L’evoluzione del mercato del lavoro sta ampliando il divario tra le competenze richieste dalle imprese e la preparazione reale di studenti e giovani professionisti. Il tema è stato affrontato da Paola Generali, presidente Assintel, nel corso della presentazione dell’Osservatorio sulle Competenze Digitali 2025 organizzato da Anitec-Assinform, AICA e Assintel. Le sue considerazioni delineano un’urgenza chiara: ripensare l’orientamento digitale come parte strutturale del percorso formativo, a partire dalle scuole primarie fino ai percorsi di istruzione superiore.
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Un sistema educativo che deve cambiare
«il nostro sistema scolastico e di istruzione deve cambiare profondamente» afferma Generali. La presidente di Assintel riconosce la complessità del processo, ma ribadisce che non è più rinviabile. La trasformazione non riguarda solo l’aggiornamento dei programmi o l’introduzione di nuove tecnologie didattiche, ma una revisione culturale della scuola e del suo rapporto con l’innovazione.
Secondo Generali, il digitale deve entrare nell’esperienza formativa molto prima di quanto avvenga oggi. «I bambini a partire dalla terza elementare dovrebbero iniziare a vedere il digitale nelle sue applicazioni», afferma, sottolineando l’importanza dell’apprendimento esperienziale in età precoce. La possibilità di osservare come il digitale si integra in diversi settori produttivi permetterebbe agli studenti di sviluppare capacità di interpretazione e curiosità verso le professioni tecnologiche.
Mostrare concretamente le applicazioni dell’innovazione, spiega Generali, è un primo passo per introdurre anche concetti più teorici negli anni successivi. In questo modo si costruisce un percorso progressivo, in cui gli studenti comprendono sia il funzionamento degli strumenti sia le opportunità professionali connesse.
L’orientamento digitale come leva culturale e strumento di empowerment
L’orientamento digitale per Generali non è un semplice momento informativo, ma un processo che ha lo scopo di modificare prospettive e aspettative. «Faccio un’azione di open mind», afferma, descrivendo l’effetto che la comprensione delle applicazioni digitali può generare nelle nuove generazioni.
Quando i ragazzi scoprono che l’innovazione attraversa ogni settore – dalla manifattura alla sanità, dalla cultura ai servizi – possono immaginare percorsi e vocazioni diverse, anche oltre i confini tradizionali delle professioni ICT. Per la presidente Assintel, l’orientamento deve quindi aiutare gli studenti a comprendere che il digitale non è un ambito per pochi, ma un insieme di competenze trasversali utilizzabili in ogni percorso.
La funzione dell’orientamento non si limita all’individuazione delle carriere, ma riguarda anche il superamento di visioni limitanti. L’obiettivo è mostrare che «si può applicare il digitale in tutti i settori, nessuno escluso», favorendo una consapevolezza più ampia delle possibilità occupazionali.
La scuola non basta
Generali insiste sul fatto che la trasformazione culturale non può essere delegata alla scuola da sola. «Bisogna formare anche i genitori», afferma, spiegando come molte scelte scolastiche siano ancora condizionate da stereotipi radicati. Quando in famiglia l’università viene associata a percorsi considerati “sicuri” o tradizionali, come giurisprudenza o licei linguistici, la possibilità di avvicinare i figli alle professioni tecnologiche si riduce sensibilmente.
La presidente osserva come persista un modello culturale in cui il figlio ingegnere è spesso figlio di ingegneri, mentre i percorsi STEM restano poco esplorati da chi non ha riferimenti diretti nel proprio ambiente. Per superare questo limite, ritiene necessario che anche le famiglie vengano coinvolte in percorsi informativi che mostrino le reali opportunità e l’evoluzione del mercato digitale.
L’orientamento, quindi, deve essere pensato come un processo multilivello, capace di coinvolgere studenti, insegnanti e genitori, così da rendere le scelte formative più consapevoli.
