Questo sito web utilizza cookie tecnici e, previo Suo consenso, cookie di profilazione, nostri e di terze parti. Chiudendo questo banner, scorrendo questa pagina o cliccando qualunque suo elemento acconsente all'uso dei cookie. Leggi la nostra Cookie Policy per esteso.OK

In viaggio verso la nuvola ibrida: come e perché

pittogramma Zerouno

In viaggio verso la nuvola ibrida: come e perché

31 Lug 2015

di Arianna Leonardi

Nell’era dell’app economy, le parole d’ordine sono flessibilità e standardizzazione It. Ma come semplificare gli ambienti complessi della terza piattaforma, cloud, social, mobile e big data? L’hybrid cloud offre una risposta concreta, se supportato da una solida strategia. Il confronto tra offerta e aziende al recente Executive Cocktail organizzato da ZeroUno, in partnership con Dedagroup, Emc e VMware

In un momento di forte discontinuità sul piano socio-economico e delle tecnologie, le aziende possono trovare nell’hybrid cloud un traguardo a tendere per guadagnare nuovi orizzonti di competitività. Ma come si costruisce una cloud strategy di successo? Su questo grande tema, ZeroUno, in collaborazione con Dedagroup, Emc e VMware ha recentemente organizzato un executive Cocktail nella città di Torino.

L'articolo continua nella pagina seguente

*BRPAGE*

(segue dalla pagina precedente)

“Stiamo vivendo la app economy – esordisce Patrizia Fabbri, caporedattore di ZeroUno – dove il software è al centro dell’evoluzione competitiva delle aziende. La struttura dei mercati è soggetta a contaminazione tra settori e sovversione di ruoli tra clienti, partner, fornitori ecc.. La relazione tra brand e utente si estende prima e dopo l’atto di vendita. IoT e m2m accelerano le tematiche dei big data, mentre la mobility detta modi inediti di vivere e lavorare. Al Cio si chiedono le caratteristiche di un maratoneta, impegnato nel consolidamento delle infrastrutture, e di uno sprinter, che introduce i servizi innovativi a supporto del business moderno”.

Serve flessibilità dei sistemi It e il cloud offre una risposta concreta. “La difficoltà – sottolinea Fabbri – è capire quali componenti migrare e come calcolare il Roi, per darne evidenza al management. Attualmente è impensabile spostare sulla nuvola tutti gli asset It: ogni azienda dovrà seguire scelte e percorsi ad hoc, decidendo se intervenire anche sulle risorse mission critical. Bisogna riflettere infine sulla scelta del fornitore, perché non è affatto scontato che il modello as-a-service elimini il rischio di lock-in”.

Il Cloud journey delle aziende italiane

Gli speaker, da sinistra: Matteo Uva, Channel Manager di VMware, Bernardo Palandrani, Channel Manager di EMC, Patrizia Fabbri, caporedattore di ZeroUno, Luciano Bruno, Direttore Commerciale CAST di Dedagroup ICT Network e Nicola Restifo, Ricercatore Senior dell'Osservatorio Cloud & ICT as a Service School of Management del Politecnico di Milano

Nicola Restifo, Ricercatore Senior dell’Osservatorio Cloud & ICT as a Service School of Management del Politecnico di Milano, inquadra lo scenario alla luce dei dati 2015: secondo le previsioni, a fine anno, la nuvola raggiungerà in Italia un giro d’affari pari a 1,51 miliardi di euro, con una crescita complessiva del 25% anno su anno; la componente di Cloud Pubblico toccherà i 460 milioni di euro (+35%), dividendosi in servizi applicativi (45%), infrastrutturali (44%) e PaaS (11%); la spesa infrastrutturale per l’abilitazione al cloud arriverà a quota 1,05 miliardi di euro (+21%).

“Gli investimenti nella cloud enabling infrastructure – fa notare Restifo – rappresentano circa il 70% della spesa cloud complessiva: un dato significativo e confortante, dal momento che evidenziano l'impegno e la necessità dell'It di rinnovare le infrastrutture per implementare le applicazioni innovative richieste dal business". L'evoluzione infrastrutturale è entrata a far parte delle priorità delle aziende italiane su due fronti: la modernizzazione dell'infrastruttura interna attraverso virtualizzazione, razionalizzazione e automazione; l’apertura verso soluzioni applicative sul cloud pubblico. “Su un campione di 89 grandi imprese – prosegue Restifo -, la maggioranza (36%) aveva raggiunto nel 2014 la fase di razionalizzazione, ottenendo rapidità di provisioning, elevata efficienza, buon grado di virtualizzazione, monitoraggio degli asset. La survey 2015 evidenzia un ulteriore shift verso una fase di automazione”.

