed è questa fase finale – prosegue il top manager – che rende l’insieme dell’It un servizio on demand in grado di soddisfare le richieste,del business, riducendo nel contempo il time-to-market. L’It as a Service non solo ottimizza la produzione It di servizi, ma nella terza fase la bilancia con il “consumo” business: il dipartimento It produce servizi alla velocità con cui il business li consuma”.

Il nuovo stack per il Cloud Computing
Paul Maritz sulla via da percorrere verso il cloud è chiaro: “Sono da ripensare gli strati dello stack hardware e software, in ciascuno dei quali c’è un ‘focus for innovation” vedi figura. “I tre strati e l’innovazione associata – prosegue il Ceo – fotografano l’emergere lento ma costante di un nuovo stack, sulla cui base l’intero It diventa servizio on demand. E questo è, in sostanza, il significato del cloud:  riorganizzare l’It attorno a un nuovo Accesso utente, una nuova Piattaforma applicativa, una nuova Infrastruttura per una rete (ibrida) di Service Provider. Gestita in modo aperto”.
Lo scopo nel Cloud è far rendere disponibili tre tipi di applicazioni: le esistenti migrate da on premise, quelle scritte ex novo per il cloud e il Saas erogato dal Cloud. Le applicazioni esistenti non si riscrivono in una notte quindi è l’infrastruttura che deve farsi carico di garantirne l’operatività, sempre, comunque e rispettando tutte le compatibilità necessarie.
Infrastruttura e Management Cloud
La prima tappa del nuovo stack è la Cloud Infrastructure & Management che deve fare assai più dell’ipervisore che in un server controlla l’hardware relegando a middleware il sistema operativo: si tratta di un insieme di attività e tecnologie che consentono di gestire tutte le risorse hardware (computing, memoria, storage, networking) in pool. Il primo passo è quindi, ovviamente, la virtualizzazione ma il “focus for innovation” è su automazione, management e sicurezza. Una prima innovazione proposta da Vmware è vCentre, che consente la revisione sistematica delle risorse in modo automatizzato laddove possibile e gestito quando questa strada non è percorribile. Una seconda riguarda la sicurezza con vShield: per applicazioni servite da risorse comuni, le difese (firewall, antivirus, data loss prevention) vanno spostate dal perimetro fisico a quello logico, “spostandosi” insieme alle  risorse da mettere in sicurezza, come proprietà delle stesse. Una terza è il data center virtuale concetto che, con il rilascio di vCloud Director, “incoraggia le aziende a pianificare gruppi di applicazioni seguendo precise policy e abilita una scelta  non solo tecnica ma anche economica sull’infrastruttura da utilizzare per un gruppo di applicazioni (tra hardware on premise, affitto risorse da un cloud e, nel caso, scelta del provider). “Vmware – sottolinea Maritz – lavora con una comunità di provider che nei loro cloud pubblici mettono a disposizione un’infrastruttura compatibile con il  blueprint Vmware, in modo che un’azienda possa sempre fare il porting di un gruppo, muovendo i carichi applicativi secondo le proprie esigenze di business, se necessario, da un provider a un altro, o di nuovo on premise. È indispensabile che i vari Cloud non diventino ambienti proprietari e captive”.

Piattaforma Applicativa Cloud
Il secondo focus Cloud Application Platform prende in considerazione il fatto che, oltre a rendere fruibili le applicazioni esistenti, magari disegnate con vecchi paradigmi, vanno serviti gli utenti di dispositivi mobili e intelligenti che consumano informazione ubiqua e disponibile in tempo reale. Serve una nuova generazione di applicazioni abilitanti un accesso ubiquo e real time. Le esistenti andranno quindi rinnovate: occorre una piattaforma per applicazioni Enterprise native cloud.
Vmware ha identificato la base fondante di questa piattaforma negli Open Source Frameworks and Tools, in particolare Spring. Gli sviluppatori lo hanno già “votato” come il più adatto per le nuove applicazioni e più di metà del nuovo codice Java anziché in contesto Enterprise Java Beans, è scritto in Spring, che attrae per ragioni di produttività. “Vmware ha investito in questo ambito realizzando vSpring che consente di mitigare la difficoltà di accedere a servizi middleware nel cloud ibrido di Spring. Vmware – spiega Maritz – sta lavorando con Salesforce.com e Google per rendere vSpring un’Api comune e supportare la portabilità cross cloud anche per lo sviluppo applicativo”.

End user Computing
E arriviamo all’ultima tappa. “Tutto quello illustrato finora non basta, arrivano nuovi animali allo zoo, anche loro inarrestabili”, così dice Maritz, parlando del software per l’End User Access sui device intelligenti (Blackberry, iPhone, iPad con 3 milioni di unità spedite alla data da Apple). Arrivano a velocità sbalorditiva e l’It dovrà gestirli, alzando il tiro dalla “delivery di applicazioni” a un management degli utenti finali, indipendente dal dispositivo usato. Il terzo “focus for innovation” è dunque l’Access Management, che fornisce una “common application experience” su dispositivi in continua evoluzione, in modo sicuro.

 


Tre domande ad Alberto Bullani, Country Manager Vmware Italia

 

ZeroUno: Davvero ci sarà una totale interoperabilità e portabilità di carichi applicativi tra cloud; non ci sarà il rischio dell’instaurarsi di diversi “poli” captive?
Bullani: Ci saranno diversi “tipi” di cloud, questo sì. Uno dei primi potrebbe essere un disaster recovery cloud per piccole aziende. E un cloud healthcare, e uno Google, e uno Amazon. La nostra riposta è che stiamo lavorando con la open framework assieme a Google e a Salesaforce.com con il nostro ecosistema di partner per la portabilità di carichi applicativi fra cloud, indipendentemente dalla tipologia.
ZeroUno: È un’impressione o Vmware punta come partner nel suo ecosistema soprattutto alle Telco (Telecom Italia, Colt)?
Bullani: Nel nostro cloud ibrido i nostri principali service provider saranno proprio le Telco. Ma abbiamo molti clienti attraverso Eds, Ibm Gs, Accenture. Costruiamo il nostro ecosistema per il cloud ibrido e sicuro, ma ci adattiamo in modo “agnostico” alla strategia scelta dal cliente.
ZeroUno: Nei confronti delle aziende medio piccole?
Bullani: C’è una comunità molto attiva intorno alla nostra offerta Esx server. Del resto le piccole aziende devono concentrarsi sul loro core business ed è per loro naturale rivolgersi a servizi It esterni.

Rinaldo Marcandalli
Giornalista

Consulente aziendale e giornalista. 40+ anni di esperienza nello sviluppo software, laboratorio IBM e field, nelle telecomunicazioni prima e poi nelle applicazioni e nel governo del Dipartimento It. Esperienze sul campo in settori bancario, in particolare interbancario, assicurativo e pubblica amministrazione. Da 20+ anni segue prima da consulente e poi come giornalista l’evoluzione dei processi nei settori e da 10+ anni la loro trasformazione progressiva al digitale, specializzandosi nello studio della riorganizzazione agile, digitale e smart delle Aziende.

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