Il nodo del gender gap e il ruolo delle esperienze sul campo
Un altro tema centrale dell’intervento riguarda il gender gap nelle discipline STEM. Secondo Generali, l’Italia continua a scontare una divisione culturale che orienta le ragazze verso percorsi percepiti come più “adeguati” ai loro ruoli. La presidente cita iniziative come STEM come me e Piccole innovatrici crescono, attraverso cui Assintel racconta a ragazze e ragazzi che «possono fare tutto», senza autocensurarsi nelle aspirazioni professionali.
Racconta l’aneddoto di una studentessa che desiderava studiare ingegneria e che, alla domanda sui lavori dei genitori, rispondeva che entrambi erano ingegneri. Generali osserva come sarebbe auspicabile che una ragazza dicesse «voglio fare ingegneria» anche senza provenire da una famiglia STEM. Questo evidenzia quanto pesino ancora la dimensione sociale e il contesto familiare nelle scelte.
La risposta dei giovani, afferma, è positiva. Studenti e studentesse si mostrano pronti a nuove modalità di apprendimento e orientamento. La vera sfida è offrire strumenti efficaci e accessibili, evitando che la mancanza di modelli porti a limitare le ambizioni.
L’Orientamento digitale come strumento per ridurre il mismatch nel mercato del lavoro
Generali collega il tema dell’orientamento digitale al disallineamento tra domanda e offerta di competenze. Le imprese, soprattutto le piccole e medie, spesso non hanno una piena consapevolezza dei profili richiesti. «Le aziende molte volte non sanno cosa cercano», afferma, spiegando come questa incertezza si rifletta nella difficoltà di definire correttamente job title e skill-set.
La presidente indica come anche la cultura aziendale incida sull’efficacia della formazione. In molte PMI, i dipendenti acquisiscono consapevolezza delle tecnologie necessarie, ma gli imprenditori non partecipano ai percorsi formativi e non percepiscono i bisogni interni. «Finché non lo capisce l’imprenditore, le cose non cambiano», osserva.
L’esempio che porta è significativo: nei percorsi organizzati dal Digital Innovation Hub di Confcommercio, EdilCommercio, spesso i dipendenti tornano in azienda con nuove conoscenze ma senza un vero supporto dalla proprietà, che non ha seguito la formazione. Il risultato è un blocco nell’innovazione, perché le decisioni vengono prese da chi non ha ancora compreso il valore del digitale.
Perché serve un osservatorio permanente sulle competenze
Generali propone la creazione di un osservatorio permanente, capace di monitorare l’evoluzione delle competenze richieste dalle imprese e l’efficacia dei percorsi formativi. La necessità nasce dal fatto che, secondo la presidente, i cambiamenti introdotti dall’intelligenza artificiale stanno ridefinendo rapidamente molte funzioni lavorative. Elementi meccanici possono essere automatizzati, mentre le risorse umane continueranno a portare valore in ambiti come creatività, interpretazione e progettazione.
In questo scenario, sostiene Generali, le istituzioni educative devono essere in grado di aggiornare i programmi con maggiore tempestività. Se i sistemi formativi rispondono in ritardo, il mismatch si amplia, rendendo i giovani meno competitivi e le imprese meno capaci di innovare.
L’osservatorio avrebbe il compito di confrontare costantemente domanda e offerta, valutare l’efficacia delle iniziative di formazione e individuare tempestivamente le aree da rafforzare.
Un cambiamento che richiede responsabilità condivisa
Per Generali, le associazioni di rappresentanza possono avviare progetti significativi, ma non possono sostenere da sole la trasformazione necessaria. Occorre un impegno sistemico, capace di integrare azioni politiche, interventi del sistema educativo e partecipazione attiva delle imprese. Solo così la filiera dell’educazione e del lavoro potrà superare il ritardo accumulato. L’evoluzione dell’orientamento digitale, conclude, è un tassello essenziale per accompagnare i giovani verso professioni in trasformazione, combattere il gender gap, rafforzare la cultura dell’innovazione nelle imprese e rendere più trasparente la relazione tra istruzione e mercato del lavoro.