Il cloud ibrido è l'obiettivo a tendere per ottenere i maggiori vantaggi: se prima si trattava di un optimum raggiunto da un numero esiguo di aziende, nel 2015 è stato traguardato da molte più realtà, a riprova di una maturazione complessiva dell'evoluzione infrastrutturale.

Il percorso tuttavia non è semplice: Restifo individua le maggiori resistenze nella necessità di visione architetturale, maturazione degli skill interni, complessità dell’intervento, standardizzazione di risorse e procedure. “La direzione It – conclude – deve acquisire nuove capacità di Demand Management ed Enterprise Architecture, competenze in ambito contrattualistico e sul fronte del Supply Management, abilità nella gestione del cambiamento, nell’ottica di fare cultura sui nuovi temi tecnologici. Il cloud sta trasformando anche il sistema dell’offerta, con attori che da competitor oggi lavorano in regime di co-petizione”.

Dove sta andando l’offerta?

Un momento di confronto

La parola passa quindi ai player. Matteo Uva, Channel Manager di VMware, spiega: “Forniamo lo strato sottostante per abilitare l’utilizzo e l’integrazione del software legacy e delle applicazioni mobile-cloud”. La corporate vision è orientata al One Cloud, che connette applicativi su datacenter privati virtualizzati e nuvole pubbliche. “Vogliamo semplificare la migrazione bidirezionale dei carichi di lavoro – dichiara Uva -. Come? Mettendo a fattore comune la nostra tecnologia: nel data center del cliente, all’interno del vCloud Air Network [l’ecosistema di cloud provider certificati che utilizzano l’hypervisor VMware nelle proprie infrastrutture, ndr], nel vCloud Air [il datacenter proprietario da cui il vendor rivende servizi cloud di terze parti, ndr]. La comunione della piattaforma tecnologica permette di estendere il perimetro del data center, in soluzione di continuità”. In questa prospettiva, applicando la virtualizzazione a qualsiasi componente infrastrutturale, si arriverà alla costruzione di ambienti software-defined e scevri dal rischio di lock-in: “Separando il layer di configurazione dal ‘ferro’ sottostante, sarà possibile scegliere qualsivoglia prodotto hardware”.

Bernardo Palandrani, Channel manager di Emc Italia, prosegue nel descrivere lo scenario futuro dominato dal software e il successo di aziende d’avanguardia come Huber (taxi) e Airbnb (alloggi). Cosa accomuna le imprese innovative? Palandrani risponde: “Uno sviluppo software agile e attento alla user experience, un’infrastruttura cloud-native, un utilizzo intenso dei dati, il tutto concepito nella totale apertura all’open-source”. L’orientamento alla terza piattaforma, caratterizzata da cloud, social, mobile e big data, può non essere così semplice per le aziende di precedente fondazione, che devono fare i conti con il proprio legacy. “Per aiutare i clienti nella migrazione dal sistema client-server, Emc mette a disposizione la piattaforma Emc Hybrid Cloud 2.5, costituita da soluzioni già pronte per i nuovi ambienti (ad esempio, le nostre storage appliance) e tecnologie capaci di fare da ponte con i sistemi esistenti (le piattaforme ViPR di software-defined storage permettono di astrarre il layer di archiviazione in un pool di servizi, all’interno di data center virtualizzati VMware, così da centralizzare l’accesso e la gestione di risorse storage eterogenee e multi-brand, garantendone l’allocazione dinamica e automatizzata)”. Tra i vantaggi citati, c’è la possibilità di spostare gli asset tra data center in-house e nuvole pubbliche in maniera bidirezionale. “La potenza della nostra proposition – afferma il manager – risiede nella federazione delle competenze all’interno del gruppo: Emc, tra i leader delle infrastrutture storage; VMware, specialista della virtualizzazione; Pivotal, partecipata da General Electric, per lo sviluppo applicativo flessibile e in cloud”.

I partecipanti al cocktail

L’intervento di Luciano Bruno, Direttore Commerciale CAST di Dedagroup ICT Network, rimette l’accento sui cambiamenti in atto: tutti i nuovi business nascono su infrastrutture cloud native; l’IoT genererà terabyte di informazioni, ma molte perderanno utilità nel giro di pochi secondi; il Cio non è l’unico decisore sulle scelte tecnologiche, ma qualsiasi Cxo oggi compra informatica. Lo scenario descritto comporta la necessità di un approccio sistemico all’It, seguito da una serie di step: ottenere il consenso e gestire le resistenze (“la spinta verso il nuovo è fondamentale per la competitività, ma deve incontrare necessariamente il favore del management: la comunicazione è fondamentale”); semplificare e standardizzare, introducendo best practice; trasformare le interazioni in ottica user-centric. “La nostra mission è prendere in carico la complessità It delle aziende e supportare la bimodalità di Gartner [garantire le attività core con un’evoluzione infrastrutturale verso criteri di flessibilità, apertura, variabilità, tecnologie di più facile gestione ecc.; aprirsi alle sfide del digital essendo presenti laddove si genera il business con soluzioni tattiche e innovative in grado di rispondere rapidamente a specifiche esigenze, ndr], combinando le tecnologie e i modelli di erogazione più efficaci, con una serie di servizi (la nostra forza) a corollario”.

Le esperienze della direzione It

Concluse le presentazioni, è il momento di capire la rispondenza delle questioni trattate con le esperienze reali delle aziende italiane.

Guido Allione, Cio di Giordano Vini descrive una situazione allineata con i trend descritti: “Abbiamo ormai portato a termine la fase di virtualizzazione e ci troviamo allo stadio di razionalizzazione e consolidamento. Il freno maggiore ai nostri progetti cloud è rappresentato dalla connettività (solo di recente siamo passati alla fibra ottica). La virtualizzazione interna è portata avanti in termini di infrastrutture con l’introduzione di tecnologie VMware, ma siamo ancora lontani dalla virtualizzazione applicativa”. Un’altra barriera segnalata da Allione è la rigidità nel sistema di licensing da parte di alcuni software vendor, che in alcuni casi tendono ad ostacolare la virtualizzazione delle loro applicazioni con tecnologie di terze parti.

Anche per Alberto Forchino, Responsabile Sistemi e Progetti Telematici di Gtt (il Gruppo Torinese Trasporti, che fornisce servizi di trasporto pubblico urbano, suburbano ed extraurbano, due linee ferroviarie e il sistema automatizzato della metropolitana del capoluogo piemontese), la connettività è il problema numero 1, visto l’enorme quantitativo di dati che devono essere gestiti per garantire l’efficienza del servizio di trasporti a circa due milioni di persone. I costi delle licenze software (ad esempio, degli applicativi di navigazione e mappe) sono un altro fattore rilevante da portare in esame prima di una scelta disruptive.

Un momento di confronto con spunti di riflessione

Benedetta Bicceri, It manager di Coord3, racconta esperienze simili: “Abbiamo attuato la virtualizzazione dei server, ma il nostro principale ostacolo al cloud è rappresentato dalla connettività (prima con rete hdsl e solo recentemente attraverso ponte radio). La nostra priorità è aumentare l’ampiezza di banda, ma siamo ancora lontani dall’ipotesi del passaggio al cloud”.

Cristina Bianchini, Head of Technology Governance & Demand di Vodafone riporta un cloud journey attento alle questioni di privacy e allocazione del dato: “Le normative in Italia sono stringenti e siamo soggetti a limitazioni. La customer experience è una delle maggiori priorità di Vodafone: il nostro punto di attenzione nel valutare l’opzione cloud è l’impatto sui processi in ottica end-to-end e la ricaduta sull’esperienza utente. Occorre selezionare in maniera molto puntuale le componenti da migrare, superando la tentazione di un approccio Big Bang impraticabile, e intervenire gradualmente sulle singole aree”.

Sul tavolo vengono portate anche le questioni legate alla rapidità di intervento del cloud provider in caso di fault, non sempre rispondente alle aspettative, e la necessità di definire Service Level Agreement adeguati alla criticità del processo portato in cloud. “Alcuni workload – sostiene Bruno – non sono adatti alla nuvola, perché richiederebbero Sla così stringenti e onerosi da risultare diseconomici”.

Insomma, fare rotta sulla nuvola richiede capacità di selezione e nuove competenze, anche in termini di organizzazione e vision. Come esorta Restifo, i criteri di valutazione non possono fermarsi all’alternativa tra Capex e Opex, ma i punti in esame vanno estesi a una pletora di aspetti: non da ultimo, la decisione di affidarsi agli operatori di canale, che con il cloud stanno cambiando pelle per supportare le aziende verso la digital transformation in un’ottica sempre più di servizio e consulenza strategica rispetto alla semplice integrazione e gestione delle risorse It.

Arianna Leonardi

Articolo 1 di 5